"Eleviamo il nostro spirito a tutto ciò che è alto, bello, buono, vero e santo."
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Giovedì, 29 Ottobre 2015

La nostra patria è nei cieli

C'è chi la chiama notte di Halloween e non vede l'ora di scatenarsi tra balli, maschere, vampiri, streghe e zucche. Per i cristiani, però, la sera del 31 ottobre è prima di tutto e soprattutto la notte dei Santi. Molti giovani e molte famiglie cristiane sentono l'esigenza di ribadire la necessità di richiamare il senso cristiano di questa festa e non restare culturalmente passivi.

Ma se Halloween è un fenomeno culturalmente complesso, anche la risposta cristiana deve essere complessa, basata su conoscenza, informazione, consapevolezza dei rischi che un'eccessiva leggerezza e superficialità possono causare a giovani e bambini più fragili e sensibili. In questa occasione, il cristiano è chiamato a vivere la realtà per comunicare autenticamente la fede, come dice Mons. Ettore Scola nella lettera pastorale rivolta alla Chiesa di Milano.

Pubblichiamo qui di seguito due articoli e due video di riflessione e meditazione a riguardo delle imminenti celebrazioni di Tutti i Santi.

 

Intervista a don Aldo Buonaiuto sui pericoli della “notte delle streghe       

Le strade, i negozi e le case si colorano di arancione, gli ortofruttivendoli sono insolitamente provvisti di zucche per Halloween, i bimbi si vestono da mostri, zombies e streghe, mentre la Chiesa cattolica si prepara a celebrare tutti i Santi e commemorare i cari defunti, e lancia l’allarme rischi, per Halloween, soprattutto per i giovani. Quella che è dai più considerata una festa alla moda, allegra e divertente, una specie di carnevale a tinte noir, è invece un fenomeno oscuro e inquietante e un’occasione di reclutamento di adepti dell’occulto. Per i satanisti, è la ricorrenza più importante dell’anno, il compleanno del principe del male.

Don Aldo Buonaiuto, sacerdote esorcista, antropologo, demonologo, coordinatore del Servizio AntiSette della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi e del numero verde di aiuto alle vittime dell’occultismo e del satanismo (800228866), ha scritto un libro dedicato al tema: “Halloween. Lo scherzetto del diavolo” (Sempre Comunicazione, 10,00 euro). Sarà presentato all’Università Europea di Roma, giovedi 29 ottobre, a partire dalle ore 16. Interverranno, con l’autore: il nuovo arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Maria Zuppi, il presidente dell’Associazione internazionale esorcisti, padre Francesco Bamonte; il segretario nazionale del Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris), Giuseppe Ferrari; il coordinatore nazionale del Rinnovamento dello Spirito, Mario Landi; il giornalista Carlo Climati, esperto in tematiche giovanili. Porterà il saluto all’assemblea il rettore dell’ateneo, padre Luca Gallizia. Modera l’incontro, il direttore editoriale di “interris.it”, Angelo Perfetti. Uno schiaffo a chi banalizza un fenomeno con molti rischi.

Don Aldo Buonaiuto, perché un libro su Halloween?
“È un libro per informare, educare e prevenire i pericoli, un sussidio per genitori ed educatori, per catechisti e per sacerdoti, oltre che per i ragazzi, affinché ci sia consapevolezza sui significati dei simboli occultistici e satanici di questo carnevale dell’horror, che non deve essere banalizzato. Coloro che pensano che il fenomeno sia riconducibile soltanto agli aspetti divertenti e modaioli, delle maschere e dei momenti di svago, dovrebbero sapere invece che dietro questa pseudo-carnevalata c’è nascosto il mondo oscuro dell’occulto e del satanismo. Si tratta di una celebrazione magico-esoterica ed è l’occasione per adescare vittime nelle sette”.

