"Se insorgono i venti delle tentazioni, se t’incontri negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, chiama Maria!"
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Los desamparados

Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2018

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Pubblichiamo un interessante pezzo di Dagmar Heller, teologa luterana, docente di Teologia ecumenica all’Istituto Ecumenico di Bossey (Svizzera)

Quest’anno i cristiani hanno un’occasione eccezionale per manifestare la loro unità celebrando la risurrezione di Gesù Cristo alla stessa data. Ma ciò non accadrà più fino al 2025, se le Chiese continueranno a seguire ciascuna il proprio modo tradizionale per calcolare la data della Pasqua.
Sembra un paradosso: tutte le Chiese concordano nel celebrare Pasqua alla prima domenica successiva al primo plenilunio successivo all’equinozio di marzo1, eppure ci sono normalmente due date diverse per questa celebrazione. La ragione della contraddizione è che, successivamente all’introduzione di questo criterio, le Chiese d’occidente hanno in maggioranza adottato il calendario gregoriano, mentre quelle ortodosse hanno mantenuto il calendario giuliano per determinare la data del plenilunio2.
Questo problema è stato percepito come tale soprattutto nel XX secolo. In particolare la questione ha investito la Chiesa ortodossa, quando nel 1923 il Parlamento greco ha introdotto il calendario gregoriano, innescando un conflitto tra Chiesa e stato3. Un congresso pan-ortodosso nel maggio del 1923 decise perciò di rivedere il calendario giuliano adattandolo a una maggiore accuratezza astronomica. Ma ne risultarono spaccature nella Chiesa greca, in quella romena e altrove. La situazione generale oggi nel mondo ortodosso è che per la data della Pasqua tutte le Chiese usano il calendario giuliano (a eccezione della Chiesa di Finlandia, che segue quello gregoriano) mentre per tutte le altre feste, alcune Chiese – in particolare quelle di lingua greca e la romena – usano il calendario gregoriano.
Con l’accresciuta mobilità delle persone e l’aumentata interconnessione tra nazioni e paesi dovute al commercio e agli affari rese possibili dai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, si iniziò ad avvertire anche in ambito civile l’esigenza di una regolamentazione più chiara della data di Pasqua. La sua irregolarità e mobilità annuale creavano svantaggi soprattutto a livello di compensazioni finanziarie. Perciò nel 1923 la Lega delle Nazioni avanzò la proposta di fissare, previo accordo con le Chiese, la Pasqua alla domenica successiva al secondo sabato di aprile. Così la materia divenne argomento di discussione per l’incipiente movimento ecumenico, dato che fu coinvolto il Consiglio cristiano universale per Vita e Lavoro. Il risultato della relativa consultazione fu che la maggior parte delle Chiese protestanti acconsentirono a una domenica fissa per la data della Pasqua, anche il Patriarcato ecumenico si mostrò aperto a tale proposta (a condizione che tutte le Chiese fossero d’accordo), ma Roma diede una risposta negativa. L’intera iniziativa di quella che nel frattempo era diventata l’ONU fallì definitivamente nel 1955 con il rifiuto del governo USA ad adottare un nuovo calendario.
Nel 1964 la situazione all’interno delle Chiese cambiò in quanto la Chiesa cattolica, nel Decreto conciliare Orientalium ecclesiarum(§ 20)affermò la propria disponibilità a una data comune, sia fissa che mobile, qualora tutte le Chiese avessero condiviso la soluzione. In un’altra consultazione, avviata dal Consiglio ecumenico delle Chiese a seguito di questo mutato atteggiamento, la maggioranza delle Chiese occidentali indicò la preferenza per una data fissa, mentre per le Chiese ortodosse rimase importante l’osservanza della regola di Nicea.
Nel 1977 la Chiesa cattolica avviò un’iniziativa d’intesa con il Consiglio ecumenico delle Chiese che portò a un’altra indagine dal risultato identico alla precedente. Gli ortodossi affermarono anche chiaramente che una decisione su una simile questione avrebbe potuto essere presa solo a livello panortodosso. Così discussero l’argomento durante i lavori preparatori del Concilio panortodosso. La seconda conferenza panortodossa preconciliare propose perciò nel 1982 a Chambésy una più precisa definizione della data di Pasqua secondo la regola di Nicea. Ma espresse anche il timore che un cambio di calendario avrebbe potuto provocare nuovi scismi. Perciò si considerò non appropriato il momento per un simile cambio.
Tra le Chiese ortodosse orientali c’era maggior apertura al cambiamento: nel 1971 la Chiesa siro-ortodossa propose di fissare la data della Pasqua alla domenica successiva al secondo sabato di aprile e nel 1984 dichiarò la propria disponibilità a celebrare Pasqua in qualsiasi domenica di aprile, a condizione che tutte le Chiese fossero d’accordo.
In seguito la questione tornò al Consiglio ecumenico delle Chiese. L’iniziativa di maggior importanza fu una consultazione nel 1997 ad Aleppo, organizzata dal segretariato della Commissione di Fede e Costituzione su invito del metropolita siro-ortodosso Gregorios Yohanna Ibrahim. La consulta propose di mantenere la regola di Nicea, ma usando i più precisi dati astronomici (cioè né il calendario gregoriano né quello giuliano e i loro rispettivi cicli pasquali) sulla base del meridiano geografico di Gerusalemme. La proposta venne inviata alle Chiese perché la esaminassero. Il risultato fu che le Chiese d’occidente sarebbero state d’accordo, mentre le Chiese ortodosse trovavano difficile accettare la proposta in quanto i dati astronomici precisi avrebbero stabilito un calendario troppo vicino a quello gregoriano. Il cambiamento sarebbe perciò stato così sostanziale da non poter essere accettato dai fedeli.
