"La preghiera non esige ingegno, non studi. Non suppone che la fede: suo libro è il nostro cuore!"
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

convegno apostolico 6

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

È molto forte il legame tra Sant’Antonio ed il rione di Via Bissuola a Mestre, il quartiere nel quale, dal 1958, i religiosi dell’Opera Don Orione accolgono tanti giovani di Mestre per l’ambito formativo ed educativo.
Proprio di fronte all’ingresso dell’Istituto vi è una piccola edicola dedicata a Sant’Antonio quale ringraziamento degli abitanti del quartiere al termine della seconda guerra mondiale.
E di quanto sia forte ed importante la devozione a Sant’Antonio ne abbiamo avuto l’ennesima conferma nel momento di celebrazione e di festa pensato ed organizzato dalla Comunità Religiosa del Berna guidata dal Direttore Don Stefano Bortolato.
La Santa Messa concelebrata dai religiosi della Casa e, direttamente da Roma, dall’ex Direttore Don Oreste Maiolini con la partecipazione del parroco della Parrocchia di Santa Maria della Pace, animata dal coro della parrocchia dei Servi di Maria (l’istituto Berna si trova all’interno-vicino ad entrambe le parrocchie) ha visto la presenza di tantissime persone, ben oltre le aspettative.
Tanti amici, tante persone che hanno a cuore Sant’Antonio e il Berna, per la loro importante opera a servizio di tanti ragazzi e giovani di Mestre.
Buonissima poi la presenza di tantissimi collaboratori-dipendenti dell’Istituto, di ogni ambito, soprattutto quello dei docenti dei vari corsi, da quello della scuola primaria a quello del C.F.P., oltre agli studenti universitari ed ai giovani lavoratori della casa Religiosa di Ospitalità.
Al termine della celebrazione il semplice, ma molto atteso ed apprezzato gesto della benedizione del “Panino di Sant’Antonio” con la consegna a tutti i presenti.
Il bel momento insieme, vissuto in un clima davvero familiare e di grande amicizia, si è concluso nel piazzale dell’Istituto dove - accompagnati dalla musica e dalle canzoni di Ciro - il personale della società Sodexo che cura i pasti del Berna, ha servito un ricchissimo e gustosissimo buffet.


NOTA SUL PANINO DI SANT’ANTONIO
In alcune chiese francescane o, comunque, legate particolarmente a sant'Antonio, il giorno della sua festa (13 giugno) si è soliti benedire dei semplici piccoli pani, che poi vengono distribuiti ai fedeli e consumati per devozione.
Tale devozione deriva certamente dall'iniziativa del "pane dei poveri" che nel passato era molto viva e diffusa nelle chiese. Anche oggi, nei pressi della Basilica di Sant’Antonio a Padova, operano la “Caritas antoniana” e l’“Opera del Pane di Poveri”, due organizzazioni che esprimono in forme più attuali e diversificate l'aiuto materiale verso i bisognosi.
L'accentuato e complesso fenomeno della carità, che fa capo al santuario, dipende certo dalla generosità che i pellegrini o i devoti attraverso il “Messaggero di S.Antonio” mettono a disposizione dei poveri. Quanto essi compiono è la continuazione della riconoscenza verso il Santo così prodigo di consigli, aiuto e grazie.
Basti ricordare il commovente episodio del miracolo di Tommasino e della sua giovane mamma che, ottenuta la guarigione del figlio per intercessione del Santo, decise di offrire al convento per un certo periodo di tempo tanto pane quanto pesava il suo bambino, perché potesse essere ridonato alle mamme povere.

