"Lavoriamo sempre, senza fermarci mai per ingrandire il regno della carità di Gesù Cristo, a salvezza delle anime."
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Venerdì, 06 Maggio 2016

Intervista a Mons. Andrea Gemma

Pubblichiamo l'intervista curata dal chierico, Fabian Pitreti, dell'Istituto Teologico, a seguito di una visita fatta dal Monsignore Gemma allo studentato di via Massimi 143, Roma.

 

Ha conosciuto Don Orione?
 
Fin da bambino - ne ringrazio il Signore - ho conosciuto Don Orione. Nel 1938, sono stato come alunno delle scuole elementari nell'Istituto San Filippo Neri, sulla via Appia Nuova a Roma, accanto alla parrocchia di Ognissanti, fondata da Don Orione stesso, dove, più tardi, sono stato parroco. Frequentando quella scuola ho imparato a conoscere Don Orione grazie a un sacerdote, il maestro di scuola, che era Don Giovanni Vanoli, un sacerdote di Don Orione che era allora semplicemente un chierico. Era studente di teologia e mi ha fatto scuola in terza elementare. In quarta c'è stato un altro sacerdote di Don Orione, don Mario Pannori, e insieme, sono stati per me dei testimoni del carisma orionino. Attraverso di loro io ho conosciuto Don Orione.

Quindi, attraverso questi due religiosi orionini lei è rimasto incantato di Don Orione, desiderando di diventare prete. Quanti anni aveva quando ha deciso di entrare nel seminario?

Ero piccolo. Avevo solamente 9 anni. Eravamo nel 1940. Io ho detto, d'accordo con mia madre, "Voglio farmi prete e voglio farmi prete di Don Orione".  Infatti, quando ho chiesto a mia madre: "Allora posso andare a farmi prete da Don Orione"? Lei mi ha risposto, molto contenta: " Ma sì … figlio mio, vai vai vai". E così, ho chiesto e sono andato in seminario.
Per affrettare i tempi, mi hanno fatto saltare (ride) la quinta elementare e alla fine dell'estate ho dato l'esame di passaggio alla scuola media. Ottimo risultato, e nel 1940 io sono entrato come piccolo aspirante nel seminario che l'opera Don Orione aveva a Colle Giorgi, su in alto, a Velletri. E da quel momento sono entrato nella famiglia di Don Orione. Non sono più uscito e mi trovo molto contento.
 Diventato prete, poi, i superiori mi hanno mandato a studiare a Roma in preparazione al sacerdozio, cioè dal 1954 al 1957. Ho frequentato la Pontificia Università Lateranense e ho dato la licenza in teologia con l’allora bravissimo professore monsignor Antonio Piolanti. Mi ha dato 30 e lode e mi sono licenziato in Sacra Teologia.
Nel 1957 sono stato ordinato prete qui a Roma e subito dopo mi hanno mandato come assistente del seminario che allora era a Grotte di Castro (VT). Poi nel 1959 mi hanno mandato professore di greco e latino a Villa Moffa di Bandito di Bra (CN) dove la Congregazione aveva il noviziato e il liceo classico. Era l'anno 1959. Vi sono rimasto fino a che mi hanno nominato parroco di Ognissanti a Roma nel 1969. Poi il Papa Giovanni Paolo II mi ha voluto vescovo nel 1990. Sono stato ordinato da lui nel 1991 il 6 gennaio, ecco, quest’anno 2016, ho celebrato il venticinquesimo di episcopato, e adesso, aspettiamo l'ultima fase della vita, quella che vorrà il Signore.

Va bene Eccellenza. La ringrazio per questa sua biografia. Come ha detto, una gran parte del suo servizio presbiterale nella Congregazione lo ha svolto nelle case di formazione. Quindi le chiedo: come spiegherebbe lei ai seminaristi, a quelli che iniziano il cammino, o alle persone che sentono per la prima volta parlare di Don Orione, il carisma di questo grande santo del XX secolo? Come ha iniziato Don Orione la sua missione, la sua Congregazione?


