"Non ci spaventino le prove, non le tribolazioni, non i dolori."
Don Orione

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Los desamparados

Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2018

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

A Villa San Biagio, Sabato 11 e Domenica 12 marzo, c’è stato il secondo appuntamento in preparazione alla Pasqua.  Sono mini-ritiri spirituali: 24 ore di pace, preghiera e comunicazione fraterna… Ma anche di seria riflessione su temi di vita e di fede. In ascolto di personaggi biblici che vengono considerati ormai come amici, si approfondiscono alcuni temi di grande attualità. In questa occasione un gruppo di circa 25 persone con la guida di Don Vincenzo Alesiani si è interrogato sul messaggio centrale del Profeta Osea: “Amore io voglio…Ma quale amore?”  Tema delicato e coinvolgente che ha suscitato belle e anche sofferte risonanze dei partecipanti.
La domenica, in contemporanea anche le suore della diocesi, sotto la guida del Vescovo Armando Trasarti, hanno vissuto una mattinata di ritiro spirituale conclusosi con un pranzo in fraternità.
La Quaresima è tempo propizio per rinnovarsi spiritualmente e prepararsi alla Pasqua. Ed è bello farlo anche insieme in questa piccola oasi di pace che è Villa S. Biagio, resa ancora più attraente da recenti lavori di ristrutturazione.
Villa San Biagio vi aspetta! Clicca QUI

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Nel nostro itinerario verso la Pasqua, la Terza Domenica di Quaresima ci dice nella riflessione don Renzo Vanoi, Cristo si presenta a noi come la sorgente zampillante di acqua viva. Egli ci attende al pozzo delle nostre seti quotidiane, dei nostri bisogni e delle nostre attese. L’incontro con lui trasforma la nostra esistenza. L’acqua lava, disseta, irrora, L’acqua può anche distruggere. Cristo si presenta a noi come acqua viva. Rivivendo la storia dell’acqua evochiamo anche la nostra storia salvata da Cristo. Battezzati nell’acqua della salvezza, anche noi siamo chiamati a testimoniare coraggiosamente la fede perché altri possano essere rigenerati nell’acqua che Cristo dona. Disponiamoci come “popolo sacerdotale”, ad incontrare il Signore, a lasciarci plasmare e trasformare dalla Sua Parola, per offrire al Padre un culto «in spirito e verità».

 

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Don Orione: stella madre della carità

Gesù, Gesù, Gesù vado!” sono le ultime parole di Don Orione pronunciate quel 12 marzo 1940 nella Casa “Santa Clotilde” a Sanremo. A 77 anni dal pio transito il ricordo è sempre molto vivo nei cuori dei suoi figli: religiosi/e, laici e devoti dei luoghi dove il santo ha fondato opere di culto e di carità. Presso la Basilica Santuario “Madonna della Guardia” di Tortona dove riposa il suo corpo esposto alla venerazione di molti è stato celebrato solennemente il ricordo con la Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E.za Mons. Sergio Pagano, Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano con i sacerdoti orionini e diocesani.

Attorno alla mensa della Parola e del Pane il Vangelo di Matteo ci ha fatto ascoltare e invitati a salire sul Tabor della Trasfigurazione. Un messaggio ed un appello che risuona forte ed insistente quello del Padre: “Questi è il mio Figlio: ascoltatelo!” che bello quando il Signore tornerà se ci potesse incontrare in un ascolto attivo che è compimento dell’azione pratica delle opere di misericordia che per Don Orione furono il suo programma di vita.

Nella riflessione Mons. Pagano ha iniziato l’omelia con un passo di Dante su San Francesco e facendo un paragone tra i due santi. “Come un sole d’oriente è nato Francesco d’Assisi, Orione è nato nella Chiesa come l’oriente della carità. Un sacerdote con il cuore solo per Dio e genuinamente ed interamente per i fratelli. Da una piccola scintilla come San Francesco è divampato un incendio, da pochi fedeli radunati intorno a sé, poi da sacerdoti e suore si è sviluppata l’Opera della Divina Provvidenza: piccole stelle nate da quella stella madre della carità di Don Orione”.