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Martedì 13 giugno, la Parrocchia orionina di “San Pietro Apostolo” in Voghera ha celebrato la festa in onore di Sant’Antonio di Padova. Per l’intera giornata, molti fedeli e devoti hanno partecipato alle celebrazioni e portato nelle loro case i “panini benedetti” in onore del Santo. La Celebrazione principale è stata presieduta dal nostro vescovo Mons. Vittorio Francesco Viola cui è seguita la Processione per le vie della città conclusa con il tradizionale “panegirico”.  
“O tu di Padova, mirabil Santo!”, questo bellissimo inno è riecheggiato in onore a Sant’Antonio da parte dei numerosi fedeli della città e dintorni recatisi per invocare la sua protezione e implorare grazie. Il canto delle Lodi ha dato inizio alla giornata che ha visto come da programma la celebrazione delle Sante Messe presiedute dai sacerdoti orionini della comunità e da Padre Cristoforo, custode del Convento dei Frati della città, i quali hanno incentrato la loro riflessione sull’esempio di Antonio “insigne predicatore e patrono dei poveri e dei sofferenti”. Il pomeriggio è festa per “i più piccoli”. Nel cortile dell’oratorio il parroco Don Loris Giacomelli ha benedetto i bambini affidandoli alla protezione del Santo. In Chiesa, è stato recitato il rosario, i solenni vespri e la Santa Messa presieduta da Don Luca Ingrascì, novello sacerdote orionino originario della parrocchia. La sera, il momento solenne della festa con la celebrazione della Santa Messa e Processione per le strade della Parrocchia presieduta dal vescovo Mons. Vittorio Francesco Viola ed animata con canti e preghiere. Al termine, Mons. Viola nel “panegirico” ha posto l’accento ad alcune indicazioni pratiche per i presenti, tratte dagli insegnamenti di vita di Sant’Antonio. “I segni che abbiamo esposto manifestano la nostra partecipazione, modo nel quale diciamo la nostra fede di cui dobbiamo essere contenti e orgogliosi perché è un dono ricevuto e quest’affetto che abbiamo in Sant’Antonio è stato trasformato in una lode d’intercessione per sentire vicino a noi la protezione di Dio attraverso la sua figura. Noi crediamo in un Dio che si è incarnato! La santità in mezzo a noi, nello splendore di Antonio, è il modo con il quale sentiamo Dio accanto a noi. Egli nella sua vita scrisse un’abbondanza di citazioni studiando ed approfondendo la Parola e il Mistero di Dio, segno evidente di un cuore attratto da Lui. Il Signore si è voluto servire per l’annuncio del Vangelo, per la predicazione ardente di Antonio che docile all’azione dello Spirito si lascia usare e tutta la sua vita è presa da questo servizio alla Parola e attenzione per i poveri, gli ultimi. Se muore giovane è perché messo alla prova dalla fatica del lavoro apostolico, Don Orione direbbe: “tre volte morto a motivo del Vangelo”. Vogliamo guardare a lui come modello di vita cristiana e chiedergli qualcosa del desiderio di Dio che ha infiammato il suo cuore, innamorandoci sempre più della Scrittura e lasciare che essa agisca dentro di noi. Vorremmo sentire anche solo per un istante Antonio: il desiderio che lui ha sentito nell’offerta della sua vita per Gesù Cristo, lasciando che poi Dio porti a compimento in ciascuno di noi, il modo che Lui ha pensato di renderci conformi alla Sua offerta. Vogliamo chiedere un miracolo ad Antonio: “sentire quel desiderio d’amore che ha sentito nel vedere i primi martiri francescani. Un desiderio di appartenenza totale, piena, assoluta, incondizionata, illimitata a Gesù Cristo. Vogliamo poter sentire qualcosa della sua solidarietà, del suo amore per i poveri, perché sappiamo che non possiamo amare Dio che non vediamo se non amiamo il fratello che vediamo”. Il vescovo ha poi terminato con questo invito: “Amati da Dio vogliamo imparare ad amarci tra di noi”.