Nella sua IX Assemblea generale del 2006 a Porto Alegre (Brasile) il Consiglio ecumenico delle Chiese riaffermò che una comune data per la Pasqua sarebbe stata parte del progresso verso l’unità visibile dei cristiani, ma non assunse alcuna iniziativa.
La questione è riemersa solo recentemente, quando nel 2014 Tawadros II, papa della Chiesa copto-ortodossa chiese a papa Francesco di compiere un nuovo sforzo per una data unificata della Pasqua e discusse l’argomento anche con il Patriarca ecumenico. Nel maggio 2015 Tawadros fece un passo ulteriore, proponendo di fissare la Pasqua alla terza domenica di aprile. Un mese dopo papa Francesco espresse il desiderio di stabilire una data comune della Pasqua e ribadì la disponibilità della Chiesa cattolica nei confronti di una data fissa. Il papa discusse di questo anche con il Patriarca siro-ortodosso, che pure sembrò pronto a tale soluzione. Ma una dichiarazione di un portavoce del Patriarcato di Mosca chiarì subito che la Chiesa ortodossa russa non avrebbe abbandonato la regola di Nicea e quindi non avrebbe accettato una data fissa: invitava piuttosto cattolici e protestanti ad adottare il calendario giuliano. Nel gennaio 2016 l’Arcivescovo di Canterbury dichiarò di intravedere la possibilità di accordarsi su una data fissa per la Pasqua nello spazio “di cinque-dieci anni”.
Se si analizza l’insieme della discussione, la situazione può essere sintetizzata in due orientamenti: le Chiese occidentali e quelle ortodosse orientali disposte a una data di Pasqua fissata in una determinata domenica di aprile, le Chiese ortodosse intenzionate a mantenere la data mobile secondo le regole di Nicea. Questo solleva l’interrogativo se sia mai possibile trovare una data comune. Per progredire in queste riflessioni, l’intera questione va vista più in dettaglio. Un punto importante per gli ortodossi è un ulteriore criterio legato alle decisioni del concilio di Nicea: la Pasqua non può essere celebrata in concomitanza con quella ebraica. Questa regola è stata interpretata in vari modi e ostacola ulteriormente un’apertura a cambiamenti4. Ma concretamente il problema principale per gli ortodossi sembra essere il timore di divisioni all’interno delle Chiese ortodosse. E questa preoccupazione va presa sul serio.
Concludendo, appare chiaro che spostare la data di Pasqua a un giorno fisso (una domenica di aprile) sarebbe un cambiamento radicale, perché per almeno 1500 anni Pasqua è sempre stata celebrata in una domenica mobile in base all’equinozio e al plenilunio. Un cambiamento simile romperebbe anche con la tradizione di indicare il legame storico con la Pasqua ebraica mantenendo al contempo una chiara distinzione tra le due. Una data fissa in una specifica domenica di aprile sarebbe una soluzione pragmatica, in linea con la tendenza attuale a organizzare la vita sulla base di bisogni determinati dalla società civile. Ma la discussione ha anche mostrato che questa soluzione difficilmente può essere accettata da tutte le Chiese.
A mio vedere, l’unica soluzione con possibilità realistiche di riuscita – ma che non è mai stata presa in considerazione a livello mondiale – sarebbe che tutte le Chiese si unissero al metodo ortodosso di fissare la data di Pasqua usando il calendario giuliano. Questa proposta non è nuova: è praticata a livello locale in Egitto e in Giordania dove – seguendo un’indicazione del Consiglio delle Chiese del Medioriente nel 19945 – le Chiese occidentali hanno deciso di seguire la maggioranza ortodossa. Questa soluzione consente di seguire la regola di Nicea che attualmente unisce tutte le Chiese cristiane e tiene in considerazione sia il legame tra Pasqua e il ciclo della natura sia il suo significato simbolico collegato alla sconvolgente irruzione della risurrezione nel consueto flusso degli eventi naturali. Lo svantaggio consisterebbe nel fatto che l’equinozio e il plenilunio astronomici, e quindi reali, non sarebbero rispettati, anche se simbolicamente presi in considerazione. Dal momento che le Chiese occidentali sono disposte persino a rinunciare alla regola di Nicea, potrebbero invece rinunciare – per amore dell’unità – all’idea di seguire la precisione astronomica.
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1 Una regola che la tradizione interpreta come decisione del concilio di Nicea nel 325, anche se di quel concilio non abbiamo documenti ufficiali in merito.
2 Maggiori dettagli nel mio articolo “The Date of Easter – A Church Dividing Issue?”, in Ecumenical Review 48/1996, 392-400.
3 Mentre in altri paesi a maggioranza ortodossa I cristiani erano abituati ad avere due calendari – uno per l’ambito secolare e l’altro per la vita ecclesiale – in Grecia la popolazione era assuefatta al dato che il calendario civile fosse identico con quelle ecclesiastico.
4 La difficoltà consiste nel sapere se questo concetto dev’essere inteso in rapporto alla data di Pasqua al tempo di Gesù oppure in relazione all’odierna data di Pesach, determinata con modalità leggermente differenti rispetto ai tempi di Gesù.
5Memorandum “Una data unificata per Pasqua”, V Assemblea del MECC, 15-21 Novembre 1994, Limassol, Cipro.