Clicca QUI per leggere l'articolo completo ed ascoltare l'omelia.

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Giovedì, 16 Marzo 2017

Il Tabor dell'ascolto

Mercoledì 15 marzo nella Cattedrale di Tortona, il vescovo Mons. Vittorio Viola ha predicato il secondo quaresimale. Il tema di questa riflessione è tratto dal Vangelo che ci accompagna in questa seconda settimana di quaresima: la Trasfigurazione. Al termine è stato celebrato il rito d’iscrizione dei catecumeni che riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella veglia pasquale. Facendo riferimento alla scorsa settimana (QUI), ovvero l’inizio del cammino quaresimale il vescovo ha ricordato come “Lui è stato con noi nel deserto della nostra tentazione, ha voluto fare esperienza della nostra fragilità, della nostra debolezza e in questa condizione di uomo fragile ha affrontato la tentazione nel deserto con noi e per noi”. L’incipit del messaggio è stato quello di “avere il coraggio della decisione ad accogliere prima la Parola e poi il pane, non vogliamo servici di Dio ma vogliamo servirlo e adorare Lui solo!”. La liturgia che questa domenica ci conduce sul Monte della Trasfigurazione viene letta e successivamente calata nella realtà di ognuno per sentirci veramente avvolti nel mistero del Padre. Alcuni passi e riflessioni del vescovo ci posso aiutare a comprendere meglio e meditare questo passo evangelico. “L’incarnazione è la verità della nostra condizione, Gesù sente il desiderio della consolazione, sale sul monte a cercare la Parola che ha già sentito nel battesimo. Egli è avvolto della presenza e trova consolazione dal Padre, appare in questa luce che è la sua dignità. Dalla nube il Padre conforta il Figlio confermando la sua missione: Sarai messia come servo sofferente”. Ed ecco il messaggio centrale della catechesi che ci interroga sul perché Gesù abbia portato Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor: “aveva bisogno che qualcuno lo vedesse e lo testimoniasse fino ad arrivare a noi! Questa è l’essenza cristiana, ci ricorda il nostro vescovo, nel dare la nostra disponibilità al Signore per farci portare sul monte della Trasfigurazione”. Pertanto dobbiamo ascoltarlo, consegnarsi e fidarsi a Lui fino a perderci nel suo amore! Avere la volontà di ascoltare la Parola del Padre e del Figlio consegnando la nostra vita testimoniando il Suo amore”. 

La preghiera del vescovo ci aiuti ad avere animo e coraggio nel rispondere a questi interrogativi: 

Signore donaci in questo tempo santo della quaresima, la grazia di essere docili all’ascolto della tua Parola perché possa operare dentro la nostra vita ciò per cui l’hai mandata

Clicca QUI per ascoltare la catechesi.

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Mercoledì, 15 Marzo 2017

Il suo volto brillò come il sole

Gesù sale sulla montagna insieme a tre suoi discepoli. È stanco, preoccupato, pensa alla morte che lo attende e si mette a pregare. Pietro, Giacomo e Giovanni se ne stanno tranquilli, non pensano minimamente a stare vicino a Gesù, consolarlo.
Quello che non fanno loro lo compie il Padre: rende visibile la gloria nascosta, la vitalità infinita, il fascino, lo splendore divino di quell’uomo apparentemente come tutti gli altri. I discepoli rimangono estasiati davanti a tanto splendore, anticipo della risurrezione.
Questa è un’esperienza che vuole infondere coraggio non solo a Gesù, ma anche ai suoi perché non abbiano paura di affrontare le difficoltà della vita fidandosi del Maestro.
Hanno visto, hanno udito la voce, ma appena scesi in pianura hanno già dimenticato tutto e non vogliono accettare un Messia umile che sperimenta come tutti gli altri uomini sofferenza e morte.
Pietro, Giacomo e Giovanni siamo noi quando dimentichiamo lo splendore dell’amore del Signore Gesù presente e operante nella nostra storia, non ascoltiamo la sua voce e rifiutiamo di entrare nella gloria della Risurrezione perché non vogliamo portare la nostra croce insieme a Lui.