 Don Orione è partito con i giovani poi è diventato il prete di tutti; dei più poveri. Io ho scritto ultimamente la biografia di Don Orione, in sei volumi, intitolata: Don Orione il prete degli ultimi, perché Don Orione una volta che ha capito il Cuore di Gesù ha detto “Io non mi chiudo a nessun genere di apostolato” e difatti nel primo capitolo delle Costituzioni - l’unico che egli ha scritto - c’è l'elenco delle opere a cui si sarebbero dovuti dedicare i figli della sua Congregazione: sono ben 54 opere. I figli di Don Orione, secondo il Fondatore si dedicheranno quindi a queste 54 opere. Però alla base, ciò che ha spinto Don Orione a dedicarsi all'apostolato della carità, è il desiderio di portare tutti a Cristo e al Vicario di Cristo. Questo è il carisma di Don Orione: portare tutti, specialmente gli ultimi, ai piedi, diciamo così, del Vicario di Cristo, della Santa Sede. Difatti, Don Orione l'ho ha detto mille volte: “Noi siamo per i poveri e per il Papa. Siamo per i poveri, perché i poveri amino Gesù Cristo e il suo Vicario il Papa”.

Alcuni, per riassumere, il carisma orionino lo nominano nel binomio: Papa e poveri. Cosa significa per un orionino andare incontro ai poveri?

Ecco, qui bisogna specificare. L’orionino, nella parola “poveri” non deve intendere solo una categoria di persone, ma tutte le categorie di poveri, specialmente le categorie più bisognose, sia materialmente che spiritualmente. Quindi, per esempio, la carità intellettuale, a cui io mi sono dedicato scrivendo circa 200 opere, è un'opera orionina di carità intellettuale, di andare incontro ai poveri in spirito e ai poveri nel corpo.  Insegnare, istruire la povera gente, le missioni popolari, tutte queste opere fanno parte del carisma di Don Orione.
Perché fanno parte di una carità “senza confini", carità - per intenderci - come ci sta insegnando Papa Francesco, che comprende tutte le 14 opere di misericordia.
 
Infatti vediamo nella Congregazione delle scuole, dei “Piccoli Cottolengo”, delle case d'accoglienza, dei seminari, delle opere che aprono le porte per i migranti, per tutte le categorie di persone.  

Questo è il bello, è il significativo di Don Orione. Lui ha voluto qualcosa per tutti. Per tutte le categorie. E ha voluto anche le scuole. Purtroppo le due scuole che avevamo in Italia, a Tortona (AL) e a Novi Ligure (AL) ed anche la terza quella del San Filippo, dove ho fatto io le elementari, sono state chiuse. Questa è una brutta cosa.  

Si può indicare una gerarchia come importanza per quello che riguarda il carisma della Congregazione. Cioè, c'è un'opera importante su cui la Congregazione deve tenere lo sguardo e l’impegno?
 
L'apostolato tra i giovani. Quindi le scuole, gli orfanotrofi, i giovani senza nessuno, senza casa. Questo è il cuore del nostro apostolato. Infatti, quando è andato a raccogliere i bambini dopo il terremoto di Messina, Don Orione voleva raccogliere i giovani – lui li chiamava “sole o tempesta dell’avvenire"-  per portarli a Cristo e al suo vicario al Papa e alla Chiesa. (le due lineette siano uguali e staccate)

Nell'ambiente della Romania lei sa molto bene che i cattolici sono minoritari, la maggioranza è formata dalla Chiesa ortodossa e quindi sappiamo molto bene che Don Orione aveva molto a cuore questa realtà dell'ecumenismo. Come vescovo, come prete orionino, come religioso, come ha vissuto questa realtà del carisma orionino e come pensa che in questo momento la Congregazione potrebbe viverla?

Io nella mia diocesi dove sono stato 17 anni < a Isernia - Venafro (IS)> ho cominciato col curare molto le vocazioni sacerdotali. Sono arrivato in diocesi e ho pregato il Signore dicendogli: "Fammi capire se ti piace il mio apostolato episcopale e mandami molte vocazioni sacerdotali”. Quando sono entrato nella mia diocesi molte parrocchie erano scoperte, non avevano il prete. Quando ne sono uscito tutte le mie parrocchie erano coperte e alcuni avevano non solo un prete, il parroco, ma anche il prete viceparroco, il secondo prete. E quindi ho ringraziato il Signore.  
In questo modo il Signore mi ha dimostrato che nell'opera di Don Orione non ci sono soltanto le grandi case di carità quelle che Don Orione chiamava Piccoli Cottolengo ma ci sono le scuole, ci sono gli oratorii e ci sono gli orfanotrofi, ci sono i collegi e tutto quello che riguarda l'apostolato giovanile. Per esempio in Diocesi abbiamo creato quello che poi è diventata la Giornata Mondiale della Gioventù una specie di giornata della gioventù, prima ancora che la istituisse il Papa, radunando in un giorno tutti i giovani della Diocesi parlando loro di Gesù, non solo di Don Orione, prima di Gesù poi di Don Orione.