Non è, insomma, una specie di “carnevale” a tema. Quali sono i significati nascosti?
“La tradizione del ‘dolcetto o scherzetto’ nasconde qualcosa di ben più serio e inquietante di quanto possa sembrare all’apparenza. Nell’antico culto pagano dei druidi, trick or treat significava ‘maledizione o sacrificio': l’obbligo di offrire doni ai sacerdoti del dio della morte per evitare vendette dall’aldilà. Attraverso questa cosiddetta moda festaiola si diffonde il piacere per l’orrore come normale, la seduzione del macabro, l’attrazione per la morte invece che per la vita. Viene dissacrato il senso della morte. Come ho scritto nel libro, allora, lo scherzetto del diavolo è un dolcetto mortale per l’anima. In occasione di Halloween, i giovani sono iniziati ad adorare mostri che grondano sangue, figure di morti che vagano sulla terra senza pace, e compiono sacrilegi in forma di gioco, mentre i servitori del principe del male si rendono responsabili di reati terribili, come uccisioni, anche di neonati, violenze fisiche e morali.  I cristiani non possono essere complici, neppure indiretti, di questa operazione commerciale dai tratti neo-pagani e anticristiani”.

È anche un’operazione commerciale…
“C’è certamente l’aspetto del business commerciale. Un’operazione perfettamente riuscita, grazie all’impiego della pubblicità e dei mezzi di comunicazione, a servizio degli interessi delle multinazionali, che spingono molto sulla divulgazione di questa moda, per vendere i loro prodotti. Grazie a Internet e alla globalizzazione, è diventato uno degli appuntamenti di massa più seguiti, soprattutto dal pubblico giovanile. In Europa, gli incassi della “notte delle streghe” superano ormai i 400milioni di euro. Ma non è questo l’aspetto prevalente.  Per i satanisti, Halloween è il compleanno del principe del male. In questa ricorrenza si praticano riti tenebrosi e si commettono reati. Ma anche se così non fosse, e davvero prevalesse l’interesse economico, sarebbe comunque la vittoria di mammona su Dio. In ogni caso, si tratterebbe di un fenomeno dannoso, sul piano sociale, antropologico e culturale: una proposta di disvalori, legati ad una concezione materialistica e utilitaristica della vita e del piacere. Ed è una dissacrazione della vera festa, cristiana, del culto dei Santi, della devozione per uomini e donne che hanno cercato di imitare l’esempio perfetto di Gesù nell’amore per il prossimo e nel rispetto dei comandamenti divini”.

Quali valori della tradizione cristiana rischia di oscurare?
“Per molti, Halloween vuol dire vetrine addobbate allegramente, con maschere e mostri umani. Ma è qualcosa di più pericoloso, di un evento folcloristico. È un fenomeno anticristiano, che oscura la nostra tradizione liturgica. Esalta una ‘cultura di morte’, il gusto dell’orrido e del macabro. Volti deformati, facce sanguinanti, prendono il posto dei volti splendenti dei santi. Gli zombies, i morti che vagano senza pace, intrappolati tra i due mondi, dei viventi e dei trapassati, si sostituiscono ai cari parenti e amici, persone vere, che ci hanno preceduto nell’aldilà e attendono la Resurrezione. Faccio un appello, dunque, ai catechisti, ai sacerdoti, agli insegnanti di religione: impegniamoci a festeggiare degnamente i nostri Santi! Facciamo conoscere ai ragazzi il volto splendido degli eroi di Dio”.

Come festeggiare degnamente il primo e il 2 novembre, dunque?
“L’alternativa ad Halloween è la gioia della liturgia cristiana, delle cerimonie di preparazione alla festa di Ognissanti, pregando insieme in famiglia, recitando il rosario, partecipando alla Santa Messa, riscoprendo le vite esemplari dei Santi e l’Amore trionfale di Dio, vivendo attivamente la celebrazione eucaristica e andando a fare visita ai cari defunti al cimitero. Quale evento più bello che leggere insieme e meditare la vita dei Santi, contemplando il volto splendente di Gesù, invece delle facce mostruose di scheletri, di zombies, di anime dannate, che non esorcizzano la morte ma la esaltano, sponsorizzando ciò che vi è di più brutto nel mondo: il dolore, la sofferenza, l’inquietudine, la violenza, la morte. Non abbiamo bisogno di maschere brutte e orride, ma di testimoni dell’Amore di Dio e della bellezza della Verità”.

