"Si può concepire un buon cristiano che non abbia amore e devozione alla nostra dolcissima Madre?"
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Per il Giubileo della Misercordia sarà necessaria la presenza di numerosi volontari, da ottobre sarà possibile candidarsi.
I Volontari del Giubileo sono italiani e stranieri, dai 18 anni in su, che desiderano offrire per un periodo di almeno una settimana  (oppure 4 giorni in occasione dei grandi eventi) la propria disponibilità ad assistere i pellegrini che verranno a Roma da ogni parte del mondo. I Volontari avranno cura di accogliere i pellegrini presso alcuni punti di ritrovo, fornendo indicazioni su tutti i servizi disponibili; accompagneranno i pellegrini lungo percorsi appositamente riservati per accedere alle Basiliche Papali, attraversare la Porta Santa e rimanere in preghiera nelle Basiliche con la dovuta concentrazione, senza distrazioni e secondo i tempi e le modalità previste; e presteranno assistenza per ulteriori servizi eventualmente necessari nelle varie circostanze. I Volontari del Giubileo dovrebbero parlare più d’una lingua per poter assistere i pellegrini che verranno dall’estero, ma dovranno anche tutti conoscere l’Italiano ad un livello sufficiente per poter garantire adeguato coordinamento con i responsabili del servizio, con gli altri volontari e con le forze di Pubblica Sicurezza italiane.
I Volontari del Giubileo dovranno stare fianco a fianco con i pellegrini e rappresentare un punto di riferimento per loro. Ciò richiede non solo spirito di servizio da parte dei Volontari, ma anche delle garanzie sulla loro affidabilità per chi dovrà coordinare il loro servizio.

Per maggiori informazioni vi rimandiamo alla pagina attivata appositamente: clicca QUI

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Riportiamo qui di seguito un articolo pubblicato su Repubblica che ci riguarda da vicino:
L'abbazia del Boschetto con i suoi chiostri se ne sta lì tra il bosco, il traffico di Corso Perrone e lo stabilimento Ansaldo: né dentro né fuori dalla città, un luogo di confine come le vite degli altri che qui hanno trovato una casa. Gli altri: quelli che dovrebbero essere in transito e invece restano, che aspettano e nel frattempo si sono persi. Ci sono le famiglie in attesa di una casa popolare che non arriva, quaranta bambini, padri separati, molti italiani che non hanno più un lavoro e qualche straniero: 140 persone in tutto, che vivono nelle 56 stanze, quattro monolocali e tre appartamenti. Qui, in via Boschetto 29, dove alle spalle c'è davvero il bosco e sotto la città che corre, dove sono custodite le tombe dei Dogi, dei Grimaldi, delle famiglie più facoltose di Genova che tra i cortili benedettini facevano a gara per farsi seppellire. Adesso, in una specie di beffardo contrappasso, ci vivono coloro che nessuno vuole: perché tanti – attraverso i fondi del Comune – prima avevano trovato ospitalità negli alberghi, ma poi nei periodi di alta stagione o durante le manifestazioni per loro non c'era più posto. «Il Comune paga 600 euro a camera al mese, e le famiglie a volte integrano – spiega Alberto Di Feo di Don Orione – noi percepiamo 16 euro al giorno per la camera: il Comune ha pubblicato un bando per cercare soggetti che volessero mettere a disposizione spazi e aggiudicarsi l'appalto. Ma non ha partecipato quasi nessuno, perché il prezzo era troppo basso». Così sono rimasti loro, dell'Opera Don Orione: che dagli anni Cinquanta gestiscono l'abbazia benedettina iscritta all'albo dei monumenti nazionali per la sua bellezza. Hanno iniziato ad ospitare i trasfertisti, che arrivavano dalla Sicilia per lavorare ad Ansaldo e alla Fincantieri: «Oggi l'emergenza delle trasferte è venuta meno – spiega Di Feo – ma la vocazione ad accogliere persone che non hanno una casa è rimasta. E l'emergenza cresce, sempre di più». L'attesa, spesso, si dilata in un tempo indefinito. «Ormai ospitiamo alcune famiglie da tre anni – continuano al Don Orione – sono ancora in attesa dell'assegnazione della casa popolare. Anni fa i tempi non superavano i tre, quattro mesi. Ma oggi il numero delle famiglie in sfratto è aumentato. Così, noi accogliamo le più numerose: perché quelle ristrette si appoggiano ai parenti, mentre chi ha tre o quattro figli non sa proprio dove andare». Ci sono venti famiglie, che vivono al Boschetto, e quaranta bambini. Tanto che la comunità si è allargata, sempre di più: appoggiandosi alla Casa per ferie che si trova sempre nell'Abbazia. La capienza è al limite. «Una famiglia rom si è accampata all'ingresso – spiega Di Feo – così stiamo recuperando un'altra parte in disuso per aggiungere 6 stanze». Da poco, c'è anche l'orto. Dove gli ospiti possono coltivare, rivendere i prodotti.