 

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Pubblichiamo oggi una cartolina inviata da Don Orione 100 anni fa alla Giuseppina Valdettaro dal Santuario della Santa Casa di Loreto. Il 12 marzo 1917 Don Orione scriveva a don Sterpi da San Severino Marche: "Vado stasera a Loreto - Sono stato qui ospite del Vescovo, e vi dirò di questa mia corsa, quando ci rivedremo. Domani a Loreto, nella S. Casa, pregherò per voi e per tutti. Aff.mo - Sac. Orione" (Scritti 13,45)

E nella stessa sera da Loreto scriveva: "Domattina, nella Messa, che celebrerò nella S. Casa, il primo memento sarà per voi. Aff.mo in G. C. e Maria SS. - Sac. Orione d. D. P.". (Scritti 13,46)

Nella lettera del 1 marzo 1917 Don Orione esprimeva alla Giuseppina Valdettaro, collaboratrice nella fondazione delle PSMC il desiderio, che l’Istituto nascente venisse consacrato alla Madonna. La devozione a Maria Santissima è un cardine dello spirito che deve guidare le persone chiamate a far parte della Famiglia Orionina. Scriveva: “Voglia pregare per me che; almeno con questa quaresima cominci la mia vera e costante conversione al Signore. (…) Facilmente andrò a Loreto, e là metterò vostra signoria e l’Istituto di San Bernardino sotto il manto della Madonna… Amerei tanto che il Padre [Bouvier] venisse, tra qualche mese, a fare due giorni di ritiro per quelle di San Bernardino. Glielo dica, e scelga lui, dopo Pasqua. E in quella occasione vorrei che il piccolo istituto si consacrasse particolarmente alla Madonna SS.ma, perché sia sentita da tutte come la Madre dell’istituto. Basta; sia fatta in tutto e sempre la santa volontà di Dio!” (Scritti 39, 31, DOPSMC, 31).

Il testo della cartolina allegata: "Alla Nobile Signora - La Marchesa Giuseppina Valdettaro - Corso Dogali, n.6, Genova

Dalla Santa Casa di Loreto, XIV-III-XVII

Ricambio molto volentieri qui, dai piedi benedetti della SS. Vergine e Madre di Dio, le preghiere per me fatte da V. Signoria e dalla Sig. Maria Vittoria alla Misericordia di Savona. Con ossequi. Dev.mo - Sac. Orione (Scritti 65,123)

Scritti di Don Orione

 

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Domenica, 12 Marzo 2017

L'ultima Buonanotte

Al mattino dell'8 marzo, è di nuovo tutto pronto per la partenza di Don Orione alla volta di Sanremo. Ma Don Orione decide il rinvio di un altro giorno,

Don Calegari ricorda: “Io avevo già preparato la macchina davanti alla porta della casa. Visto che Don Orione tardava ad uscire di camera, mi avviai verso di quella. Dall'atteggiamento di Don Bariani che stava uscendo di là, compresi che erano sorte delle difficoltà. Entrai nella camera e lo trovai seduto e nell'atteggiamento di chi vuol prendere una decisione all'ultimo momento. Accanto gli stava il dottor Codevilla. Tutti noi, ma specialmente Don Bariani, tentavamo di dissuaderlo e di farlo tornare sull'idea di partire quel mattino, ma egli resisteva. Ottenne in fine di poter rinviare soltanto al giorno seguente, e, in tono da non essere preso del tutto sul serio, disse testualmente così: Vado a Sanremo per farvi contenti, ma tornerò in una cassa".

Nel pomeriggio incontra gli undici chierici che avrebbero ricevuto il giorno seguente il diaconato: “Sentendoci venir meno le forze e la vita che se ne va, noi anziani possiamo avere un conforto guardando a voi ai quali affidiamo il Vangelo, la croce, la stola, l’altare, tutto...”.