Clicca QUI per ascoltare l'omelia

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Mercoledì, 14 Giugno 2017

Ucraina - cardinale Lubomyr Husar

Il 31 maggio 2017, all’età di 85 anni, è morto il Card. Lubomyr (Husar) Arcivescovo maggiore, emerito, della Chiesa Greco-cattolica Ucraina
La nostra comunità di L'viv è particolarmente legata e grata al Card. Husar.
Fu lui nel 2001, quando la sede della Chiesa Greco-cattolica ucraina era a L'viv (prima del trasferimento a Kyiv) ad accogliere, sostenere ed incoraggiare i primi tre religiosi orionini, Don Egidio Montanari, Don Felice Bruno e Don Ceslao Jojko, giunti in terra ucraina per "impiantare" una prima tenda nel nome di Don Orione.
Nel 2004, firmando la presentazione della prima biografia in lingua ucraina di San Luigi Orione così scriveva: "San Luigi Orione ha fondato una Congregazione che ha come scopo servire il prossimo bisognoso e insegnare alla gente a vivere in comunione. Gli orionini sono giunti qui in Ucraina portando con sé questo messaggio benedetto".
Informato del progresso della nostra opera ha sempre benedetto e approvato i piccoli passi che la Provvidenza permetteva di fare, ha accolto con benevolenza la decisione di inserirci (noi di rito latino) nella Chiesa Greco-cattolica ucraina concedendoci, tramite la Congregazione per le Chiese orientali, la facoltà del biritualismo.
Con la stessa benevolenza e simpatia accoglieva i confratelli che nei vari anni venivano accompagnati da lui per una visita di conoscenza e cortesia, facilitato anche dalla ottima conoscenza che aveva della lingua italiana.
Per diversi anni (dal 1969 al 1991) era stato infatti a Roma ricoprendo vari incarichi all'interno del suo Ordine (Monaci Studiti) e per la Chiesa Greco- cattolica Ucraina, fino a diventarne Vescovo nel 1977 e nel gennaio 2001 l'Arcivescovo maggiore (Capo).
Sempre nel 2001 (il 21 febbraio) veniva nominato da Giovanni Paolo II Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Il 21 agosto del 2005 annunciava lo spostamento della sede ufficiale della chiesa Greco-cattolica da quella "storica" di L'viv, a Kyiv, dove si sarebbe trasferito qualche mese dopo.
Il 10 febbraio 2011 rassegnava le dimissioni da Arcivescovo maggiore per raggiunti limiti di età e soprattutto per l'aggravarsi della cecità che lo aveva colpito inesorabilmente.
Nonostante questa infermità continuava la sua attività come "giuda spirituale", consigliere e artefice di varie iniziative legate soprattutto agli eventi scaturiti dopo l' aggressione da parte della Federazione Russa in alcuni territori orientali della nazione ucraina.
Il 2 aprile scorso, mentre nella Cattedrale Greco-cattolica di Kyiv veniva festeggiato il suo 40 ° anniversario di Ordinazione Episcopale, alla fine della Divina Liturgia così si esprimeva con la voce ormai fiaccata dalla malattia, ma chiara ed eloquente: "Vi prego, pregate! Pregate per la nostra Chiesa perché possa svilupparsi in modo da lodare sempre il Signore Dio in servizio del popolo ucraino".
Ci vengono in mente le parole di Don Orione:" Servi di Dio e dei poveri".
Una sintonia che fa del Cardinale Husar la figura più eminente della chiesa Chiesa Greco-cattolica Ucraina, dopo l'indipendenza dall' Unione Sovietica avvenuta nel 1991.
Aveva sempre di mira, nel parlare come nell'agire, questi due punti cardinali che hanno guidato tutta la sua attività pastorale e sociale: Dio e il popolo.
Si è adoperato per la rinascita delle strutture elementari della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina nella vasta parte centrale ed orientale del Paese. Ha viaggiato spesso in varie città e villaggi per trovare e favorire l'organizzazione dei fedeli greco-cattolici, spesso discendenti da famiglie forzatamente trasferite dall'Ucraina occidentale, durante il regime di Stalin.
Nel suo messaggio di cordoglio l'attuale Arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica Ucraina così si è espresso: " Il nostro compito è quello di preservare l'eredità spirituale di quest'uomo molto umile ma che aveva una grande attenzione per tutti... L' Arcivescovo emerito Lubomyr è morto senza lasciare un testamento scritto, ma c'è il grande testamento che ci ha lasciato con la sua vita, la sua saggezza, il suo umorismo, anche verso se stesso, e l'ottimismo. Spetta a noi ora continuare questo compito, raccogliere questa testimonianza spirituale e farla diventare la nostra eredità, conservandola e promuovendola".
Cordoglio è stato espresso anche da Papa Francesco per la morte del cardinale Lobomyr Husar. In un telegramma indirizzato a Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, il Pontefice ha ricordato lo straordinario impegno del porporato per la “rinascita della Chiesa Greco-cattolica ucraina”. Ricordo, si legge nel testo, tra l'altro “la sua tenace fedeltà a Cristo, nonostante le privazioni e le persecuzioni contro la Chiesa, nonché “il suo sforzo di trovare vie sempre nuove di dialogo e di collaborazione con le Chiese ortodosse”.
La salma del Cardinale è arrivata a L'viv (sua città natale) il 1° di giugno dove è rimasta per due giorni per ricever l'omaggio dei fedeli e concittadini, nella cattedrale di San Giorgio aperta, per l'occasione, giorno e notte.
L' "ultimo saluto" lunedì 5 giugno, la salma è stata poi sepolta nella cripta della cattedrale.
Cattedrale che lui stesso ha voluto fosse costruita ed ha benedetto nel 2011.
Il 1° giugno in tutta l'Ucraina è stato decretato il lutto nazionale.
Сьогодні від всіх нас Блаженніший Любомир потребує молитви. Тому Українська Церква - як в країні, так і на поселеннях - сьогодні просить у Бога: «Зі святими упокой, Христе, душу вірного слуги Твого, де немає ні зітхання, ні болю, але життя безконечне».
Вічная пам`ять йому!