Riti pagani e cuore cristiano, tratto dal saggio di Igino Giordani - Segno di Contraddizione

L’anno era l’834, quando papa Gregorio IV decise di spostare la festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre. Fu una scelta ponderata. L’obiettivo era infatti quello di rimuovere i retaggi pagani di alcune popolazioni che culminavano proprio la notte del 31 ottobre, con il capodanno celtico. Festa che veniva definita di All Allows Even, ossia del tutto è permesso, persino che i morti potessero tornare in vita. Oggi, a distanza di secoli dal gesto di Gregorio IV, la festa di Halloween è entrata nella nostra vita, quasi senza che ce ne accorgiamo. In questa prospettiva rileggiamo questo brano di Igino Giordani in cui con poche eloquenti pennellate differenzia la religiosità pagana da quella del Vangelo.

La pratica della magia, che era la forma di religione popolare più diffusa, consisteva nel captare, con formule d’incantesimo, un dio, e asservirselo, come esecutore di proprie voglie: vendette, innamoramenti, affari...

Cristo comandava invece l’offerta del cuore, cioè un sacrificio sostanziale dell’intero essere; uno svellersi da sé per darsi a lui, portando l’affezione sinora raccolta sul proprio io a un Altro fuori e sopra di sé, e non per mezz’ora, alle date dei fasti, con sacrificio di volatili o mammiferi, compiuto secondo un rito fisso; ma in tutti i momenti della giornata e con spontaneità. Il centro di affetti era trasferito dall’uomo a Dio: i rapporti capovolti. Conseguentemente i campi, i negozi, la donna, la patria, le cariche, tutto era subordinato a Dio; gli uomini e le loro cose erano ricondotti a lui, come a origine e fine; la sua legge soverchiava e abrogava quella umana quando questa non fosse discesa ordinatamente da essa.

Lo svuotamento che il cristiano doveva fare di se medesimo per colmarsi del timore e dell’amore di Dio era una rinunzia pazza pel paganesimo in cui l’uomo serviva se stesso subordinandosi la stessa idolatria. Il pagano faceva i suoi dèi simili a sé, prestando loro le sue passioni, nomi e storia; i cristiani si facevano simili, in certa misura, a Dio, seguendone la legge. […]

Per valutare la spiritualità dell’una in confronto al materialismo dell’altra, basti rammentare che la salute cristiana era salvezza dal peccato; e quella pagana era salvezza dal destino. Veramente, l’astro di Betlemme fugava lo Zodiaco, da cui pareva abbrutita la coscienza degli uomini”.

Chiamati a sottolineare l’universalità della santità, il rettore della Basilica Santuario "Madonna della Guardia" di Tortona, don Renzo Vanoi, ci presente due video riflessioni, pubblicati qui a fondo pagina.

 

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Pubblichiamo una nota di Don Flavio Peloso sulla Relazione finale del Sinodo sulla Famiglia 2015 che analizza quanto realmente emerso dal Sinodo in Vaticano e quello invece trasmessoci dal Sinodo mediatico.

Impegnato nella visita negli USA e a Madrid, ho seguito poco lo svolgimento del Sinodo sulla Famiglia. Ho almeno letto i lanci di agenzie laiche e cattoliche e brevi resoconti. Gli articoli “laici” (o di fede laicista) erano per lo più incentrati sul tema della comunione ai divorziati risposati. Le notizie provenienti dai mass media cattolici erano di più ampio interesse: comunione ecclesiale, dialogo con i problemi del mondo – compreso quello dei divorziati risposati civilmente –, nuove risposte e continuità dottrinale.

L’agenzia ANSA, capofila della lettura e della diffusione delle notizie in Italia, ha subito titolato: Sinodo, ostia a divorziati passa con 1 voto di scarto. La Repubblica: Sinodo, comunione ai divorziati: "Si deciderà caso per caso".  Panorama: Sì "caso per caso" alla comunione per i divorziati. La Stampa: Comunione ai divorziati, sì ma per un solo voto.