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Giovedì 25 maggio, Suor Elisabeth, Madre Superiora delle Piccole Suore Missionarie Della Carità di Milano, ha festeggiato il suo compleanno.
Durante il pranzo, oltre all’intera Comunità Religiosa, si sono uniti ai festeggiamenti Don Aurelio Fusi, Don Walter Groppello e gli altri membri delll’Equipe Provinciale, presenti in occasione della Visita Canonica.

 

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Gesù, che sale al cielo, non ci abbandona ma è presente in mezzo a noi in modi diversi. Don Renzo Vanoi ci offre la riflessione di questa solennità dell’Ascensione. La Chiesa ne vive ora, in questa Liturgia, la Comunità riunita e, soprattutto, la presenza nella “Parola” e nel “Sacramento”, ossia attraverso la “memoria” di Lui, morto e risorto. E questa fede genera la speranza nel suo ritorno, la speranza di essere per sempre con Lui, dunque la vita vissuta nell’attesa. L’ascensione non rimanda ad un aldilà astratto o mitico, ma al mistero nel tempo, mistero di presenza e memoria, di fede e di speranza, concretizzate attraverso la carità. L’Ascensione è un invito alla testimonianza: le Comunità cristiane, che vivono ora nell’attesa del ritorno di Gesù, sono continuamente chiamate a rendergli testimonianza. Questa consapevolezza immerge la Chiesa nella storia e la orienta verso il futuro. Celebriamo la divina Eucaristia per essere uniti a Cristo e partecipare, sin da ora, alla sua gloria. Allo stesso tempo, invochiamo il dono dello Spirito perché ci faccia comprendere fino in fondo il Mistero pasquale di Cristo e ci renda testimoni instancabili del suo Vangelo nel mondo.