Verso sera, Zambarbieri porta a Don Orione il Registro delle Sante Messe che aveva sistemato assieme a don Carradori. “Ne fu contento, mi ringraziò e poi con un paterno sorriso, mi disse queste testuali parole: E così abbiamo passato l’ultima giornata insieme...  Io non potei articolar parola, per la commozione”, ricorda Zambarbieri.

Dopo le preghiere della sera, nella cappella del Paterno, Don Orione dà l’ultima Buona Notte.

Inizia dicendo:  “Sono venuto, sono venuto a darvi la Buona Notte, e sono venuto anche per salutarvi, perché, piacendo a Dio, domani mi assenterò per qualche tempo; per poco o per molto o anche per sempre, come piacerà al Signore. E nessuno più di me sa che la mia vita, benché apparentemente data l'età, sia ancora florida, nessuno più di me sente che questa mia vita è attaccata ad un filo e che tutti i momenti possono essere gli ultimi. È misericordia del Signore se sono ancora qui a parlarvi. Quindi mi vedo davanti e vicina la morte, più che non l'abbia mai veduta e sentita così vicina”.

Le parole scorrono pacate e serene, rassegnate alla Volontà di Dio.
Ora mi vogliono mandare a San Remo, perché pensano che là, quelle aure  (enfatico), quel clima, quel sole, quel riposo possano portare qualche giovamento a quel poco di vita che può essere ancora in me. Però non è tra le palme che io voglio vivere! E, se potessi esprimere un desiderio, direi che non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo!

Si dice “spiacente di non poter assistere dopo domani alla prima Messa del nostro fratello che viene ordinato domani  (don Pigoli)” e ricorda “quell'altro nostro fratello che sarà pure ordinato domani a Roma  (don Kisilak).  Ha presente la Polonia, da poco invasa dalle truppe naziste: “Io amo tanto i Polacchi! Li ho amati fin da ragazzo, li ho sempre amati! Vogliate sempre bene a questi vostri fratelli!”.

Seguono alcune raccomandazioni.

Nulla ci deve essere più caro che compiere in noi la volontà del Signore! Anche voi vogliate vivere sempre alla presenza del Signore; vogliate  fare sempre la volontà di Dio”.
“Vi raccomando di stare e di vivere sempre umili e piccoli ai piedi della Chiesa, come bambini, con piena adesione di mente, di cuore e di opere, con pieno abbandono ai piedi dei Vescovi, della Chiesa!

Cercate di amare sempre il Signore, camminate nella via di Dio, non desiderate altro che di vivere secondo le leggi di Dio, secondo la vostra vocazione, adempiendo non solo quello che è la legge di Dio, i Comandamenti di Dio, ma anche quelli che sono i consigli della perfezione, i voti religiosi coi quali vi siete legati alla Chiesa e alla Congregazione.

Con cuore di padre, Don Orione affida i suoi figli alla madre: "La prima grande madre è Maria santissima. La seconda grande Madre è la Chiesa. La terza, piccola ma pur grande Madre, è la nostra Congregazione".

Fa ancora una specie di riassunto di quello che gli sta più a cuore: “Siate tutti di Maria Santissima! Siate tutti "roba" della Chiesa! Amate molto il Signore! Siate devotissimi della Madonna! Evitate ad ogni costo, a costo di qualunque sacrificio, il peccato, tutti i peccati”.  Poi raccomanda la Confessione, la Santa Comunione per vivere “nell'unione di Cristo, ad esserne un giorno ministri non indegni”.

Infine conclude: “Questa è una Buona Notte tutta speciale, tutta particolare, e voi lo sentite... Dunque, addio, cari figliuoli!  (si ferma un istante, china il capo appoggiandosi alla balaustra, commosso)  Pregherete per me ed io vi porterò tutti i giorni sull'altare e pregherò per voi. Buona Notte!”.