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Venerdì, 18 Settembre 2015

Il videomessaggio del Papa a Cuba

Grande accoglienza ha ricevuto a Cuba il videomessaggio del Papa trasmesso ieri sera dalle Tv del Paese in occasione del viaggio che inizierà domani nell’isola caraibica. Il video è stato pubblicato sul sito della Conferenza episcopale www.iglesiacubana.net.


Tutti i media ufficiali dello Stato cubano hanno dato ampio risalto alle parole del Pontefice che ha detto di compiere questa missione “per condividere la fede e la speranza” in Gesù. Dall’Avana il servizio di Sergio Centofanti: I canali della Tv statale cubana hanno trasmesso a reti unificate il videomessaggio del Pontefice.


“Mi fa molto bene e mi aiuta molto – ha affermato Papa Francesco - pensare alla vostra fedeltà al Signore e al coraggio con cui affrontate le difficoltà di ogni giorno, all’amore con cui vi aiutate e sostenete nel cammino della vita. Grazie per questa testimonianza così preziosa”. Ciò che voglio dire – sottolinea il Papa - è “un messaggio molto semplice”, ma “importante e necessario: Gesù vi ama moltissimo, Gesù vi ama sul serio. Egli vi porta sempre nel suo cuore, Lui sa meglio di chiunque altro ciò che è necessario a ognuno, ciò cui aspira, qual è il suo desiderio più profondo, come è il nostro cuore”. E “quando non ci comportiamo come si aspetta, sempre ci resta accanto, pronto ad accoglierci, a confortarci, a darci una nuova speranza, una nuova possibilità, una nuova vita”, perché “non ci abbandona mai”. Il Papa ringrazia i fedeli cubani che si stanno preparando con la preghiera per questa visita: “Abbiamo bisogno di pregare” – afferma – di “questo contatto con Gesù e Maria”. La preghiera semplice che stanno ripetendo molte volte al giorno è quella imparata sin da piccoli: “Sacro Cuore di Gesù rendi il mio cuore simile al tuo”.


“E' bello – dice il Papa - avere un cuore come quello di Gesù per saper amare come Lui, perdonare, dare speranza, accompagnare”. Vengo a Cuba – ribadisce il Papa – “come missionario della misericordia” e “della tenerezza di Dio” e per incoraggiarvi “ad essere missionari dell'amore infinito di Dio”. Quindi lancia la sua esortazione: “Che a nessuno manchi la testimonianza della nostra fede, del nostro amore. Che tutto il mondo sappia che Dio perdona sempre, che Dio è sempre accanto a noi, che Dio ci ama”. Alla fine del videomessaggio il Papa affida questo viaggio e tutti i cubani alla Vergine della Carità del Cobre, Patrona di Cuba. Mi recherò al Santuario che la venera – conclude – “come un bambino che desidera arrivare alla casa della madre”.

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Venerdì, 18 Settembre 2015

«Siate sognatori»

"Profezia è capacità di sognare, il contrario della rigidità, i rigidi non possono sognare". Lo ha detto il Papa in un incontro in aula Paolo VI con circa 5.000 giovani consacrati riuniti a Roma per il loro convegno. Papa Bergoglio ha prima ascoltato le domande di Pierre, Maria Giacinta e Sara e poi ha risposto loro, parlando a braccio per circa quaranta minuti.

Il Papa ha parlato di "modo profetico della libertà", "la libertà va unita alla testimonianza e alla fedeltà"; "una mamma che educa nella rigidità, non lascia sognare i figli".

Rispondendo alla domanda di Sara, il Papa ha parlato della "comodità della vita consacrata": "Dobbiamo fare questo, stiamo tranquilli, io compio tutti i comandamenti che devo fare qui, le regole, e sono osservante ma - ha aggiunto - quello che Santa Teresa diceva sull'osservanza rigida e strutturata, quella che toglie la libertà, e quella era una donna libera, tanto libera che è dovuta andare all'Inquisizione".