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Venerdì, 26 Maggio 2017

Genova – Papa Francesco in città

Saranno ben 40 le persone con disabilità dei centri dell'Opera Don Orione di Genova che parteciperanno domani, sabato 27 maggio 2017 alla Santa Messa che verrà celebrata da Papa Francesco alle ore 17 in piazzale Kennedy. Insieme a loro anche i religiosi e le religiose orionini e i volontari in rappresentanza della "costellazione di solidarietà" della Congregazione nel capoluogo ligure.
L'Opera Don Orione a Genova è presente con 9 centri: Paverano, Villaggio della Carità di Camaldoli, Istituto di Quarto-Castagna, Famiglia Moresco di Bogliasco-Cooperativa DONO, Centro diurno Santa Caterina di Molassana, Abbazia di San Nicolò del Boschetto, Borgo Madre della Tenerezza di via Perasso, Casa delle Suore "L'abbraccio di don Orione" di Quezzi, per neonati in collaborazione con l'Istituto Gaslini, ENDOFAP Liguria di Via Bosco.
In esse abitano e vivono circa 1300 persone (anziani, bambini, giovani e adulti con disabilità, persone con patologie psichiatriche), accolte ed assistite da circa 800 dipendenti e numerosi volontari ed amici.
Sempre domani, alle ore 10, i religiosi orionini saranno presenti in Duomo per l'incontro di Papa Francesco con i sacerdoti e i consacrati della diocesi di Genova.
"Siamo veramente emozionati e felici nel potere accogliere il Santo Padre nella nostra città – spiega Don Alessandro D’Acunto, direttore dell'Opera Don Orione di Genova – che ha visto operare al fianco dei più fragili e degli ultimi lo stesso San Luigi Orione. Oggi la nostra Congregazione, proprio nel solco di carità del Fondatore, opera al fianco di anziani, disabili, famiglie e dell'infanzia in difficoltà".
"Sabato – aggiunge Don Alessandro – in ogni reparto dei nostri centri ci sarà un collegamento ideale via TV tra il Papa e i nostri ospiti che pregheranno per lui sin dalla mattina".