“Ma dove sta scritto?”, mi sono chiesto scorrendo, all’una di notte a Madrid, la Relazione finale del Sinodo. Non ho trovato alcuna menzione al tema dell’ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati. Se non si parla di questo significa anche che questo preciso argomento non è stato nemmeno messo ai voti. Infatti, a passare con 1 voto in più della maggioranza dei 2/3 è stato il n.85 della Relazione, dedicato al “discernimento nella pastorale dei divorziati risposati”.

Al fatto che ci sia stato un Sinodo vero, in Vaticano, e un sinodo parallelo, sui mass media, ha fatto riferimento il card. Georges Pell, prefetto per la Segreteria per l’Economia, intervenuto ieri 27 ottobre all'inaugurazione dell’anno accademico 2015-2016 del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per gli studi su matrimonio e famiglia.
Il card. Pell ha detto: “Alcuni pensavano che il recente Sinodo, più in particolare il ‘Sinodo parallelo’, quello che potremo definire il ‘Sinodo mediatico’, avrebbe in pratica permesso ai cattolici divorziati e civilmente risposati di accostarsi alla Santa Comunione. Chiaramente il testo del Sinodo che è stato approvato non fa alcuna menzione alla comunione ai divorziati risposati civilmente. Alcuni non sono rimasti soddisfatti di questo risultato, e non siamo sorpresi nell’apprendere che il Sinodo parallelo dei media abbia proclamato rapidamente che la Chiesa si è aperta a tale possibilità quando il testo non dice nulla del genere”.

Purtroppo, anche nel mondo cattolico, molti hanno avuto le notizie del sinodo mediatico e non di quello celebrato in Vaticano. Per sapere cosa ha scritto il Sinodo reale, basta leggere, qui sotto, i numeri 84-86 della Relazione finale del Sinodo che trattano della pastorale dei divorziati risposati.
Una volta si diceva che spesso il “traduttore è traditore”. Oggi vale anche per chi traduce i fatti in notizie.
Andiamo alla fonte, al testo del Sinodo, senza bere notizie inquinate. Forse anche per questo, per evitare le chiacchiere, Papa Francesco ha deciso che si pubblicasse immediatamente il documento finale e anche l'esito delle votazioni.

84. I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità.

85. San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido» (FC, 84). È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.
Inoltre, non si può negare che in alcune circostanze «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla «imputabilità soggettiva» (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.

86. Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa.

Del Sinodo, della sua Relazione finale e di questi numeri 84-86, vorrei evidenziare due indicazioni preziose e che richiedono seria riflessione e attuazione da ciascuno di noi.

E’ detto a tutti, ai sacerdoti e ai divorziati e risposati e a tutti i fedeli che “la logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale” e che, pertanto, “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo” (n.84). Chi ama la Chiesa non può non soffrire e non operare per la comunione dei tanti cristiani coinvolti nello scisma silenzioso delle famiglie di cristiani risposati civilmente o in altre situazioni non conformi alla dottrina evangelica.

Il secondo orientamento è quello di “ben discernere le situazioni” e, quindi, di “accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento”, perché si deve “riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi” (n.85). Detto questo, il documento aggiunge, al n.86, che “questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa”.

Di fronte alle affermazioni del sinodo mediatico circa gli opposti partiti e circa vinti e vincitori, il card. Pell ha detto che nel sinodo reale “La Chiesa ha vinto. Ora dobbiamo andare avanti insieme”.

E, soprattutto, dobbiamo aspettare che le conclusioni del Sinodo – in altri sinodi tenute riservate e questa volta subito pubblicate - siano assunte e comunicate autorevolmente da Papa Francesco, al quale la Relazione finale è principalmente diretta.