 

 

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Celebriamo oggi la solennità della Santissima Trinità. Nel video commento Don Renzo Vanoi ci ricorda che che “fare memoria del mistero di Dio uno e trino per il credente significa proclamare l’amore di Dio, così come si è manifestato in Gesù Cristo: attraverso la vita, la parola e l’opera di Gesù noi accogliamo un Dio che si fa vicino all’umanità quale comunità di amore: egli si fa conoscere come Sapienza creatrice, come Parola rivelatrice, come Amore vitale”.
Accogliamo nella nostra vita il mistero di Dio-Trinità per essere partecipi della Comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

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Domenica, 04 Giugno 2017

Vieni, Santo spirito!

Oggi il Padre porta a compimento il Mistero pasquale con il dono dello Spirito Santo, ci dice Don Renzo Vanoi nel video commento. Egli “riempie” il tempo, cioè la storia, i luoghi, ed entra nei discepoli, creando novità e garantendo in modo permanente la presenza rivelatrice e protettrice di Cristo “intercessore” e di Dio, orientando la vita nel segno dell’amore e della speranza. Nella Pentecoste nasce la Chiesa, cioè noi, Comunità degli ultimi tempi “guidata dallo Spirito”: nello Spirito, Cristo e il Padre si rendono sempre presenti per attuare nella Verità l’amore e il servizio. Celebrando, pertanto, la santa Liturgia, facciamoci invadere dal dono dello Spirito per diventare testimoni coerenti e fedeli della salvezza operata da Cristo risorto: “Sì, vieni, Spirito di verità, e rendici capaci di testimoniare, nella nostra esistenza, l’Amore di Dio, infondi in noi il coraggio per saperci proporre al mondo, aiutaci a non avere paura e a venire allo scoperto con la coerenza delle nostre scelte. Rinnova la faccia della terra”!