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“Costruiamo ponti non muri”
É questo lo slogan dell’edizione 2017 della “Festa dei Popoli” celebrata a Roma il 21 maggio scorso, a cui hanno preso parte migliaia di persone rappresentanti delle molteplici e variegate nazionalità e tradizioni religiose presenti a Roma. Era presente anche la Famiglia orionina: un numeroso gruppo del Tra Noi, diverse PSMC (compreso alcune capitolari) ed il consigliere provinciale per le Missioni, don Felice Bruno, come rappresentante dei Figli della Divina Provvidenza.
La giornata prevedeva alle 10 un forum di riflessione presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore sul tema: “Comunità migranti, Chiesa e Città di Roma: donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli”.
“Integrare è farsi prossimo delle ferite umane, creare una casa comune in cui nessuno è straniero”. Sono queste le parole di suor Ana Paula Ferreira, una missionaria scalabriniana, la quale ha ricordato che “accogliere è superare preconcetti per imparare insieme la comunione voluta da Dio”. Accogliere è, richiamando un “concetto molto orionino”, “farsi migranti con i migranti, aiutandoli a superare le difficoltà legate soprattutto all’inserimento in un nuovo contesto”. La religiosa si è soffermata poi sul contributo che, come donne, si è chiamati a dare alla Chiesa: “La donna è educatrice e annunciatrice del Vangelo, perché nella donna vince sempre la vita, che ella ha il compito di difendere, accogliere e custodire”.
“Il dialogo è una forte vocazione della nostra epoca” - rileva una rappresentante della Fondazione Migrantes - mentre noi “siamo una cultura chiusa che non investe nel proprio patrimonio culturale e non fa figli”. Per questo motivo diventa vitale “favorire lo scambio di valori e tradizioni per costruire comunità etniche in relazione e integrate nel tessuto sociale locale, custodendo ‘il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni’, come ha ricordato Papa Francesco durante la sua visita pastorale in Egitto.
Alle 12.30 vi è stata la concelebrazione eucaristica presso la Basilica di San Giovanni in Laterano: una S. Messa multiculturale, molto bella. Diversi cori multietnici e altri delle diverse comunità nazionali (dal Congo alla Costa d’Avorio, dall’Ucraina al Brasile, dall’Eritrea al Bengala) si sono alternati ad animare la concelebrazione presieduta da mons. Paolo Lojudice, vescovo del Settore Sud di Roma, incaricato per la Pastorale dei Migrantes e concelebrata da circa un centinaio di sacerdoti di tantissime nazioni e riti liturgici (dal greco cattolico al copto, dal maronita al malabarese…).
Tutta particolare è stata la processione offertoriale nella quale i rappresentanti di ogni comunità nazionale, con i vestiti e le danze proprie, si sono recati all’altare presentando doni tipici del loro Paese.
Sono proprio vere le parole del canto dei Gen Verde: “è più bello insieme, un dono grande è l’altra gente…” È stata una celebrazione ricca di colori, di fede, di entusiasmo. Un bellissimo poliedro! È la bellezza della nostra Chiesa, cattolica, che non è monolitica, ma molteplice, ricca di tradizioni.
Durante l’omelia mons. Lojudice ha affermato: “La Chiesa è questo, siamo noi, che proveniamo da più esperienze, paesi e nazioni. La festa dei popoli è allora la festa della Chiesa, perché i popoli non sono altro che l’unico popolo di Dio, cioè la Chiesa”. E in riferimento alla pagina del vangelo, nella quale emerge la promessa di Gesù di non lasciarci orfani, egli ricorda che “nessuno sarà mai senza padre e lasciato a sé, ma ciascuno avrà sempre una comunità in dialogo, la Chiesa”. Per questo motivo bisogna “costruire ponti e non muri”. Infatti “costruire i muri ci fa dimenticare che ogni uomo è mio fratello, perché Dio è padre di tutti. È sull’accoglienza dell’altro che si misura la nostra dignità umana”.

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Possiamo definire una giornata storica, mista di curiosità ed emozioni, quella trascorsa domenica 21 maggio al Santuario dell’Incoronata di Foggia. C’erano proprio tutti: i nonnini, i dirigenti e i dipendenti come anche gli amici, i parenti e i volontari del Centro medico sociale di Savignano Irpino.
Sveglia e partenza di buon mattino per arrivare al Santuario dell’Incoronata di Foggia e vivere una giornata di spiritualità, di cultura e di agape nel nome di S. Luigi Orione.
Infatti, il primo appuntamento è stato con il nostro Santo fondatore, di cui si è celebrata la memoria liturgica il 16 maggio.
D. Giovanni Carollo ha ricordato che Don Orione è stato la scommessa vincente di Dio e che anche noi siamo chiamati ad essere tali come lui, perché noi siamo Don Orione oggi.
Tutto è riuscito alla perfezione perché ognuno ha fatto la sua parte, anche durante il pranzo, un momento gustoso non solo per i buoni piatti, ma anche per l’allegra atmosfera che si è creata con l’esibizione canora degli anziani.
Per tutti, in particolare per i nonnini, è stato commovente rivedere la Vergine Incoronata, pregarla in quel Santuario dove tante volte nel passato si erano recati per deporre le loro storie tra le mani della Mamma celeste.
Qui si è celebrata l’Eucarestia e, dopo la spiegazione della storia dell’apparizione, ci si è dati l’arrivederci, affinché questa giornata diventi tradizione, un appuntamento fisso da vivere nel nome di Don Orione, all’insegna dell’amicizia e della comunione fraterna, sperimentando che se ognuno fa qualcosa insieme si può fare molto.