"C'è - ha aggiunto - una libertà che viene dalla Spirito e c'è una libertà che viene dalla mondanità. Il Signore vi chiama e ci chiama tutti a quello che Pierre (l'altro giovane, ndr) ha chiamato il modo profetico della libertà, cioè la libertà che va unita da testimonianza e alla fedeltà: una mamma che educa i figli nella rigidità, 'si deve fare, si deve, si deve, si deve', e non lascia che i figli sognino, abbiano i sogni, non lascia i figli crescere, annulla il futuro creativo dei figli, i figli saranno sterili, anche la vita consacrata può essere sterile, quando non è proprio profetica, quando non si permette di sognare".

Ha quindi ricordato "Santa Teresa del Gesù bambino, chiusa in un convento, anche con una priora non tanto facile, eh, (e qui scoppiano le risate, ndr) alcuni pensavano che la priora faceva le cose per disturbarla, ma quella suorina di 16, 17, 18, 21 anni, sognava, mai ha perso la capacità di sognare, mai ha perso gli orizzonti, appunto che oggi è la patrona delle missioni, degli orizzonti della chiesa".

"Signore, Ti ringrazio perchè la mia congregazione non è come quella nè come quell'altra". Papa Francesco ha poi utilizzato le parole che nel Vangelo raccontano la preghiera falsa del fariseo per descrivere i sentimenti di quei religiosi che si sentono migliori degli altri e cadono appunto nel fariseismo. "Gesù - ha ricordato ai giovani religiosi - è severo con i farisei che erano gli osservanti dei suoi tempi". "Tutti - ha
spiegato - siamo peccatori, ma non in teoria, in pratica: io ricordo i miei peccati e mi vergogno, ma mai il Signore mi ha lasciato solo, nemmeno nei momenti bui della tentazione e del peccato".

"Perdonatemi se sono un po' femminista ma dovrei ringraziare la testimonianza delle donne consacrate", ha detto in un altro passaggio il Papa, conquistandosi un applauso calorosissimo. "Ma non tutte eh, - ha aggiunto in risposta all'applauso - ci sono anche alcune un po' isteriche, (altro applauso) ma voglio ringraziare la testimonianza, perché avete questa voglia di andare in prima linea, perché siete madri, avete questa maternalità che fa vicina la Chiesa".

"Dico una parola un po' difficile e vi parlo sinceramente - ha proseguito il Papa - uno dei peccati che spesso troviamo nella vita comunitaria è la incapacità di perdono, 'questo me la pagherà, gliela farò pagare', questo è sporcare l'altro, le chiacchiere in una comunità, e l'incapacità di perdono". "Chi chiacchiera - ha aggiunto - butta una bomba sulla
fama dell'altro e distrugge l'altro che non può difendersi". "Così accade che il religioso che ha consacrato la sua vita a Dio diventa terrorista perché butta nella sua comunità una bomba che distrugge".