Lei ha fatto ancora una volta l'elenco delle opere delle attività principali della Congregazione, adesso la Chiesa parla molto, anche lo stesso Papa Francesco parla di “Chiesa in uscita”, parla di nuova evangelizzazione e nuove povertà. La Congregazione come risponde a questo imperativo?

Prima di tutto deve sentirsi mandata! Prima di tutto ai giovani, io parto sempre da lì, ai giovani per arrivare alle famiglie, per arrivare agli anziani, per arrivare ai più poveri. Don Orione ha detto: "Io mi interesserò non solamente dei giovani come fanno i Salesiani che si rivolgono solo ai giovani". Difatti Don Orione è uscito dalla Congregazione Salesiana, alla vigilia di entrare in noviziato salesiano, lui è uscito, poi l'ha spiegato più tardi, perché il carisma salesiano è monocolore, cioè guarda solo ai giovani. Io non mi accontento di guardare solo i giovani; i giovani, gli adolescenti, gli adulti e la famiglia, e fino agli anziani, fino quasi ai più bisognosi di cure, di interessamento, come sono i poveri, come sono le famiglie disagiate, come sono gli emigrati, come sono i vecchi senza nessuno. Don Orione ha aperto le porte a tutti. Questo discorso della porta è quello che Papa Francesco ricorda sempre, aprire le porte a tutti! Per portare tutti a Cristo, per far sentire a tutti la tenerezza di Dio. Aprire le porte a tutti per portare tutti a Cristo al Vicario di Cristo, cioè al papà e alla Chiesa.

Ricordo che leggendo nel mio noviziato la sua biografia di Don Orione c’è stato un momento in cui il vescovo di Tortona tentò di far prendere alla Congregazione un altro indirizzo, quello delle “colonie agricole” preponendovi il primo vescovo della Congregazione Monsignor albera: i primi sacerdoti dell’Opera vi si opposero decisamente e seguirono Don Orione e il suo disegno che è quello poi approvato dalla Chiesa.

È una pagina molto, come dire, dolorosa e gloriosa di Don Orione. Il vescovo di Tortona pensava di togliere Don Orione dalla Congregazione e di dare la Congregazione in mano a quello che sarebbe diventato il primo vescovo della Congregazione, monsignor Paolo Albera. Ma, per fortuna nostra, Don Sterpi e lo stesso Paolo Albera, lo stesso Don Gaspare Goggi, dissero: "No… no… o siamo con Don Orione o ce ne torniamo in Diocesi". La cosa rientrò. E quindi fu il motivo per cui il vescovo il giorno 3 del mese di luglio 1892, firmò la prima approvazione della Congregazione sotto la direzione di Don Orione. E secondo il suo disegno.
 
Infatti Don Orione parte nel viaggio per le Americhe nel 1934, per accogliere anche in quelle regioni i poveri e i bisognosi. Questo viaggio di Don Orione segnò per la Congregazione un amplissimo sviluppo. Anche ai giorni nostri siamo interpellati dai tanti profughi che si accalcano ai confini d'Europa. Il Papa parla molto di questo.
 
Tu parli di profughi. Io parlerei anche di vittime della droga: anche questa è una delle più pressanti forme di povertà spirituale. I Figli di Don Orione non dovrebbero ignorarla… Io ho sempre detto che questa è una specie di poveri che oggi bisognerebbe soccorrere; sono i poveri, i drogati e quindi dobbiamo aprire delle case, cosa che abbiamo fatto mi pare a Genova. Questa sarebbe una nuova povertà a cui la Congregazione dovrebbe interessarsi.

Ci avviciniamo anche al finale della nostra intervista.  Se può indicare tre parole chiave per i seminaristi, che lei, come formatore come professore e poi come vescovo orionino ritiene più importanti.