Quasi per tacito accordo nessuno si muove dai banchi. Don Orione si inginocchia e appoggia la testa sulle braccia intrecciate sulla mensa dell'Altare. Si sente un silenzio pieno di commozione. Parecchi piangono. Passano alcuni minuti. Poi il canonico Perduca prega un chierico di andare a chiedere al Direttore la benedizione per tutti.

Don Orione si alza, recita un'Ave Maria e con ampio gesto benedice, dicendo: "Gratia, misericordia, pax, et benedictio Dei Omnipotentis: Patris et Filii et Spiritus Sancti descendat super me et super vos, et maneat semper nobiscum. Amen”.

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Oggi, Domenica 12 marzo 2017, ricorre il 77° anniversario della morte del nostro fondatore, San Luigi Orione.
Nell'inverno del 1940, Don Orione si lasciò convincere dai confratelli e dai medici a cercare sollievo in una casa della Piccola Opera a Sanremo, anche se, come diceva, «non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo». Dopo soli tre giorni, circondato dall'affetto e dalle premure dei confratelli, Don Orione morì il 12 marzo 1940, sospirando: «Gesù! Gesù! Vado».
La sua salma, ricevette solenni onoranze a Sanremo, Genova, Milano, terminando l'itinerario a Tortona, ove venne tumulata nella cripta del santuario della Madonna della Guardia. Il suo corpo venne riesumato per la prima volta nel 1965. Con piacevole sorpresa di tutti i presenti, mentre il legno della cassa era andata in frantumi, è stato possibile contemplare il volto di Don Orione come fosse in atteggiamento di riposo. Poi si è saputo e constatato da tutti che gli abiti e l’intero corpo si erano conservati perfettamente: rimase esposto parecchi giorni nella cripta del Santuario ed è stato visitato e pregato da migliaia e migliaia di persone di ogni ceto e di ogni età.
Il 26 ottobre 1980, Papa Giovanni Paolo II iscrisse Don Luigi Orione nell'Albo dei Beati.

In questo giorno in cui si ricorda la sua nascita al Cielo riportiamo gli ultimi giorni di vita che sono significativi di una vita intera, clicca QUI.

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Questa Liturgia, come dice Don Renzo Vanoi, ci rag¬giunge nel grigiore e talvolta nell’oscurità delle nostre strade quotidiane e ci conduce con Gesù in disparte, su un alto monte, assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni. È l’avventura della fede che siamo chiamati a vivere: lo sguardo fisso sul Figlio, “l’ama¬to”, il cui volto brilla come il sole, e il cuore aperto alla sua pa¬rola, «Ascoltatelo»! Saliamo anche noi sul santo mon-te, contempliamo il volto luminoso di Cristo per non lasciarci abbattere nell’“ora” della passione e della croce. Accogliamo la voce del Padre che indica nel Cristo trasfigurato il suo Unigenito, per professare la nostra fede e rendere autentica la sequela.

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L’appuntamento annuale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci ha guidati a riflettere sull’amore di Cristo che ci invita alla riconciliazione tramite una serie di tappe bibliche di cui voglio ricordare quella del secondo giorno: “Vivere non più per se stessi”; del terzo giorno: “Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo” e del quarto giorno: “Le cose vecchie sono passate”. Sono affermazioni paoline delle seconda Lettera ai Corinzi che si ritrovano nell’approccio ecumenico del Papa, come risulta dai suoi discorsi ufficiali nelle varie occasioni di incontro ecumenico. Possediamo una raccolta dei documenti che va dal 2013 al 2016 divisa in quattro sezioni riguardanti la prima il dialogo ecumenico con le Confessioni cristiane, la seconda il dialogo cristiano-ebraico la terza il dialogo interreligioso e la quarta il dialogo interculturale. Ci occuperemo in questo breve articolo informativo della sezione concernente il dialogo ecumenico. La raccolta, consistente nei discorsi ufficiali tenuti in occasione degli incontri con le altre Confessioni, è curata dal teologo Brunetto Salvarani che da decenni si occupa di Ecumenismo , ed è preceduta da una preziosa introduzione che riassume le caratteristiche del dialogo nel rinnovamento così come è stato inteso da Paolo VI nell’ormai lontana Ecclesiam suam del 1964, per poi stringere l’attenzione su Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e infine papa Francesco.    
Per sgombrare subito il campo da una possibile superficialità critica è opportuna la citazione a pagina 13 dell’introduzione. Il soggetto è il dialogo:

“Scambiato di volta in volta per facile buonismo o per sincretismo, schernito come imbelle irenismo, o affossato in quanto preludio inevitabile al cosiddetto relativismo, esso è stato spesso letto, tutt’al più, come argomento comodo per fasciarsi il cuore a uso di anime belle, non disponibili a opporsi a quell’irruzione dell’altro che è la cifra dominante di questi tempi segnati dallo stigma della crisi”. (Corsivi di Salvarani).

Il dialogo è un atteggiamento schietto e rispettoso perché orientato da un’appartenenza comune, se non altro dall’avvicinarsi alla verità che, nel caso, è quella evangelica. Citando il biblista Piero Rossano si precisa il significato di “dialogare”:
“[Il dialogo] è la relazione interpersonale che avviene nel rispetto dell’alterità dell’interlocutore, sulla base di una comunione già esistente, in vista di un avvicinamento e di un’unione più profonda, per un giovamento reciproco …”

Suoi nemici giurarti sono:
“la polemica, il monologo, l’imperialismo dottrinale, l’intolleranza, la fretta, la mancanza di introspezione e l’eccessiva sicurezza di sé …” (p.12 del’introduzione).

I discorsi che si succedono dal 2013 nelle occasioni di incontri con i rappresentanti delle Confessioni cristiane sono di una tale chiarezza che basterebbe citarne in sequenza logica delle frasi per avere evidente la linea che papa Francesco segue, sia dal punto di vista dottrinale e storico, sia per ciò che riguarda l’apertura ispirata da autentica fraternità e condivisione esistenziale con le altre esperienze e sensibilità confessionali. Traspare su tutto un prudente ottimismo dinamizzato dalla preghiera e dalla sequela della Parola che resta il riferimento imprescindibile e unificante.

“L’odierno incontro, caro fratello, è l’occasione per ricordarci che l’impegno per la ricerca dell’unità tra i cristiani non deriva da ragioni di ordine pratico, ma dalla volontà stessa del Signore Gesù Cristo, che ci ha resi fratelli suoi e figli dell’unico Padre. Per questo la preghiera, che oggi insieme eleviamo, è di fondamentale importanza”. (Discorso a J. Welby arcivescovo di Canterbury primate anglicano, 14.6 .2013.  p.42).

Questo non gli fa dimenticare le problematiche inerenti ai gruppi anglicani che hanno chiesto di essere ricevuti nella Chiesa cattolica e gli fa leggere quest’evenienza come la possibilità per il mondo cattolico di apprezzare ciò che costituisce il patrimonio anglicano. Due anni dopo (2015), nel Discorso ai membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica si congratula per la pubblicazione di cinque dichiarazioni comuni del dialogo tra le due Chiese corredate di commenti e risposte alle problematiche e alle difficoltà che dopo cinquant’anni di sforzi sembrano avere ottenuto relativamente pochi risultati. La risposta di papa Francesco è improntata alla tenacia nella speranza, ricordando che la causa dell’unità non è un impegno opzionale né secondario nell’impegno delle Chiese. Tale impegno, infatti, è nutrito dal sangue dei martiri dell’Uganda, metà cattolici e metà anglicani: una testimonianza che deve renderci capaci di leggere i segni dei tempi. (p.76). Un tema ricorrente, questo, e già presente nell’ enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II in cui si parla di un martirologio comune che fa riferimento alla comunione dei santi che sono in tutte le Chiese.

“Come san Paolo ci ricorda: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme»; e se un membro è onorato tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor. 12,26). Questa è la legge della vita cristiana e in questo senso noi possiamo dire che c’è anche un ecumenismo della sofferenza. Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità” (p.73) “Coloro che perseguitano Cristo nei suoi fedeli non fanno differenze di confessioni: li perseguitano semplicemente perché sono cristiani”. (p. 63).