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Mercoledì, 28 Ottobre 2015

Dialogo tra religioni

Udienza generale “interreligiosa” oggi 28 ottobre 2015, in Piazza San Pietro in occasione del 50mo anniversario della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. L’evento si è svolto per espresso desiderio di Papa Francesco. Il Pontefice ha incontrato fratelli e sorelle di diverse religioni e i partecipanti al Convegno internazionale organizzato per l’occasione dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in collaborazione con la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e alla Pontificia Università Gregoriana. L’udienza generale interreligiosa è un’occasione per ringraziare Dio dei frutti già raccolti sul cammino del dialogo percorso in questi cinquant’anni e per invocare la benedizione del Signore sul cammino che resta da percorrere.
“Nelle Udienze Generali – ha esordito infine Papa Francesco - ci sono spesso persone o gruppi appartenenti ad altre religioni; ma oggi questa presenza è del tutto particolare, per ricordare insieme il 50° anniversario della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate sui rapporti della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. Questo tema stava fortemente a cuore al beato Papa Paolo VI, che già nella festa di Pentecoste dell’anno precedente la fine del Concilio, aveva istituito il Segretariato per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Esprimo perciò la mia gratitudine e il mio caloroso benvenuto a persone e gruppi di diverse religioni, che oggi hanno voluto essere presenti, specialmente a quanti sono venuti da lontano”.
Ricordiamo che il 28 ottobre 1965 i Padri conciliari approvavano con 2221 voti favorevoli, 88 voti contrari e 1 voto nullo il Decreto Nostra aetate. Significativamente, nella stessa data, venivano approvati i Decreti Optatam Totius, Perfectae Caritatis, Christus Dominus e la Dichiarazione Gravissimum Educationis.
Come affermò il Beato Papa Paolo VI: “ (…) Venerabili Fratelli, per questo siete venuti, ed ecco che questi Atti conclusivi del Concilio ce ne danno esperienza: la Chiesa parla, la Chiesa prega, la Chiesa cresce, la Chiesa si costruisce”
Papa francesco oggi conclude così:
"Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione. Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose”.
“Cari fratelli e sorelle, quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa! Possa la nostra preghiera – ognuno secondo la propria tradizione – possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità. Grazie”.

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Anche l’EXPO celebra il 27 ottobre con un evento interreligioso dal titolo: “Le religioni cibo dello spirito”, a cura dell’Arcidiocesi di Milano, del Padiglione della Santa Sede all’EXPO e del Forum delle religioni di Milano. L’idea è quella di rievocare quello “spirito di Assisi” del 1986, quando, rappresentanti di confessioni e religioni diverse, invitati da Giovanni Paolo II, si ritrovarono nella cittadina umbra in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace. Cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, induisti e buddisti si confronteranno su vari aspetti delle relazioni umane (uomo-Dio; uomo-creato; uomo-lavoro; uomo-uomini; uomo-corpo). A fare da cornice alla manifestazione saranno brani tratti dall’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”.
Il programma prevede una marcia, in ricordo dell’incontro di Assisi, che partirà alle 16.30 dal Media Center di EXPO e si concluderà al Conference Center, dove è previsto l’evento celebrativo.

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Domani, 27 ottobre 2015 sarà la XIV Giornata Nazionale del Dialogo Cristiano-Islamico; la Giornata per il Dialogo Cristiano-Islamico è un’iniziativa ideata nel 2001, all’indomani della strage delle Torri Gemelle, per unire le comunità religiose nella lotta contro il clima di incomprensione e di fondamentalismo tra musulmani e cristiani.
Da allora, ogni anno, numerosi eventi vengono promossi in tutta Italia per affermare con chiarezza che la violenza, i conflitti travisano e deturpano il volto di Dio misericordioso e benevolo. Inoltre l’obiettivo di questa giornata è di promuovere il dialogo tra il cristianesimo e l’Islam, senza ovviamente la perdita d’identità, né cedimento a un facile sincretismo. Il dialogo risponde alle profonde ragioni dell'amore. Oggi più che mai, l'amicizia tra i credenti deve resistere alle difficoltà, facendo fronte comune nella promozione della pace, della giustizia e dei valori comuni, a servizio di un mondo più giusto e più umano. Come ha scritto Giovanni Paolo II nel suo messaggio all'incontro interreligioso di Lisbona del settembre 2000: "il dialogo invita tutti a irrobustire quell'amicizia che non separa e non confonde. Dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino, perché gli uomini e le donne di questo nostro mondo, a qualsiasi popolo e credenza appartengano, possano scoprirsi figli dell'unico Dio e fratelli e sorelle tra loro."
Il tema scelto quest’anno “dall’accoglienza alla convivenza pacifica” si richiama evidentemente al grande problema dell’immigrazione. Con grande sofferenza dobbiamo constatare che il Mediterraneo, che da millenni è stato luogo di incontro fra le diverse civiltà che vi si affacciano, si è trasformato in un immane cimitero. Pertanto è urgente il coinvolgimento di tutte le istituzioni, ad ogni livello, per una seria politica dell’accoglienza, ma anche per un processo di integrazione, che permetterebbe una convivenza pacifica e feconda.
L’appello redatto dai promotori recita: “Cristiani e musulmani, lo diciamo da sempre, hanno profonde radici comuni. Già lo scorso anno ne abbiamo indicate due, quelle della misericordia e della compassione. Islam e Cristianesimo sono religioni di pace. E per costruire un mondo di pace c’è bisogno che le due religioni mondiali maggioritarie sappiano riscoprire le comuni radici di pace in tutte le loro molteplici declinazioni. Quest’anno vogliamo indicare alle comunità cristiane quelle dell’accoglienza dello straniero, del rifugiato, dell’aiuto ai poveri, agli ultimi della società, per costruire la convivenza pacifica”.