 

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Continua l’impegno della Provincia Italiana verso i nostri fratelli del Madagascar: dotare di una campana ogni cappella della missione.
Nel corso degli ultimi 2 anni, 24 campane hanno lasciato la fonderia per raggiungere la terra di missione ed alcune già scandiscono la chiamata alla Santa Messa dall’alto dei loro piccoli campanili.
 
In questi giorni altre 6 campane sono state ultimate e sono pronte ad affrontare il lungo viaggio:
25.a campana offerta da ENNECI srl - VENEZIA
26.a campana offerta da Centro don Orione - ROMA MONTE MARIO
27.a campana offerta da Politecnica Friulana - UDINE
28.a campana offerta da Parrocchia S. Giuseppe Cottolengo - BOLOGNA
29.a campana offerta da Villaggio del Fanciullo - PESCARA
30.a campana offerta da Maria Grazia Petruccelli
 
Come le precedenti, anche queste riportano l’effigie di Don Orione ed il nome del donante.
Altre campane sono in attesa di un cuore generoso che voglia imprimere il proprio nome sul bronzo per consolidare il legame di fraternità con i nostri fratelli Malgasci.

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Testimonianze in prima persona dei ragazzi di Genova Camaldoli e dei loro accompagnatori.

Ecco alcuni dei commenti delle “Perle di Don Orione”.
Angelo Bacieffi: “Sono felice che Papa Francesco sia venuto a Genova. Ho provato gioia e serenità a vederlo e ad ascoltare le sue parole”.
Paridi Paolo: “Che contentezza sentir dire Messa dal Papa, come uno dei nostri preti. I canti corali erano molto belli. L’ho visto da vicino e l’ho salutato. Gli voglio bene”.
Natale Bonavera: “Che caldo, si moriva là, sono diventato scuro. Quando l’ho visto, mi è passata la stanchezza, avrei voluto abbracciarlo”.
Luigi Albani: “Sono stato bene alla Messa del Papa, che bello stare lì”.
Noi accompagnatori, Educatori, Infermieri, Operatori Socio Sanitari e Volontari, abbiamo provato molte emozioni: allegria quando è passato con la Papa-Mobile e tenerezza nel constatare la sua visibile stanchezza; riconoscenza verso la guida dei cristiani scelta dal Signore per dare voce alle sofferenze degli ultimi e sostenere i diritti dell’umanità; gratitudine perché mentre ci ricordava la speranza della nostra fede ci esortava a esercitarla nella pratica dell’Amore.
E quando tutto è finito, abbiamo capito perché proviamo sempre gioia quando incontriamo i nostri Papi, essi sono la testimonianza che Dio non ci lascia soli e continua a occuparsi di noi.

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Pubblichiamo un interessante pezzo di Dagmar Heller, teologa luterana, docente di Teologia ecumenica all’Istituto Ecumenico di Bossey (Svizzera)