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Forse un giorno, neppur troppo lontano, avremo un santo, regolarmente canonizzato, come patrono di internet e protettore di tutti i cybernauti. Già comunque adesso abbiamo un valido intercessore in Carlo Acutis, un ragazzo di 15 anni, “patito” di internet come i suoi coetanei, ma a differenza di tanti di loro, convinto che debba diventare “veicolo di evangelizzazione e di catechesi”. Sul web è ancora presente (www.miracolieucaristici.org), la mostra virtuale progettata e realizzata da lui a 14 anni, che sta facendo il giro del mondo e che testimonia come davvero per Carlo l’Eucaristia è stata la sua “autostrada per il cielo”. Già, perché Carlo continua ad essere un mistero: con i suoi 15 anni limpidi e solari, con la sua voglia di vivere e la sua prorompente allegria, ma soprattutto con la sua fede che scomoda ed interpella quella di noi adulti. Nasce il 3 maggio 1991 a Londra, dove i suoi genitori si trovano per esigenze di lavoro. Cresce a Milano, come tutti gli altri, differenziandosi solo per una particolare inclinazione per le pratiche religiose che a 12 anni lo porta alla messa ed alla comunione quotidiana. E non è tutto: di pari passo con l’adolescenza arriva anche il rosario quotidiano e l’adorazione eucaristica, convinto com’è che quando “ci si mette di fronte al sole ci si abbronza… ma quando ci si mette dinnanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi”.
Già, la santità: è il suo chiodo fisso, il suo obiettivo, la molla che lo fa stare in modo “diverso” sui banchi di scuola, in pizzeria con gli amici o in piazzetta per la partita di pallone. Non è geloso del suo “kit per diventare santi”, che regala generosamente a tutti e che, molto semplicemente, contiene: un desidero grande di santità, messa comunione e rosario quotidiano, una razione giornaliera di Bibbia, un po’ di adorazione eucaristica, la confessione settimanale, la disponibilità a rinunciare a qualcosa per gli altri. Per lui, che così tanto desidera la santità, è normale cercare amici in cielo; così nel suo sito internet c’è la sezione “scopri quanti amici ho in cielo”, dove compaiono i santi “giovani”, quelli che hanno raggiunto la santità in fretta e dove include anche la centallese Maria Isoardo, che ha “pescato” probabilmente in internet. Anche lui è convinto di non invecchiare; “Morirò giovane”, ripete, ma intanto riempie la sua giornata di vorticosa attività: con i ragazzi del catechismo, con i poveri alla mensa Caritas, con i bambini dell’oratorio.  Tra un impegno e l’altro trova ancora il tempo per suonare il sassofono, giocare a pallone, progettare programmi al computer, divertirsi con i videogiochi, guardare gli adorati film polizieschi, girare filmini con i suoi cani e gatti. Oltre naturalmente studiare, perché frequenta con profitto (pur senza essere il primo della classe) il liceo milanese “Leone XIII”. Dagli amici è amato, per la ventata di allegria che sa portare nella compagnia, anche se lui non cerca lo sballo come gli altri, sempre misurato e padrone dei suoi sentimenti e dei suoi slanci. Così, anche chi lo avversa e lo deride, finisce per subirne il fascino e per lasciarsi attrarre da lui. Poi, improvvisa come un fulmine a ciel sereno, arriva la leucemia, quella acuta che non lascia scampo, e che lui accoglie con un sorriso, offrendo la sua vita per il Papa e per la Chiesa. Cerca la guarigione perché ama la vita, ma sorride alla morte come all’incontro con l’Amato e perché sa che oltre ad essa non c’è il nulla. Muore il 12 ottobre 2006 e lo seppelliscono nella nuda terra ad Assisi, la città di San Francesco che più di altre ha amato e nella quale tornava così volentieri per ritemprare lo spirito. “Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie”, aveva scritto. Un destino a cui egli evidentemente è sfuggito se, appena trascorsi i cinque anni previsti dalle norme canoniche, la diocesi milanese ha subito dato inizio al processo di beatificazione, mentre in Italia e all’estero cresce la fama e la stima per questo ragazzo che ha cercato la santità in modo straordinario pur nell’ordinarietà della vita dei giovani d’oggi.

Un adolescente del nostro tempo come molti altri, impegnato nella scuola, tra gli amici, grande esperto, per la sua età, di computers. Su tutto questo si è inserito il suo incontro con Gesù Cristo.
Guardando a questo adolescente come a un loro compagno, che si è lasciato sedurre dall’amicizia per Cristo, e proprio per questo ha sperimentato una gioia più vera, i ragazzi saranno messi in contatto con una esperienza di vita che nulla ha tolto alla ricchezza dei giovani anni adolescenziali, ma li ha valorizzati ancora di più.
La testimonianza evangelica di Carlo non è solo di stimolo per gli adolescenti di oggi, ma provoca i parroci, i sacerdoti, gli educatori a porsi degli interrogativi sulla validità della formazione che essi danno ai ragazzi delle comunità parrocchiali e di come renderla incisiva ed efficace.

 

 

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Martedì, 15 Settembre 2015

Da Rebibbia alla Cappella Sistina

Giornata speciale quella trascorsa domenica in Vaticano da un gruppo di 50 detenuti di Rebibbia che hanno visitato in via eccezionale i Giardini Vaticani e la Basilica di San Pietro. Per loro si sono aperte anche le porte dei Musei Vaticani: hanno potuto anche seguire l'Angelus del Papa dall'interno della Cappella Sistina.