Strettamente connessa con questa tematica c’è l’insistenza sul lavoro comune che le Chiese possono fare per la salvaguardia dell’ambiente cui nel maggio del 2015 verrà dedicata l’enciclica Laudato sii sulla cura della casa comune. Sembra un tema “facile” sul quale tutti sono d’accordo, almeno a parole e per quando riguarda il proprio ristretto ambito vitale. Sembra anche un tema “facile” dal punto di vista ecumenico, sul quale trovare un rapido terreno di azione comune, supportato da innumerevoli citazioni rintracciabili nella S. Scrittura e che non impegna faticosamente il dibattito teologico sulle antiche divisioni dottrinali e pragmatiche. Tuttavia si sa che i problemi dell’ecosistema interessano l’economia, lo sviluppo, il potere locale e mondiale ma anche le Chiese in quanto strutture temporali (comprese le loro espressioni locali: Diocesi, Ordini, Congregazioni e parrocchie). Esse sono possono essere sensibili alle compromissioni con la “situazione”, sia perché influenzabili e portatrici di necessità e bisogni, sia perché possono essere centri di potere. Di qui la necessità di essere coscienti di che cosa le Chiese possono fare all’interno e all’esterno di esse stesse; magari anche solo come elemento di resistenza e presa di coscienza, direi esistenziale, del problema.   

“Siamo profondamente convinti che il futuro della famiglia umana dipende anche da come sapremo custodire, in modo saggio e amorevole, con giustizia ed equità, il dono della creazione affidatoci da Dio. Riconosciamo dunque pentiti l’ingiusto sfruttamento del nostro pianeta, che costituisce un peccato davanti agli occhi di Dio … e il dovere di alimentare un senso di umiltà e moderazione … affermiamo il nostro impegno a risvegliare le coscienze nei confronti della custodia del creato … cercare i modi di vivere con minore spreco e maggiore sobrietà, manifestando minore avidità … “(Dichiarazione congiunta con il patriarca ecumenico Bartolomeo I. Gerusalemme 25.5.2014. pp.53-54).

Parlando in occasione del 50° del decreto Unitatis redintegratio (Decreto sull’ecumenismo del 21 Novembre 1964, Concilio Vat. II), papa Francesco ricorda il cammino che da quel documento e da quella data ha permesso di superare l’ostilità e l’indifferenza nella ricerca di ciò che accomuna piuttosto di ciò che divide. Tappe importanti sono state le traduzioni ecumeniche della sacra Scrittura e le iniziative comuni a favore dell’umanità soffrente e bisognosa: cioè vivere concretamente l’adesione alla rivelazione.
Anche le forme di ecumenismo, dipendono da questa impostazione di base: oltre al già citato ecumenismo del sangue c’è un ecumenismo spirituale che ha il suo momento culminante nella Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani.

“E’ una rete mondiale di preghiera che, dal livello parrocchiale a quello internazionale, diffondono nel corpo della Chiesa l’ossigeno del genuino spirito ecumenico; una rete di gesti che ci vedono uniti lavorando insieme in tante opere di carità; ed è anche una condivisione di preghiere, di meditazioni e altri testi che circolano nel web e possono contribuire a far crescere la conoscenza, il rispetto e la stima reciproci” (p.63).

Partecipando alla divina liturgia a Istanbul nel novembre del 2014 così si esprime:
“Incontrarci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piene comunione alla quale tendiamo … Un autentico dialogo è sempre un incontro tra persone con un nome, un volto una storia, e non soltanto un confronto di idee…”  “Venite e vedrete”, e “quel giorno rimasero con lui (Gv. 1,39) “. (p.67).

Come si è chiarito all’inizio non si tratta di sincretismo o irenismo né di bon ton relazionale o peggio teologico, sicché tornati a casa propria, per così dire, ognuno continua per la sua strada.
“Ritengo importante ribadire il rispetto di questo principio come condizione essenziale e reciproca per il ristabilimento della piena comunione, che non significa né sottomissione l’uno all’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo delle Spirito Santo … la Chiesa cattolica non intende imporre alcun esigenza , se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura … le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa.” (pp. 68-69).