Riassumerei così: dobbiamo essere pazzi di amore per Cristo, prima caratteristica, pazzi di amore per Maria, pazzi di amore per la Chiesa e per il Papa. Il Papa è la sintesi della visibilità della Chiesa. Aggiungo una parentesi: tra le varie forme di povertà io ho pensato anche a quelli che sono vessati dal demonio. E allora ho scritto in un mio libro come figlio di Don Orione, sì, come monsignor Gemma figlio di Don Orione che era il prete di tutti gli ultimi: “Siccome gli ultimi tra gli ultimi sono quelli che sono posseduti dal demonio, era logico che monsignor Gemma si dedicasse al ministero dell'esorcismo; come ho fatto e come continuo a fare, finché il Signore nella sua bontà mi darà le forze e la buona volontà e l'aiuto dei miei fratelli”.


La ringrazio molto per la sua testimonianza, per il fatto che continua a portare l'esempio, la testimonianza di don Orione e che, speriamo, arriverà anche in Romania.
È infatti le testimonio che per la prima volta, quando ero piccolo nel seminario, quando ho sentito di monsignor Andrea Gemma, ho sentito parlare proprio di un grande esorcista. E quindi mi ha fatto grande onore quando ho sentito che c'è un vescovo così conosciuto, così famoso nella Congregazione, quindi le faccio i complimenti e gli auguri.

Cerca di seguire Don Orione fino in fondo e vedrai che il Signore ti aprirà diverse strade e ti farà sapere quello che vuole da te e il luogo in cui ti vuole adoperare ad esercitare il sacerdozio, il missionario, l'operatore di misericordia nella pastorale, nell'aiuto ai più poveri e ultimi, ai giovani, agli anziani, alle famiglie, a tutto quello dove ti chiamerà il Signore.

Adesso mi provoca per farle un'altra domanda. Andando pochi mesi fa al capitolo provinciale essendo stato invitato con qualche compagno del teologico, mi ricordo che si parlava molto del prete orionino che si trova in un istituto e tante volte si ritrova ad essere più amministratore economico che prete, che pastore. Cosa pensa a questo riguardo?

È una cosa da cui dobbiamo essere liberati, da cui essere salvaguardati. Non si può essere degli amministratori soprattutto delle cose materiali. Si deve fare anche quello perché dobbiamo mangiare, ma, oltre a quello dobbiamo coltivare la contemplazione, la preghiera, l’evangelizzazione, l’aiuto ai più poveri. Il Papa stamattina ha parlato di elemosina. Quindi quello che devono fare anche i nostri amministratori è largheggiare nelle elemosine, largheggiare nell'aiuto ai poveri. Io dicevo, ricordo un intervento che ho fatto ad un Capitolo Generale: noi, quando vogliamo esercitare la carità e lo spirito di Don Orione cominciamo a costruire grandi case, grandi istituti, tipo quello di Milano, tipo quello di Genova: i famosi Piccoli Cottolengo, e magari trascuriamo quel poveretto che sta a pochi metri dalla nostra casa e ha bisogno di tutto: di mangiare, di vestirsi, di un poco di soldi per comprarsi da mangiare, ecc. Dobbiamo curare tutta la gamma della carità partendo dalle piccole cose per arrivare anche alle cose più grandi.


Va bene. La ringrazio e chiedo magari un ultimo augurio per i seminaristi

Crescete nella convinzione che se il Signore vi ha messo in questa Piccola Opera vi ha fatto un grande dono; un grande regalo. Sappiatelo sfruttare! Con la benedizione di Dio, a cui sia gloria nei secoli dei secoli, Amen.

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Sabato 30 aprile, tutta la Famiglia Orionina ha celebrato San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Il Santo nacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786, fu ordinato sacerdote a Torino nel 1811, e in questa città esercitò il ministero come canonico presso la chiesa del "Corpus Domini". Spinto da grande carità verso i più bisognosi, fondò la "Piccola Casa della Divina Provvidenza" per accogliere malati e poveri, al servizio dei quali istituì famiglie religiose. Morì a Chieri, presso Torino, il 30 aprile 1842 e fu canonizzato il 19 marzo 1934 da Pio XI.

Don Orione, per l’affinità del suo carisma, presentava San Giuseppe Benedetto Cottolengo come patrono della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Il servizio dei poveri, bisognosi ed emarginati e l’abbandono alla Divina Provvidenza li ha uniti nel servizio della Chiesa con la stessa preoccupazione di essere i testimoni di Dio Padre che ha sempre cura di coloro che hanno bisogno del suo aiuto.