La visita, di cui riferisce la Radio Vaticana, è stata quasi un anticipo delle iniziative che saranno previste per i carcerati durante l'Anno giubilare. Una cinquantina di detenuti della sezione penale della Casa di Reclusione di Rebibbia, accompagnati dal direttore Stefano Ricca, hanno visitato stamane Giardini Vaticani, la Basilica e alle 12 si sono ritrovati nella Cappella Sistina, sotto la volta affrescata da Michelangelo, per ascoltare l'Angelus di papa Francesco.

Nel programma della giornata anche una tappa ai Musei Vaticani, con una guida d'eccezione, il direttore ed ex ministro dei Beni culturali Antonio Paolucci. "Sono quelle emozioni che resteranno nel nostro cuore e nella nostra mente per lungo tempo - commenta alla Radio Vaticana il direttore di Rebibbia, Stefano Ricca -. Per i detenuti, chiaramente, questo assume un valore particolare: invece di trascorrere un'ennesima mattinata all'interno dell'istituto penitenziario, poter partecipare a una visita in esclusiva, che ci è stata offerta questa domenica, una giornata che normalmente vede i Musei chiusi, ha commosso i detenuti, che sono partecipi dell'eccezionalità dell'evento".

Uno dei detenuti che hanno preso parte a questa giornata speciale, Carmine, racconta: "Siamo stati accolti in una maniera bellissima: qualcosa che è difficile per un detenuto, nella società; veniamo sempre guardati con un occhio particolare. Invece oggi siamo stati trattati alla pari di una personalità importante. Questa è stata un'emozione per tutti noi."

Dopo aver aperto le porte dei Musei e della Cappella Sistina ai senzatetto lo scorso 26 marzo, ora papa Francesco ha ripetuto il gesto anche per i detenuti. Il Pontefice era stato in visita nel carcere di Rebibbia lo scorso 2 aprile, celebrando la messa del Giovedì Santo e compiendo il rito della lavanda dei piedi a 12 detenuti, per metà stranieri.

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Lunedì, 14 Settembre 2015

Tu sei il Cristo!

«Auspico che i problemi del mondo del lavoro siano affrontati tenendo concretamente conto della famiglia e delle sue esigenze». Lo ha detto Papa Francesco ieri, dopo la preghiera dell'Angelus, salutando un gruppo di insegnanti precari provenienti dalla Sardegna, dopo le polemiche delle scorse settimane sui trasferimenti nel mondo della scuola.

Nella catechesi, il Papa ha commentato il Vangelo nel quale Gesù interroga i discepoli su che cosa dica la gente di Lui, per poi rivolgere la stessa domanda a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, a nome di tutti - ha ricordato Francesco - esclama con schiettezza: «Tu sei il Cristo». Gesù «allora rivela apertamente ai discepoli quello che lo attende a Gerusalemme, cioè che "il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto … venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere"». E qui Pietro si scandalizza. «Prende in disparte il Maestro - ricorda il Papa - e lo rimprovera», venendo a sua volta rimproverato duramente dal Nazareno, che replica: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Gesù, ha spiegato Francesco, «si accorge che in Pietro, come negli altri discepoli – e in ciascuno di noi! – alla grazia del Padre si oppone la tentazione del Maligno, che vuole distoglierci dalla volontà di Dio. Annunciando che dovrà soffrire ed essere messo a morte per poi risorgere, Gesù vuol far comprendere a coloro che lo seguono che Lui è un Messia umile e servitore. È il Servo obbediente alla volontà del Padre, fino al sacrificio completo della propria vita».

Mettersi a seguire Gesù, ha continuato Francesco, «significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del successo o della gloria terrena, ma quello che conduce alla vera libertà, quella che ci libera dall’egoismo e dal peccato. Si tratta di operare un netto rifiuto di quella mentalità mondana che pone il proprio “io” e i propri interessi al centro dell’esistenza. Eh no, quello non è quello che Gesù vuole da noi. Invece Gesù ci invita a perdere la nostra vita per Cristo e il Vangelo, per riceverla rinnovata e autentica».

Decidere di seguire Cristo, osserva ancora il Pontefice, «esige di camminare dietro di Lui e di ascoltarlo attentamente nella sua Parola - ricordatevi di leggere tutti i giorni un passo del Vangelo - e nei sacramenti. Ci sono giovani qui nella piazza ragazzi e ragazze. Io - ha aggiunto il Papa a braccio - soltanto vi domando: avete sentito la voglia di seguire Gesù più da vicino? Pensate, pregate e lasciate che il Signore vi parli».