Quest’anno i cristiani hanno un’occasione eccezionale per manifestare la loro unità celebrando la risurrezione di Gesù Cristo alla stessa data. Ma ciò non accadrà più fino al 2025, se le Chiese continueranno a seguire ciascuna il proprio modo tradizionale per calcolare la data della Pasqua.
Sembra un paradosso: tutte le Chiese concordano nel celebrare Pasqua alla prima domenica successiva al primo plenilunio successivo all’equinozio di marzo1, eppure ci sono normalmente due date diverse per questa celebrazione. La ragione della contraddizione è che, successivamente all’introduzione di questo criterio, le Chiese d’occidente hanno in maggioranza adottato il calendario gregoriano, mentre quelle ortodosse hanno mantenuto il calendario giuliano per determinare la data del plenilunio2.
Questo problema è stato percepito come tale soprattutto nel XX secolo. In particolare la questione ha investito la Chiesa ortodossa, quando nel 1923 il Parlamento greco ha introdotto il calendario gregoriano, innescando un conflitto tra Chiesa e stato3. Un congresso pan-ortodosso nel maggio del 1923 decise perciò di rivedere il calendario giuliano adattandolo a una maggiore accuratezza astronomica. Ma ne risultarono spaccature nella Chiesa greca, in quella romena e altrove. La situazione generale oggi nel mondo ortodosso è che per la data della Pasqua tutte le Chiese usano il calendario giuliano (a eccezione della Chiesa di Finlandia, che segue quello gregoriano) mentre per tutte le altre feste, alcune Chiese – in particolare quelle di lingua greca e la romena – usano il calendario gregoriano.
Con l’accresciuta mobilità delle persone e l’aumentata interconnessione tra nazioni e paesi dovute al commercio e agli affari rese possibili dai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, si iniziò ad avvertire anche in ambito civile l’esigenza di una regolamentazione più chiara della data di Pasqua. La sua irregolarità e mobilità annuale creavano svantaggi soprattutto a livello di compensazioni finanziarie. Perciò nel 1923 la Lega delle Nazioni avanzò la proposta di fissare, previo accordo con le Chiese, la Pasqua alla domenica successiva al secondo sabato di aprile. Così la materia divenne argomento di discussione per l’incipiente movimento ecumenico, dato che fu coinvolto il Consiglio cristiano universale per Vita e Lavoro. Il risultato della relativa consultazione fu che la maggior parte delle Chiese protestanti acconsentirono a una domenica fissa per la data della Pasqua, anche il Patriarcato ecumenico si mostrò aperto a tale proposta (a condizione che tutte le Chiese fossero d’accordo), ma Roma diede una risposta negativa. L’intera iniziativa di quella che nel frattempo era diventata l’ONU fallì definitivamente nel 1955 con il rifiuto del governo USA ad adottare un nuovo calendario.
Nel 1964 la situazione all’interno delle Chiese cambiò in quanto la Chiesa cattolica, nel Decreto conciliare Orientalium ecclesiarum(§ 20)affermò la propria disponibilità a una data comune, sia fissa che mobile, qualora tutte le Chiese avessero condiviso la soluzione. In un’altra consultazione, avviata dal Consiglio ecumenico delle Chiese a seguito di questo mutato atteggiamento, la maggioranza delle Chiese occidentali indicò la preferenza per una data fissa, mentre per le Chiese ortodosse rimase importante l’osservanza della regola di Nicea.
Nel 1977 la Chiesa cattolica avviò un’iniziativa d’intesa con il Consiglio ecumenico delle Chiese che portò a un’altra indagine dal risultato identico alla precedente. Gli ortodossi affermarono anche chiaramente che una decisione su una simile questione avrebbe potuto essere presa solo a livello panortodosso. Così discussero l’argomento durante i lavori preparatori del Concilio panortodosso. La seconda conferenza panortodossa preconciliare propose perciò nel 1982 a Chambésy una più precisa definizione della data di Pasqua secondo la regola di Nicea. Ma espresse anche il timore che un cambio di calendario avrebbe potuto provocare nuovi scismi. Perciò si considerò non appropriato il momento per un simile cambio.
Tra le Chiese ortodosse orientali c’era maggior apertura al cambiamento: nel 1971 la Chiesa siro-ortodossa propose di fissare la data della Pasqua alla domenica successiva al secondo sabato di aprile e nel 1984 dichiarò la propria disponibilità a celebrare Pasqua in qualsiasi domenica di aprile, a condizione che tutte le Chiese fossero d’accordo.
In seguito la questione tornò al Consiglio ecumenico delle Chiese. L’iniziativa di maggior importanza fu una consultazione nel 1997 ad Aleppo, organizzata dal segretariato della Commissione di Fede e Costituzione su invito del metropolita siro-ortodosso Gregorios Yohanna Ibrahim. La consulta propose di mantenere la regola di Nicea, ma usando i più precisi dati astronomici (cioè né il calendario gregoriano né quello giuliano e i loro rispettivi cicli pasquali) sulla base del meridiano geografico di Gerusalemme. La proposta venne inviata alle Chiese perché la esaminassero. Il risultato fu che le Chiese d’occidente sarebbero state d’accordo, mentre le Chiese ortodosse trovavano difficile accettare la proposta in quanto i dati astronomici precisi avrebbero stabilito un calendario troppo vicino a quello gregoriano. Il cambiamento sarebbe perciò stato così sostanziale da non poter essere accettato dai fedeli.