Clicca QUI per leggere e scaricare uno studio introduttivo sul dialogo islamo-cristiano a cura di don Gino Battaglia.

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Domenica, 25 Ottobre 2015

Sinodo concluso, eccone i frutti

“Che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?”. Attorno a questa domanda il Papa ha articolato il suo discorso alla conclusione del Sinodo. “Certamente - la risposta - non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto”.

“Sicuramente - ha proseguito Francesco - non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia. Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana. Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo”.

"Superare l’ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile”. È uno dei significati del Sinodo, nel discorso di chiusura pronunciato dal Papa. “Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente - e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli - hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa moduli preconfezionati, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi”.

“Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa”, ha detto Francesco: “Annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici”. Senza, però, “mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri”, ma cercando “di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che tutti gli uomini siano salvati”, ha detto il Papa inserendo il Sinodo nell’Anno straordinario della misericordia.

“Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore”. Lo ha ribadito il Papa, che nel discorso di chiusura del Sinodo ha citato i suoi predecessori - Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI - e i loro pronunciamenti magisteriali sulla famiglia, per ricordare che è lo Spirito Santo “il vero protagonista e artefice del Sinodo”. “Per tutti la parola famiglia non suona più come prima, al punto che in essa troviamo già il riassunto della sua vocazione e il significato di tutto il cammino sinodale”.

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Nell’ultima domenica dell’ottobre missionario proponiamo la celebrazione dei Vespri seguendo la Liturgia delle Ore propria del tempo, ma modificando antifone, lettura breve, responsorio e intercessioni al fine di pregare in chiave missionaria.

Scarica QUI il file

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All'inizio della sessione plenaria del Sinodo, ieri pomeriggio, Papa Francesco ha dato un annuncio ai padri, confermando la nascita di una nuova Congregazione vaticana che accorperà i pontifici consigli per i laici e per la famiglia attualmente guidati rispettivamente dal cardinale Stranislaw Rylko e dal vescovo Vincenzo Paglia. La Congregazione avrà dei collegamenti con la Pontificia accademia per la vita, che però non verrà assorbita dal nuovo dicastero, in quanto ente a se stante al cui interno collaborano anche esponenti di altre confessioni religiose e non credenti.

«Ho deciso di instituire un nuovo dicastero con competenza sui laici, la famiglia e la vita, che sostituirà il Pontificio Consiglio per i laici e il Pontificio Consiglio per la famiglia, e al quale sarà connessa la Pontificia Accademia per la vita - ha detto Francesco - A tale riguardo ho costituito un’apposita commissione che provvederà a redigere un testo che delinei canonicamente le competenze del nuovo dicastero, e che sarà sottoposto alla discussione del Consiglio di cardinali, che si terrà nel prossimo mese di dicembre».