Dopo l'Angelus, Francesco ha ricordato che ieri, 13 settembre, in Sudafrica viene beatificato Samuel Benedict Daswa, «padre di famiglia, ucciso nel 1990 per la sua fedeltà al Vangelo. Nella sua vita dimostrò sempre grande coerenza, assumendo coraggiosamente atteggiamenti cristiani e rifiutando abitudini mondane e pagane». La sua testimonianza «aiuti specialmente le famiglie a diffondere la verità e la carità di Cristo», ha detto il Papa, aggiungendo: «E la sua testimonianza si unisce a quella di tanti fratelli e sorelle nostre - giovani, ragazzi, anziani, bambini - perseguitati e uccisi per testimoniare Gesù Cristo. Ringraziamoli per la loro testimonianza e preghiamoli di intercedere per noi».

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Sabato, 12 Settembre 2015

Maria! Maria Santissima!

La Chiesa consacra il 12 settembre ad onorare il santo Nome di Maria per insegnarci attraverso la Liturgia e l'insegnamento dei santi, tutto quello che questo Nome contiene per noi di ricchezze spirituali, perché, come quello di Gesù, lo abbiamo sulle labbra e nel cuore.  In questa festa, ricordiamo un testo scritto da Don Orione, un santo innamorato di Maria:
Maria! Maria Santissima! Non sei tu "il secondo nome"? E vi è nome più soave e più invocato, dopo il nome del Signore? Vi è umana creatura, vi è donna, vi è madre più grande, più santa, più pietosa? Le nostre madri passano, muoiono: Maria, Madre delle madri nostre, è la gran Madre che non muore. Sono passati 20 secoli, ed è più viva oggi di quando cantò il Magnificat e profetizzò che tutte le generazioni l'avrebbero chiamata beata.
Maria resta, vive e resta, perché Dio vuole che tutte le generazioni la sentano e la abbiano per Madre. Maria è la gran Madre che splende di gloria e di amore sull'orizzonte del cristianesimo, è guida e conforto a ciascuno di noi: è potente e misericordiosissima Madre per tutti che la chiamano e la invocano. È la misericordiosa e la santissima Madre che sempre ascolta i gemiti di chi soffre, che subito corre ad esaudire le nostre suppliche.
Il Dio che la fece tanto grande: "fecit mihi magna qui potens est" e la fece grande perché la vide umilissima, "quia respexit humilitatem ancillae suae", e la fece grande, piena di grazia, benedetta sovra tutte le donne, tutta pura e immacolata, perché la scelse per Madre, e, perché tale, la vuole sommamente onorata sovra ogni creatura. E l'onore dato a Lei sale al Figlio suo, all'uomo-Dio, a Gesù Cristo Signore Nostro. Questa è la nostra fede in Maria, il nostro culto e il nostro dolcissimo amore aria Santa Madonna, alla Mater Dei.
E noi andiamo a Gesù per Maria. I pastori cercarono Gesù, e lo trovarono nelle braccia di Maria. I Re Magi vennero da regione lontana per cercare il Messia, e lo adorarono nelle braccia di Maria. E noi, o miei figli, noi, poveri peccatori, dove troveremo noi ancora e sempre Gesù? Lo ritroveremo e lo adoreremo, tra le braccia e sul cuore di Maria!

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Nel giorno del ricordo della nascita della Vergine Maria, 4 chierici hanno rinnovato il loro "SI" al Signore, nella Parrocchia Ognissanti di Roma, tanto cara a don Orione.

Alla presenza di tanti confratelli (provenienti da Velletri, dalla Curia, dal Teologico e da Sette Sale) e amici, i chierici Broyo Marius, Liscano Carlos, Luciano Roberto e Preka Paulin, hanno espresso la gioia della loro consacrazione durante la celebrazione eucaristica presieduta dal consigliere generale don Joao Batista de Freitas, che ha voluto sottolineare l'importanza e la bellezza della  sequela, rivolgendo anche un pensiero ai giovani della parrocchia presenti per l'occasione.

Al termine della celebrazione è seguito un momento di festa e condivisione nella sala dell'Oratorio.

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Gesù «imparò la storia umana» nella famiglia di Nazaret e, quando incominciò la vita pubblica, «formò intorno a sé una comunità, una assemblea», una «famiglia ospitale», non una «setta esclusiva, chiusa», dove trovavano posto « Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle».  Papa Francesco ha dedicato l’udienza generale al rapporto tra la famiglia e la comunità cristiana, proseguendo un ciclo di catechesi in vista del sinodo sulla famiglia di ottobre, ed ha indicato ai fedeli la «lezione» di Gesù per sottolineare che la Chiesa deve avere le «porte aperte» e «le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!».