L’ecumenismo di papa Francesco è dinamico, con la veste cinta ai fianchi, così come deve essere il cristiano:
“Io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! … Bisogna pregare per questo fratelli. Anche per noi, quando in certi momenti camminiamo non alla presenza di Gesù, perché anche noi siamo tutti peccatori, tutti! … Ci sono cristiani che confondono il camminare con il girare … Manca loro la parresia, l’audacia di andare avanti; manca loro la speranza”. (Incontro con il pastore evangelico Traettino, Caserta 2014. p.56).

Seguendo la lettera ai Corinzi al capitolo 12 papa Francesco insiste sul fatto che lo Spirito Santo fa la diversità nella Chiesa, una diversità ricca e bella; ma poi lo stesso Spirito fa l’unità cosicché la Chiesa è una nella diversità: lo Spirito Santo, Lui, è l’armonia.
 “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è un’unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità e il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. … La verità è un incontro, un incontro tra persone. La verità non si fa in laboratorio, si fa nella vita, cercando Gesù per trovarlo”. (p. 59).
Tuttavia anche in questo caso il procedere del papa è molto attento ad ogni forma di riduzionismo, a quello che chiama ‘minimalismo teologico’ sul quale raggiungere un compromesso.
“Il dialogo teologico non cerca un minimo comune denominatore teologico sul quale raggiungere un compromesso, ma si basa piuttosto sull’approfondimento della verità tutta intera che Cristo ha donato alla sua Chiesa”.  (Ibid pp.45 e 53).
 E’ la verità tutta intera, appunto, la quale suppone l’apertura all’altro, la pazienza dell’attesa, la capacità di chiedere perdono reciproco, e l’attenzione dell’amore che per papa Francesco è risolutiva anche nel ‘problema’ ecumenico
“John Wesley, nella sua Lettera a un cattolico romano, scrisse che cattolici e metodisti sono chiamati ad «aiutarsi vicendevolmente in qualsiasi cosa … conduca al Regno». Che questa nuova dichiarazione comune possa essere di incoraggiamento a metodisti e cattolici ad aiutarsi nella vita di preghiera e di devozione. Nella stessa lettera Wesley anche: «Se ancora non possiamo pensare nello stesso modo in tutte le cose, possiamo almeno amare nello stesso modo»”. ( Ibid. p.96. Discorso alla delegazione del Consiglio metodista mondiale. 2016).
Non possiamo dare conto di tutta la ricchezza documentale di questa utile raccolta di interventi papali. Da ultimo segnaliamo soltanto che si possono leggere anche i discorsi di incontro con i Valdesi, con gli Ortodossi di Etiopia, con i Copti e le intense, riconoscenti parole all’indirizzo delle comunità armene che sono state un esempio di resistenza cristiana di fronte alle persecuzioni.
E’ proprio dal saluto durante la visita di preghiera alla cattedrale apostolica di Etchmiadzin in Armenia del 24.6. 2016 che traiamo l’ultimo spunto offertoci. Vi si afferma il fatto che se i cristiani sapranno superare i secoli di incomprensione saranno di esempio anche al mondo che “Cristo è vivo ed operante, capace di aprire sempre nuove vie alla riconciliazione tra le nazioni, le civiltà e le religioni. Si attesta e si rende credibile che Dio è amore e misericordia”.
“Lo spirito ecumenico acquista un valore esemplare anche al di fuori dei confini visibili della comunità ecclesiale, e rappresenta per tutti un forte richiamo a comporre le divergenze con il dialogo e la valorizzazione di quanto unisce. Esso inoltre impedisce la strumentalizzazione e manipolazione della fede perché obbliga a riscoprire le genuine radici, a comunicare, difendere e propagare la verità nel rispetto della dignità di ogni essere umano” (p.106).

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Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2018

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