Il Papa accoglie così il suggerimento del C9, il consiglio dei cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale. Di questa soluzione si parlava già dalla fine del 2013, ma negli incontri degli ultimi mesi che il progetto è stato esaminato e definito.

Si tratta di un ulteriore passo della riforma della Curia. Un disegno che non vede la luce tutto di un colpo, ma procede a pezzi: prima con la nascita della Segreteria per l'Economia, poi con la definizione della Segreteria per le comunicazioni e ora con la creazione della nuova Congregazione specificamente dedicato alla famiglia e ai laici.

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Giovedì, 22 Ottobre 2015

San Giovanni Paolo II

Per ricordare il Pontefice polacco, canonizzato da Francesco il 27 aprile 2014, la Chiesa ha scelto il giorno in cui iniziò il pontificato, il 22 ottobre 1978, quando fece risuonare il suo invito a tutti gli uomini di far entrare Gesù nella vita quotidiana di ciascuno: "Non abbiate paura: aprire, anzi spalancate le porte a Cristo!"

Canonizzato lo scorso 27 aprile insieme a Giovanni XXIII, la sua festa è stata iscritta nei mesi scorsi nel Calendario romano generale, insieme a quella di Roncalli, con un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. «Considerata la straordinarietà di questi Sommi Pontefici nell’offrire al clero e ai fedeli un singolare modello di virtù e nel promuovere la vita in Cristo», si legge nel decreto, «tenendo conto delle innumerevoli richieste da ogni parte del mondo, il Santo Padre Francesco, facendo suoi gli unanimi desideri del popolo di Dio, ha dato disposizione che le celebrazioni di S. Giovanni XXIII, papa, e di S. Giovanni Paolo II, papa, siano iscritte nel Calendario Romano generale, la prima l’11, la seconda il 22 ottobre, con il grado di memoria facoltativa». Per questo, prosegue il testo del decreto, «la Chiesa oggi li venera con grande fervore, fulgidi per l’esemplarità di vita, per l’eccellenza della dottrina e per quella “scienza d’amore” che promana dall’illuminazione dello Spirito attraverso l’esperienza dei misteri di Dio, e, dopo avere goduto del fruttuoso sostegno della loro sollecitudine pastorale, si rallegra ora di averli come suoi intercessori spirituali».
"Non abbiate paura!"

Nei testi per la Messa in onore di san Giovanni Paolo viene riportato proprio uno stralcio dell'omelia della messa d'inizio pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!».

Un pontificato di grandi numeri

Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo - espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese - sono stati 104.

Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche.
A Papa Giovanni Paolo II si ascrivono anche 5 libri: "Varcare la soglia della speranza" (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); "Trittico romano", meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); "Alzatevi, andiamo!" (maggio 2004) e "Memoria e Identità" (febbraio 2005).

Papa Giovanni Paolo II ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio. Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).

Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

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Giovedì, 22 Ottobre 2015

Expo 2015 - Non di solo pane

Expo 2015: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Eccoci arrivati all’ultimo mese: durante questi mesi, ha trovato spazio ed espressione anche la Santa Sede, la Conferenza episcopale italiana e la Diocesi di Milano. L’Eucarestia è o non è il cibo che ha da sempre nutrito il nostro pianeta e ha fornito energia per la vita?

Il cibo rappresenta l’elemento cardine della vita di ogni singolo individuo: un concetto, in primo luogo, correlato a quello di sopravvivenza; poi a quegli ambiti prettamente sociologici, culturali, psicologici e religiosi. Il cibo è anche consumo, così come forma di spreco. Ogni giorno, vengono sprecate tonnellate di derrate alimentari che potrebbero essere utilizzate per realizzare la grande utopia di tutti i tempi: “Combattere la fame nel mondo”. Ma cosa significa realmente: “Nutrire il pianeta”? Tantissimi sono i temi che ruotano intorno all’Expo 2015: “La valorizzazione delle tradizioni alimentari, la preservazione della bio – diversità, la prevenzione di grandi nuove malattie come l’obesità o delle patologie cardiovascolari, per arrivare a parlare della desertificazione dei terreni e delle foreste, delle siccità e dell'impoverimento dei fiumi e dei mari”. Tutte queste tematiche non sembrano dare spazio alla spiritualità e all’individuo in sé e per sé. All’Expo 2015 è presente un padiglione della Santa Sede che ha come slogan: <<Not by bread alone - Non di solo pane». In un articolo pubblicato sul giornale Avvenire, intitolato “Expo, un padiglione per la Chiesa” viene scritto che sono quattro gli ambiti su cui insiste la riflessione proposta dalla Chiesa all'Expo:

1) Un giardino da custodire: la tutela del creato, con tutte le sue risorse, dono elargito dal Creatore all’umanità, che non va sprecato, depredato e distrutto.
2) Un cibo da condividere: il valore universale della condivisione e della solidarietà, espresso in ambito cristiano da molteplici istituzioni che hanno attuato questo comandamento dell’amore fraterno.
3) Un pasto che educa: l’ambito educativo è fondamentale per formare le giovani generazioni a una cultura della relazione umana centrata sull’essenziale e non sullo spreco consumista (delle cose e delle persone).
4) Un pane che rende Dio presente nel mondo: la dimensione tipicamente religiosa e cristiana dell’Eucaristia, la mensa della Parola e il Pane di vita, “fonte e culmine” di tutta l’esistenza cristiana.
Per quanto i primi tre punti siano stati affrontati e ribaditi più volte, l’aspetto prettamente eucaristico non è stato compreso perfettamente. Oggi come oggi, a causa del processo di laicizzazione, si pensa all’Eucarestia come ad una pura formalità. “Sei sciocco a credere che quel pezzo di pane rappresenti il corpo di Cristo” viene affermato più volte da chi non crede nell’Eucaristia. Eppure, oltre che cibo per il corpo, l’Eucarestia è cibo dell’anima. L’Europa e l’Italia devono le loro radici e i loro valori a questo Dio che si è fatto uomo e che nel momento dell’Eucarestia è presente in modo completo e in tutta la sua persona in quello che superficialmente può sembrare un pezzo di pane. "Tutto deve essere basato sulla Santissima Eucaristia: non vi è altra base, non vi è altra vita, sia per noi che per i nostri cari poveri. Solo all'altare e alla mensa di quel Dio che è umiltà e carità, noi impareremo a farci fanciulli e piccoli con i nostri fratelli e ad amarli come vuole il Signore” sosteneva san Luigi Orione. Nel corso dei secoli, cosa ha più nutrito il pianeta e fornito energia per la vita se non l’Eucarestia?  Nutrire il pianeta significa prima di tutto: “Nutrire la propria anima”. Quest’ultimo aspetto designa il fatto che non bastano le tante congetture scientifiche e accademiche per “ripulire” questo pianeta. Senza il giusto equilibrio tra sacro e profano, tra scienza e religionee tra corpo e anima, siamo sicuri di aver trovato la retta via per ripulire il pianeta? L’Eucarestia non ha il potere di sfamare i bambini del terzo mondo, ma avendo una propria identità specifica e avendo quel potere – per chi ci crede – di andare oltre le congetture del materialismo, può rappresentare un aspetto non indifferente per salvaguardare il nostro pianeta. L’Eucarestia è un simbolo, una credenza; simboleggia la carità, la solidarietà, la cooperazione per antonomasia. Credere nell’Eucarestia significa riscoprire l’essenza della fratellanza; significa sentirsi un po’ bambini, ma semplicemente per imparare ad avere meno pregiudizi, per sentirsi più innocenti e più veri. L’Eucarestia è un esercizio, un allenamento costante per sentirsi bene; un modo per alimentare l’assetto valoriale, fondamentale per la sopravvivenza di ogni singolo individuo. Insomma, per poter andare avanti e progredire bisognerebbe riscoprire l’essenza delle nostre origini. Se il simbolo dell’Expo è un albero, significa che le sue radici sono rappresentate dall’Eucarestia e che come tali devono continuare ad essere nutrite, con il giusto atteggiamento culturale e valoriale, che vada oltre ogni forma di scetticismo e oltreil processo di secolarizzazione.

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3