 

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Sabato 20 maggio alle ore 17, il canto d‘ingresso “Chiesa di Dio, popolo in festa!” ha dato l’incipit alla Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Mons. Vittorio Francesco Viola per la conclusione della Visita Pastorale nella Parrocchia orionina di “San Michele Arcangelo” di Tortona. Una settimana intensa e ricca di eventi, che hanno ancor di più reso orionina questa Visita Pastorale, iniziata nella solennità di San Luigi Orione e conclusa nella memoria liturgica di San Bernardino patrono del rione dov’è eretto il Santuario. Nella riflessione il Vescovo ha invitato ad ascoltare la Parola che è “voce del Risorto che risuona nella Chiesa, presenza reale di Lui”. In questa Messa vigiliare della VI domenica di Pasqua il Vangelo è continuazione del capitolo 14 di Giovanni: “un discorso di consolazione dentro il contesto dell’ultima cena. Nell’osservanza dei suoi comandamenti, prosegue Mons. Viola, ci viene data la consolazione dell’altro Paraclito ossia colui che è chiamato a stare accanto, avvocato, difensore, consolatore, compiendo un’azione di vicinanza nella nostra vita”. E poi ha dettato alcune considerazioni in merito alla Visita Pastorale: “ho potuto vedere un’azione dello Spirito che noi sappiamo essere stata innescata dal cuore ardente di carità di Don Orione. Ed è bello vedere, pur con tutti i nostri limiti che abbiamo e che non dobbiamo nascondere, come lo Spirito agisce in noi volendo farci vivere quella conoscenza di Gesù Cristo che ha nell’amore per i più piccoli, i più poveri, la sua prima testimonianza: quella della carità!”
Al termine il parroco Don Giovanni Castignoli ha rivolto al Vescovo parole di ringraziamento per la sua presenza in mezzo alla comunità. “Eccellenza il grazie personale e quello di tutta la comunità per aver condiviso con noi innanzitutto l’ascolto della Parola. Vogliamo far dono delle sue indicazioni donate nelle diverse realtà della Parrocchia che Lei ha visitato. Vogliamo farci strumento della Chiesa per essere pietre vive edificate sul fondamento della Chiesa che è Gesù Cristo stesso”. Il Vescovo ed i sacerdoti sono saliti al tempietto per rendere lode a Dio davanti alla Vergine della Guardia con il “Magnificat”: canto per eccellenza di Maria.
La Benedizione ha concluso questa celebrazione ed il saluto di congedo “Andate in pace” vuole diventare azione concreta al termine di questa Visita Pastorale per essere nel mondo, nella nostra comunità: strumenti nelle mani di Dio, donando quella carità che Don Orione definì un “divino balsamo”.

Clicca QUI per ascoltare l'omelia.

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Mentre si approssima la sua Ascensione al Padre, ci dice don Renzo Vanoi nel video commento di questa sesta domenica del tempo di Pasqua, il Signore risorto promette lo Spirito Santo come principio della Vita pasquale della Chiesa e di ogni cristiano: l’azione dello Spirito di verità costruisce interiormente il tempio spirituale, che apparirà nella sua forma definitiva come piena e immediata comunione con Dio. La Parola di Dio che accogliamo nel cuore e il Corpo di Cristo che riceviamo nella comunione, rendano ciascuno di noi tempio di Dio, sempre più spirituale e perfetto.