La Chiesa, ha detto il Papa, «cammina in mezzo ai popoli, nella storia degli uomini e delle donne, dei padri e delle madri, dei figli e delle figlie: questa è la storia che conta per il Signore. I grandi eventi delle potenze mondane si scrivono nei libri di storia, e lì rimangono. Ma la storia degli affetti umani si scrive direttamente nel cuore di Dio. Ed è la storia che rimane in eterno. E’ questo il luogo della vita e della fede. La famiglia è il luogo della nostra iniziazione – insostituibile, indelebile – a questa storia. A questa storia di vita piena che finirà nella contemplazione di Dio per tutta l’eternità nel Cielo, ma incomincia nella famiglia! E per questo è tanto importante la famiglia».

Gesù, ha proseguito Francesco, «nacque in una famiglia e lì “imparò il mondo”: una bottega, quattro case, un paesino da niente. Eppure, vivendo per trent’anni questa esperienza, Gesù assimilò la condizione umana, accogliendola nella sua comunione con il Padre e nella sua stessa missione apostolica. Poi, quando lasciò Nazaret e incominciò la vita pubblica, Gesù formò intorno a sé una comunità, una “assemblea”, cioè una con-vocazione di persone. Questo è il significato della parola “chiesa”. Nei Vangeli, l’assemblea di Gesù ha la forma di una famiglia e di una famiglia ospitale, non di una setta esclusiva, chiusa: vi troviamo Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle. E Gesù non cessa di accogliere e di parlare con tutti, anche con chi non si aspetta più di incontrare Dio nella sua vita. E’ una lezione forte per la Chiesa! I discepoli stessi sono scelti per prendersi cura di questa assemblea, di questa famiglia degli ospiti di Dio. Perché sia viva nell’oggi questa realtà dell’assemblea di Gesù, è indispensabile ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana. Potremmo dire che la famiglia e la parrocchia sono i due luoghi in cui si realizza quella comunione d’amore che trova la sua fonte ultima in Dio stesso.

Una Chiesa davvero secondo il Vangelo – ha detto il Papa a braccio tra gli applausi dei fedeli – non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei! E oggi, questa è un’alleanza cruciale. Contro i “centri di potere” ideologici, finanziari e politici – ha proseguito Bergoglio citando un testo contenuto nel volume dei suoi discorsi su vita e famiglia da Papa e da arcivescovo di Buenos Aires pubblicato dal pontificio consiglio per la Famiglia – riponiamo le nostre speranze in questi centri di potere? No! Centri dell’amore! La nostra speranza è in questi centri dell’amore, centri evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione, e anche sul perdono fra noi. Rafforzare il legame tra famiglia e comunità cristiana è oggi indispensabile e urgente».

Le famiglie, ha notato il Papa, «a volte si tirano indietro, dicendo di non essere all’altezza: “Padre, siamo una povera famiglia e anche un po’ sgangherata”, “Non ne siamo capaci”, “Abbiamo già tanti problemi in casa”, “Non abbiamo le forze”. Questo è vero. Ma nessuno è degno, nessuno è all’altezza, nessuno ha le forze! Senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato!» E il Signore «non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo», come fece Gesù alle nozze di Cana: «Tutti dobbiamo essere consapevoli che la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti, la famiglia e la parrocchia debbono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società».

A fine udienza il Papa ha salutato, tra gli altri, i ragazzi della gioventù francescana d’Italia («Sono bravi questi giovani francescani!», ha detto il Papa a commento del loro entusiasmo), e i vescovi del Portogallo in visita ad limina apostolorum. Lunedì prossimo, peraltro, Radio Renascenca, emittente cattolica del Portogallo, manderà in onda un’intervista di un’ora rilasciata ieri da Papa Francesco alla vaticanista Aura Miguel. Secondo le prime anticipazioni, nel corso della conversazione – si legge sul sito specializzato Il Sismografo – il Papa parla a tutto campo affrontando diversi argomenti, tra cui la questione dei rifugiati-migranti, il sinodo d'ottobre, le questioni centrali della famiglia e naturalmente il Portogallo.

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