Don Orione presentava il Cottolengo soprattutto come il santo della Divina Provvidenza. Don Orione fu impressionato dalla fede del Cottolengo prima ancora che dalle sue opere di carità: “Fede, fede, ma di quella!”. “Ha più fede il Cottolengo che tutta Torino!”.

Don Orione adottò anche in Congregazione il “saluto proprio del beato Cottolengo: Deo gratias!”, a sua volta attinto dai Gesuiti e da sant’Ignazio. Raccomandava: “alla porta della vostra casa, aprendo o chiudendo salutate chi entra o chi va col Deo gratias!”.

Deo gratias, come saluto, significa rendo grazie a Dio per te, ringrazio la Divina Provvidenza per te. Deo gratias significa prendere tutti e tutto dalle mani della Divina Provvidenza, sentirsi graziati e per questo divenire graziosi.

Da nome proprio, Cottolengo, nella Famiglia orionina divenne nome comune. Il Piccolo Cottolengo è il nome comune che Don Orione volle per le case di carità sorte nello stile e con la finalità della “Piccola Casa” di Torino. Don Orione vi aggiungeva sempre un altro aggettivo (Genovese, Milanese, Argentino, ecc.) sia per non confonderlo con l'opera di Torino e sia per esprimere l'appartenenza/dovere della società e della Chiesa locale di provvedere ai propri poveri. I Piccoli Cottolengo in Congregazione sono molti, grandi e noti, nelle più grandi città: Milano, Genova, Madrid, Buenos Aires, Montevideo, San Paolo del Brasile, Città del Messico, Assunciòn, Santiago del Chile e recentemente anche a Manila, Maputo.

La porta del Piccolo Cottolengo non domanderà a chi entra se abbia un nome, ma solo se abbia un dolore. Charitas Christi urget nos! Al Piccolo Cottolengo si lavora, con le mani giunte; tutti fanno quello che possono”.

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Ieri 13 aprile, Don Walter, Fabrizio Farina e Roberto Franchini, in rappresentanza del Superiore generale Don Flavio Peloso, hanno partecipato al seguente incontro:
Convegno della COMMISSIONE SALUTE USG (Unione Superiori Generali) e UISG (Unione Superiore Generali), dal titolo Governo delle Opere e coinvolgimento dei laici: implicazioni civilistiche e canonistiche.
La relazione centrale è stata tenuta dall’avvocato Roberto Gerosa, che ha approfondito in modo puntuale e completo il tema delicato della collaborazione tra religiosi e laici nel governo delle opere, salvaguardando ad un tempo l’aspetto carismatico e la sostenibilità delle opere stesse.
Hanno partecipato diverse Congregazioni Religiose, tra cui per fare qualche esempio i camilliani, i guanelliani, i comboniani, etc.
Risultato dell’incontro è la sensazione che la Provincia Religiosa Madre della Divina Provvidenza sia più avanti di altri nella messa a punto di un progetto di conduzione apostolica delle opere, con una forte guida religiosa e una collaborazione strutturata e vigilata dei laici. Strumenti come l’equipe di gestione, i responsabili di struttura, la pianificazione e la verifica apostolica, gli esami di bilancio, etc. sono parsi a tutti modi efficaci e intelligenti di una nuova guida carismatica.
Questa sensazione è confermata dal fatto che è stato chiesto informalmente alla Provincia di essere protagonista di un prossimo incontro, attraverso una testimonianza più ampia della propria esperienza di governo.

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Proseguono gli incontri di Analisi di Bilancio dell’Economato di Roma con le case della Santi Apostoli.

Martedi 5 ha visto protagonista la casa di Pescara, mercoledi 6 e giovedi 7 vede in campo la comunità di Roma Monte Mario insieme agli amministrativi locali.

Al Centro Don Orione di Monte Mario vengono dedicate due giornate in ragione delle dimensioni della realtà, delle molteplici attività e della complessità della gestione.

Gli incontri si sono svolti in un clima di serena condivisione, la Casa ha illustrato le sue attività, le criticità e gli elementi di forza, anche attraverso la lettura attenta dei Bilanci delle diverse attività, con un confronto sulla gestione degli ultimi cinque anni. Con estrema soddisfazione di tutti si è appurata l’attenzione della Casa alle criticità rilevate in occasione della Visita Canonica del dicembre 2014, potendo condividere le scelte strategiche intraprese e evidenziando quelle situazioni che, anche se non ancora risolte, sono monitorate e gestite.