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La Parrocchia S. Giuseppe Benedetto Cottolengo in Genova fu fondata nel 1967 dalla Comunità orionina alla quale si è rivolto l’allora cardinale Giuseppe Siri Arcivescovo genovese. Cinquant’anni di intensa vita pastorale sono stati festeggiati domenica 30 Aprile. Una folla si è stretta nella Chiesa attorno al Cardinale Arcivescovo Angelo Bagnasco giunto per la solenne celebrazione. “Una parrocchia unica – ha detto Bagnasco – particolarmente giovane per la strada percorsa che rivela una realtà non omogenea, ma positivamente multiforme perché formata da più generazioni che convivono e collaborano. Dalle parole di benvenuto rivolte da Luciano, uno dei primissimi, è stata illustrata in sintesi una panoramica delle iniziative e dei gruppi attivi, frutto di fede nella Divina Provvidenza. Sarebbe potuto suonare come un elenco di autocelebrazione – ha commentato il Cardinale -, ma è piuttosto un ringraziamento al Signore, un momento di condivisione delle iniziative realizzate per prendere atto della Grazia di Dio, che ha sostenuto e guidato tanto lavoro e tanto impegno”.
Numerosa la presenza di sacerdoti a concelebrare la S. Messa presieduta dall’Arcivescovo: gli orionini Don Fusi Direttore Provinciale, Don Walter Economo Provinciale, i diocesani Mons. Giulio Venturini e Don Alessandro di S. Fruttuoso, Don Bisio di S. Sabina, gli altri nostri sacerdoti orionini Don Alessandro Direttore del Paverano, Don Erasmo Parroco e Don Luigi Viceparroco, Don Viti dalla Costa d’Avorio, Don Arturo del Paverano; Don Barucca giunto da Firenze e già Vice parroco.
Commentando ancora, il Cardinale ha rinnovato l’espressione “Parrocchia unica” perché nasce dal Paverano, dalla Carità di Don Orione e dei suoi figli, e non viceversa, e che continua ad essere alimentata dalla miniera di amore, devozione, preghiera e umiltà che è il Paverano. Genova è grata a Dio per averla legata al carisma di Don Orione, ed io rivolgo un grazie di cuore ai suoi figli.
Sul frontone della facciata che è stata restaurata e messa a nuovo, in collaborazione Paverano e Parrocchia, è scritto “Charitas Christi urget nos” a caratteri cubitali. La carità ci rende inquieti – ha proseguito l’Arcivescovo. L’amore di Cristo! Attenzione a rammentarlo soprattutto oggi, in cui rischiamo di trasformare il Vangelo e la fede in un’opera sociale. Noi siamo Cristiani e portiamo sulla fronte il sigillo di Cristo da cui siamo “inquietati”.
Al termine della funzione i fedeli hanno seguito il Cardinale alla porta della Chiesa per la benedizione della nuova facciata. Un lancio di palloncini ha simpaticamente resa ancor più festosa la giornata.
Il Card. Angelo Bagnasco ha poi visitato la mostra di Don Erasmo allestita a scopo benefico, ha preso parte al rinfresco preparato egregiamente dai parrocchiani, ed è rimasto a pranzo con i sacerdoti diocesani e orionini insieme a un centinaio di poveri nel salone – mensa del Paverano. Ha concluso la sua visita alle 15, passando prima tra gli oltre 150 parrocchiani presenti nell’oratorio. Queste voci allegre – sono state le parole del Cardinale salendo in macchina – mi fanno proprio piacere.

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Giovedì, 18 Maggio 2017

Tortona - Festa di San Luigi Orione

Martedì 16 maggio, presso la Basilica Santuario “Madonna della Guardia” di Tortona è stata celebrata con grande solennità la festa liturgica di San Luigi Orione. Al mattino sono state celebrate tre Sante Messe, alle 8:00 presieduta da Mons. Pier Girgio Pruzzi, Direttore del settimanale diocesano Il Popolo il quale nell’omelia ha lasciato questo pensiero ai fedeli: “Guardiamo e imitiamo l’entusiasmo di Don Orione che ebbe una fede intrepida e chiediamogli di aiutarci ad essere coerenti alla nostra vocazione cristiana”. Alle ore 9.30 la Santa Messa “di famiglia” presieduta dal Direttore Provinciale Don Aurelio Fusi con la particolare presenza delle opere di carità orionine in Tortona, i bambini del Piccolo Cottolengo e gli anziani della Casa di Riposo del Centro “Mater Dei”. Don Aurelio nell’omelia ha sottolineato nelle parole di Don Orione come dev’essere fondamentale anche nella vita nostra ricercare la carità: “i poveri, gli umili, i deboli, gli anziani, questi sono il segreto, l’amore, il cuore, la gioia, il calore che Don Orione ha trovato in tutta la sua vita mettendo in pratica le parole di Paolo ai Corinzi: non ha cercato la vana gloria o altre qualità che sono dono dello Spirito ma è andato al cuore ed esattamente alla carità”. Alle 11:00 in Santuario la Santa Messa dedicata ai bambini e ragazzi delle Scuole della Città, presieduta da Don Pietro Sacchi, animatore vocazionale e membro della pastorale giovanile. Nel pomeriggio il suono delle campane a festa hanno richiamato e sottolineato maggiormente quanto si avvicinava il momento celebrativo più alto: la Divina Liturgia presieduta da Sua Beatitudine il Patriarca della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina Svjatoslav Shevchuk.

Clicca QUI per l'audio delle omelie e articolo completo. A fondo pagina il video.

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Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2018

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