Nella sua IX Assemblea generale del 2006 a Porto Alegre (Brasile) il Consiglio ecumenico delle Chiese riaffermò che una comune data per la Pasqua sarebbe stata parte del progresso verso l’unità visibile dei cristiani, ma non assunse alcuna iniziativa.
La questione è riemersa solo recentemente, quando nel 2014 Tawadros II, papa della Chiesa copto-ortodossa chiese a papa Francesco di compiere un nuovo sforzo per una data unificata della Pasqua e discusse l’argomento anche con il Patriarca ecumenico. Nel maggio 2015 Tawadros fece un passo ulteriore, proponendo di fissare la Pasqua alla terza domenica di aprile. Un mese dopo papa Francesco espresse il desiderio di stabilire una data comune della Pasqua e ribadì la disponibilità della Chiesa cattolica nei confronti di una data fissa. Il papa discusse di questo anche con il Patriarca siro-ortodosso, che pure sembrò pronto a tale soluzione. Ma una dichiarazione di un portavoce del Patriarcato di Mosca chiarì subito che la Chiesa ortodossa russa non avrebbe abbandonato la regola di Nicea e quindi non avrebbe accettato una data fissa: invitava piuttosto cattolici e protestanti ad adottare il calendario giuliano. Nel gennaio 2016 l’Arcivescovo di Canterbury dichiarò di intravedere la possibilità di accordarsi su una data fissa per la Pasqua nello spazio “di cinque-dieci anni”.
Se si analizza l’insieme della discussione, la situazione può essere sintetizzata in due orientamenti: le Chiese occidentali e quelle ortodosse orientali disposte a una data di Pasqua fissata in una determinata domenica di aprile, le Chiese ortodosse intenzionate a mantenere la data mobile secondo le regole di Nicea. Questo solleva l’interrogativo se sia mai possibile trovare una data comune. Per progredire in queste riflessioni, l’intera questione va vista più in dettaglio. Un punto importante per gli ortodossi è un ulteriore criterio legato alle decisioni del concilio di Nicea: la Pasqua non può essere celebrata in concomitanza con quella ebraica. Questa regola è stata interpretata in vari modi e ostacola ulteriormente un’apertura a cambiamenti4. Ma concretamente il problema principale per gli ortodossi sembra essere il timore di divisioni all’interno delle Chiese ortodosse. E questa preoccupazione va presa sul serio.
Concludendo, appare chiaro che spostare la data di Pasqua a un giorno fisso (una domenica di aprile) sarebbe un cambiamento radicale, perché per almeno 1500 anni Pasqua è sempre stata celebrata in una domenica mobile in base all’equinozio e al plenilunio. Un cambiamento simile romperebbe anche con la tradizione di indicare il legame storico con la Pasqua ebraica mantenendo al contempo una chiara distinzione tra le due. Una data fissa in una specifica domenica di aprile sarebbe una soluzione pragmatica, in linea con la tendenza attuale a organizzare la vita sulla base di bisogni determinati dalla società civile. Ma la discussione ha anche mostrato che questa soluzione difficilmente può essere accettata da tutte le Chiese.
A mio vedere, l’unica soluzione con possibilità realistiche di riuscita – ma che non è mai stata presa in considerazione a livello mondiale – sarebbe che tutte le Chiese si unissero al metodo ortodosso di fissare la data di Pasqua usando il calendario giuliano. Questa proposta non è nuova: è praticata a livello locale in Egitto e in Giordania dove – seguendo un’indicazione del Consiglio delle Chiese del Medioriente nel 19945 – le Chiese occidentali hanno deciso di seguire la maggioranza ortodossa. Questa soluzione consente di seguire la regola di Nicea che attualmente unisce tutte le Chiese cristiane e tiene in considerazione sia il legame tra Pasqua e il ciclo della natura sia il suo significato simbolico collegato alla sconvolgente irruzione della risurrezione nel consueto flusso degli eventi naturali. Lo svantaggio consisterebbe nel fatto che l’equinozio e il plenilunio astronomici, e quindi reali, non sarebbero rispettati, anche se simbolicamente presi in considerazione. Dal momento che le Chiese occidentali sono disposte persino a rinunciare alla regola di Nicea, potrebbero invece rinunciare – per amore dell’unità – all’idea di seguire la precisione astronomica.
________________________________________
1 Una regola che la tradizione interpreta come decisione del concilio di Nicea nel 325, anche se di quel concilio non abbiamo documenti ufficiali in merito.
2 Maggiori dettagli nel mio articolo “The Date of Easter – A Church Dividing Issue?”, in Ecumenical Review 48/1996, 392-400.
3 Mentre in altri paesi a maggioranza ortodossa I cristiani erano abituati ad avere due calendari – uno per l’ambito secolare e l’altro per la vita ecclesiale – in Grecia la popolazione era assuefatta al dato che il calendario civile fosse identico con quelle ecclesiastico.
4 La difficoltà consiste nel sapere se questo concetto dev’essere inteso in rapporto alla data di Pasqua al tempo di Gesù oppure in relazione all’odierna data di Pesach, determinata con modalità leggermente differenti rispetto ai tempi di Gesù.
5Memorandum “Una data unificata per Pasqua”, V Assemblea del MECC, 15-21 Novembre 1994, Limassol, Cipro.