Oggi, 8 aprile, sarà la volta della Casa di Anzio presentare le sue attività ed i suoi bilanci allo staff dell’Economato di Roma.

 

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Mercoledì, 06 Aprile 2016

Incontro di bilancio Area Roma

Ieri, martedì 5 aprile l’Economo Provinciale e l’Equipe hanno cominciato ad incontrare le Case della ex Provincia Santi Apostoli per verificare, insieme ai Religiosi ed agli amministrativi locali, l’andamento delle attività.
Si tratta di un momento di confronto, condivisione ed analisi molto importante, che punta a rilevare la situazione delle varie Opere e, insieme, elaborare quelle scelte e quelle strategie più adatte a migliorare le attività.
Ha inaugurato questa serie di incontri la Casa di Pescara. Il Responsabile di Struttura, Renato di Fiore, ha presentato una esauriente e completa relazione sulla situazione economica, gestionale ed amministrativa dell’Opera, illustrando quanto di buono e di bello si sta facendo e condividendo, in pieno spirito di famiglia, problematiche, dubbi, difficoltà.
L’incontro è stato l’occasione propizia per festeggiare il recente compleanno di don Bruno Fraulin, presente in rappresentanza della comunità religiosa, in un’atmosfera di goliardica simpatia e fratellanza.
Gli incontri proseguono oggi e domani, 6 e 7 aprile, con l’opera di Roma-Monte Mario e, il giorno 8, con la casa di Anzio.
Nelle settimane a venire, toccherà ad altre Case dell’Area Roma vivere questa costruttiva ed utile esperienza di condivisione.

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Il 31 marzo scorso il direttore provinciale, Don Aurelio Fusi e il consigliere per le missioni, Don Felice Bruno, si sono recati in Madagascar per una visita alle 4 comunità orionine. La prima tappa è stata Anatihazo, un quartiere non lontano dal centro della capitale, Antananarivo.  
Tre parole racchiudono una prima impressione della visita. Per Don Aurelio si tratta della quinta per don Felice è la prima volta in terra malgascia.
MORA MORA (si legge “mura mura” e significa “piano piano”). È la prima parola malgascia ascoltata dai sacerdoti all’uscita dell’aereo, spostandosi tra i vari sportelli della dogana e della polizia. Lo si nota anche nelle abitudini della gente: una mattina ad esempio dalle 5.30 arrivavano i fedeli per la Messa delle 6.30. Un’ora di attesa e poi tre ore di Messa. A noi può sembrare troppo lunga, ma per loro è normale… “mora mora” … Per noi italiani abituati a correre è davvero un grande sacrificio, ma ci farebbe bene ogni tanto rallentare i ritmi per vivere con più attenzione e coscienza “l’attimo fuggente”.
MAHAGAGA: “straordinario” è l’altra parola. Straordinario è il patrimonio di flora e fauna presente nel Madagascar: il 5% di tutte le specie animali e floreali conosciute si trova solo qui! Vanta pertanto una delle maggiori biodiversità del pianeta, tanto da essere definito un caleidoscopio di bellezze naturali. Straordinaria è la fede della gente: uomini, donne e bambini che partecipano all’Eucarestia unendo in modo esemplare concentrazione, rispetto dell’evento liturgico e gioia pasquale attraverso i canti eseguiti da tutti a gran voce con le danze. Straordinario è anche l’impegno dei nostri missionari che quotidianamente, istante per istante, “si fanno pane” per la gente ponendo le loro energie, la loro vita a servizio dei malgasci. Solo in loco si può constatare il grande impegno e la “devozione” della gente nei loro confronti. Ma è straordinario anche l’impegno di tanti volontari che dall’Italia sostengono le missioni malgasce. Senza di loro si sarebbe potuto fare ben poco. Senz’altro la missione non avrebbe avuto il grande sviluppo ottenuto in questi anni. A conferma di ciò, con i sacerdoti sono andati 2 volontari di Seregno: Massimiliano e Fert per una consulenza tecnica ad Anatihazo.
Ed infine la terza parola: FAHANTRANA, “povertà”. Pur avendo risorse dalle potenzialità enormi, il Madagascar è uno dei paesi più poveri al mondo. Un malgascio medio guadagna circa 1 dollaro al giorno, mentre il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Quasi la metà dei bambini del Madagascar sotto i 5 anni è malnutrita. E lo si vede subito. Basta allontanarsi 300 metri dalla parrocchia orionina S.  Giuseppe, che si trova in una zona centrale di Antananarivo, per scoprire una povertà indescrivibile che si vede, si tocca, si respira. Non ci si può rendere conto delle condizioni di vita e del degrado in cui versa la maggior parte della popolazione, finché non la si vede con i propri occhi, finché non si entra nelle loro “abitazioni”. In ogni missione e villaggio i missionari hanno edificato una chiesa, una scuola per la formazione ed insieme una mensa: per molti bambini è l’unico pasto della giornata. Grazie ai tanti benefattori i missionari riescono a sfamare migliaia e migliaia di bambini.
Questo è solo un assaggio di questo meraviglioso paese… dal duplice volto.