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Giovedì 25 maggio, Suor Elisabeth, Madre Superiora delle Piccole Suore Missionarie Della Carità di Milano, ha festeggiato il suo compleanno.
Durante il pranzo, oltre all’intera Comunità Religiosa, si sono uniti ai festeggiamenti Don Aurelio Fusi, Don Walter Groppello e gli altri membri delll’Equipe Provinciale, presenti in occasione della Visita Canonica.

 

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Gesù, che sale al cielo, non ci abbandona ma è presente in mezzo a noi in modi diversi. Don Renzo Vanoi ci offre la riflessione di questa solennità dell’Ascensione. La Chiesa ne vive ora, in questa Liturgia, la Comunità riunita e, soprattutto, la presenza nella “Parola” e nel “Sacramento”, ossia attraverso la “memoria” di Lui, morto e risorto. E questa fede genera la speranza nel suo ritorno, la speranza di essere per sempre con Lui, dunque la vita vissuta nell’attesa. L’ascensione non rimanda ad un aldilà astratto o mitico, ma al mistero nel tempo, mistero di presenza e memoria, di fede e di speranza, concretizzate attraverso la carità. L’Ascensione è un invito alla testimonianza: le Comunità cristiane, che vivono ora nell’attesa del ritorno di Gesù, sono continuamente chiamate a rendergli testimonianza. Questa consapevolezza immerge la Chiesa nella storia e la orienta verso il futuro. Celebriamo la divina Eucaristia per essere uniti a Cristo e partecipare, sin da ora, alla sua gloria. Allo stesso tempo, invochiamo il dono dello Spirito perché ci faccia comprendere fino in fondo il Mistero pasquale di Cristo e ci renda testimoni instancabili del suo Vangelo nel mondo.

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