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Cari amici,
Vi vogliamo informare che ieri 01 aprile 2014 sono stati completati gli incontri di bilancio che avevano preso il via il 25 gennaio ultimo scorso e che hanno visto protagoniste tutte le case della Provincia San Marziano.
A queste riunioni hanno partecipato l'Economo Provinciale, l'Equipe Provinciale e tutti i Direttori e responsabili delle varie strutture.
Nella fotografia di ieri, il Direttore ed i responsabili amministrativi della casa di Santa Maria la Longa.
Gli incontri con le varie case della Provincia San Benedetto sono già partiti mentre quelli riguardanti la Provincia Santi Apostoli cominceranno il 05 aprile prossimo venturo con la casa di Pescara.

bilancio

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Nei giorni 18-23 marzo il Direttore provinciale, Don Aurelio Fusi, ha visitato il “Centro Divina Provvidenza” di L’viv. Arrivato sabato 18, nel tardo pomeriggio, proveniente da Roma, si è subito inserito nella vita della comunità partecipando agli atti comuni, comprese le suggestive liturgie e preghiere che caratterizzano il tempo dei “Grandi digiuni”, come è chiamata la quaresima nel rito orientale.

È la quarta volta che vengo a L’viv – ha ricordato don Aurelio durante la “Buona notte” di martedì 22 ai seminaristi - e ogni volta ho potuto trovare qualcosa di nuovo. La prima visita è avvenuta quando la comunità viveva ancora negli appartamenti di Via Pekars’ka in centro città.  La seconda volta avevate da poco traslocato nel nuovo monastero e i lavori interni non erano ancora conclusi. La terza volta, lo scorso aprile, in qualità di co-visitatore con Don Pierangelo Ondei, per la “visita canonica provinciale.  I lavori interni ed esterni nel monastero erano terminati come possiamo vedere ora…Oggi sono nuovamente qui con voi e trovo questa bella novità: la vostra presenza, cari seminaristi, che riempie il nostro cuore di tanta speranza e apre progetti nuovi per il futuro della nostra presenza qui in Ucraina…”.

Nei giorni di permanenza Don Aurelio ha potuto presentare alla comunità religiosa gli “Atti  del Capitolo provinciale” celebrato a Montebello della Battaglia lo scorso novembre, prendere atto della attuale situazione comunitaria,  visitare le attività apostoliche e caritative tuttora esistenti,  sentire le proposte per il futuro riguardanti il gruppetto di seminaristi (piano formativo)  e le prospettive di consolidamento  della presenza anche al di fuori di L’viv (piano apostolico  di evangelizzazione e testimonianza della carità).

C’è stato anche il tempo prezioso e utile per i colloqui personali. Vivace è stato l’incontro con i 6 seminaristi con i quali Don Aurelio ha trascorso anche qualche serata in fraternità e amicizia.
Prima di partire ha potuto far vista a Casa-Cafarnao e al “Laboratorio occupazionale diurno” dove gli amici disabili e gli operatori lo hanno accolto con semplicità, serenità e allegria, manifestando le loro piccole richieste: “Dove sono i cioccolatini?”.

Domenica 19 (prima domenica di quaresima nel rito orientale) Don Aurelio ha concelebrato in parrocchia durante la Divina Liturgia delle ore 10.00. Al termine del rito ha rivolto un saluto ai fedeli presenti esortandoli a vivere con consapevolezza gli impegni della quaresima appena iniziata. Alcuni bambini e adulti si sono poi avvicinati per chiedere una speciale benedizione. Gesto che Don Aurelio ha compiuto con solennità.
Prima della celebrazione aveva incontrato la mamma del novizio Jurij Lacuha venuta per salutarlo e avere qualche notizia del figlio.
Non è mancato un tempo di distensione con la visita al vicino monastero dei monaci Basiliani a Krekhiv.
Mercoledi 23 di buon mattino, facendo scalo a Kjiev, il rientro a Roma.

 

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L’Opera Don Orione ha aperto una nuova comunità in Mozambico, a Chiconela, nella diocesi di Xai-Xai, a 200 km dalla capitale Maputo.

La nuova chiesa, dedicata alla memoria di San Luigi Orione, è stata inaugurata da Don Flavio Peloso, superiore generale dell’Opera don Orione, e comprende un vasto territorio staccato dalla Parrocchia Santa Chiara di Chicumbane, includendo le tre zone di Chiconela, Zonguene e Novela. In queste tre zone vi si trovano 11 piccole cappelle rurali, attorno alle quali si riuniscono 11 piccole comunità cristiane. La prima comunità orionina destinata a iniziare questa nuova missione è formata da Pe. José Geraldo da Silva (brasiliano), Pe. Isaac Vondoame (togolese) e un chierico tirocinante mozambicano che si unirà a loro nel giugno prossimo. Abiteranno temporaneamente in una casa presso la cappella di Santa Terezinha. Da qui svolgeranno la loro attività secondo il progetto di sviluppo della Parrocchia.

Don Peloso, insieme al Vescovo di Xai-Xai, ha rivisto e firmato l’Accordo tra la Diocesi di Xai-Xai e la Congregazione per l’affidamento della Parrocchia San Luigi Orione e del progetto di scuola di arti e mestieri a Chiconela.

“Quanto sta avvenendo a Chiconela – dichiara don Flavio Peloso – è un frutto della Pasqua del Signore risorto. È la gioia della Pasqua che ha messo in movimento Maddalena, Pietro, Giovanni, gli apostoli, San Paolo e la Chiesa con i suoi missionari durante 20 secoli per portare la buona novella di Gesù risorto e della fraternità come figli di Dio. Anche l'arrivo dei missionari orionini è mosso da questa gioia pasquale dall'annuncio del Vangelo. Il patrono di questa nuova parrocchia, San Luigi Orione, ci ha insegnato a portare la buona novella insieme alle opere di carità verso i più poveri e bisognosi nostri fratelli. Per questo vicino alla chiesa parrocchiale sorgerà, su indicazione del Vescovo, un'opera educativa per aiutare i figli di questo popolo a prepararsi per il futuro con sani valori, con la fede e con un buon lavoro”.

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In questa settimana successiva alla Pasqua verrà celebrato il Giubileo straordinario della Misericordia, indetto da Papa Francesco presso il Piccolo Cottolengo Genovese.
Per ottenere l’indulgenza giubilare, ordinariamente, si va in pellegrinaggio a Roma in una delle quattro Basiliche maggiori: San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le Mura. Tuttavia Papa Francesco ha indicato, in ogni diocesi del mondo, altri luoghi nei quali sarà possibile celebrare il Giubileo e ottenere l’indulgenza. Oltre alla Cattedrale e al Santuario della Guardia, durante la settimana successiva alla Pasqua, anche le chiese delle Case del Piccolo Cottolengo genovese diventeranno Porta Santa!
Che significato ha la Porta Santa?
Gesù ha detto: “Io sono la porta” (Gv 10,7) per indicare che Lui è la Via per poter giungere al Padre. Di conseguenza il passaggio attraverso la Porta Santa evoca il passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia attraverso Cristo.
Papa Francesco ha ricordato nella bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae Vultus”: «Attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi».


Ospiti, Operatori, Volontari ed Amici sono invitati a partecipare alle celebrazioni che si terranno:
•    al Villaggio della Carità di Camaldoli, mercoledì 30 marzo, alle ore 10.00;
•    al Paverano, giovedì 31 marzo, alle ore 10.00;
•    a Castagna, venerdì 1 aprile, alle ore 10.00.

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VII Convegno Apostolico

convegno apostolico 6

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3