"La cognizione del nostro nulla e la fiducia piena in Dio, ci daranno una grazia da diventare Santi."
Don Orione

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Los desamparados

 

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Venerdì, 20 Novembre 2015

Madonna della Divina Provvidenza

Oggi, venerdì 20 novembre, la congregazione orionina festeggia la sua patrona: la Madonna della Divina Provvidenza. A Tortona, presso la chiesa di San Michele una celebrazione solenne sarà presieduta dal vescovo diocesano mons. Vittorio Viola con la presenza del sacerdoti orionini. Il culto della Madonna sotto il titolo di Madre della Divina Provvidenza sembra aver avuto origine nell’anno 1732, quando nella Chiesa dei santi Biagio e Carlo in Roma fu esposta l’immagine della Vergine con il Bambino in braccio e presentata con quella denominazione.

Nel 1744 Benedetto XIV concesse di celebrare annualmente anche una solennità in onore della Madonna, Madre della Divina Provvidenza, il sabato precedente la terza domenica di novembre. Sorse poi con il medesimo nome una confraternita autorizzata dallo stesso papa ed elevata al grado di arciconfraternita da Gregorio XVI.

I Padri Barnabiti onorarono la Madonna Madre della Divina Provvidenza intitolando ovunque altari, cappelle, chiese e collegi ad essa.

San Luigi Orione ne accolse il culto in quanto confacente al fine e al nome della sua Congregazione. La Santa Sede consentì ai Figli della Divina Provvidenza di inserirne la celebrazione nel calendario proprio con decreto del 13 dicembre 1948. Fu poi con­cessa con il titolo di Patrona Principale con decreto del 29 settembre 1961. La Messa fu approvata il 2 febbraio 1972 e fissata al 20 novembre. L’approvazione dell’Ufficio divino fu accordata con il decreto del 27 gennaio 1977.

Clicca QUI per scaricare i testi

A fondo pagina il video commento di Don Renzo Vanoi

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Giovedì, 19 Novembre 2015

La porta dell’accoglienza

In questo periodo di tensione per quello che sta accadendo intorno a noi vogliamo condividere le parole del Papa pronunciate all'udienza generale del mercoledì:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con questa riflessione siamo arrivati alle soglie del Giubileo, è vicino. Davanti a noi sta la  porta, ma non solo la porta santa, l’altra: la grande porta della Misericordia di Dio - e quella è una porta bella! -, che accoglie il nostro pentimento offrendo la grazia del suo perdono. La porta è generosamente aperta, ci vuole un po’ di coraggio da parte nostra per varcare la soglia. Ognuno di noi ha dentro di sé cose che pesano. Tutti siamo peccatori! Approfittiamo di questo momento che viene e varchiamo la soglia di questa misericordia di Dio che mai si stanca di perdonare, mai si stanca di aspettarci! Ci guarda, è sempre accanto a noi. Coraggio! Entriamo per questa porta!

Dal Sinodo dei Vescovi, che abbiamo celebrato nello scorso mese di ottobre, tutte le famiglie, e la Chiesa intera, hanno ricevuto un grande incoraggiamento a incontrarsi sulla soglia di questa porta aperta. La Chiesa è stata incoraggiata ad aprire le sue porte, per uscire con il Signore incontro ai figli e alle figlie in cammino, a volte incerti, a volte smarriti, in questi tempi difficili. Le famiglie cristiane, in particolare, sono state incoraggiate ad aprire la porta al Signore che attende di entrare, portando la sua benedizione e la sua amicizia. E se la porta della misericordia di Dio è sempre aperta, anche le porte delle nostre chiese, delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, delle nostre istituzioni, delle nostre diocesi, devono essere aperte, perché così tutti possiamo uscire a portare questa misericordia di Dio. Il Giubileo significa la grande porta della misericordia di Dio ma anche le piccole porte delle nostre chiese aperte per lasciare entrare il Signore - o tante volte uscire il Signore - prigioniero delle nostre strutture, del nostro egoismo e di tante cose.

Il Signore non forza mai la porta: anche Lui chiede il permesso di entrare. Il Libro dell’Apocalisse dice: «Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Ma immaginiamoci il Signore che bussa alla porta del nostro cuore! E nell’ultima grande visione di questo Libro dell’Apocalisse, così si profetizza della Città di Dio: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno», il che significa per sempre, perché «non vi sarà più notte» (21,25). Ci sono posti nel mondo in cui non si chiudono le porte a chiave, ancora ci sono. Ma ce ne sono tanti dove le porte blindate sono diventate normali. Non dobbiamo arrenderci all’idea di dover applicare questo sistema a tutta la nostra vita, alla vita della famiglia, della città, della società. E tanto meno alla vita della Chiesa. Sarebbe terribile! Una Chiesa inospitale, così come una famiglia rinchiusa su sé stessa, mortifica il Vangelo e inaridisce il mondo. Niente porte blindate nella Chiesa, niente! Tutto aperto!

La gestione simbolica delle “porte” – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione. La porta si apre frequentemente, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta, e magari non ha il coraggio, forse neppure la forza di bussare. Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai. La porta dice molte cose della casa, e anche della Chiesa. La gestione della porta richiede attento discernimento e, al tempo stesso, deve ispirare grande fiducia. Vorrei spendere una parola di gratitudine per tutti i custodi delle porte: dei nostri condomini, delle istituzioni civiche, delle stesse chiese. Spesso l’accortezza e la gentilezza della portineria sono capaci di offrire un’immagine di umanità e di accoglienza all’intera casa, già dall’ingresso. C’è da imparare da questi uomini e donne, che sono custodi dei luoghi di incontro e di accoglienza della città dell’uomo! A tutti voi custodi di tante porte, siano porte di abitazioni, siano porte delle chiese, grazie tante! Ma sempre con un sorriso, sempre mostrando l’accoglienza di quella casa, di quella chiesa, così la gente si sente felice e accolta in quel posto.

In verità, sappiamo bene che noi stessi siamo i custodi e i servi della Porta di Dio, e la porta di Dio come si chiama? Gesù! Egli ci illumina su tutte le porte della vita, comprese quelle della nostra nascita e della nostra morte. Egli stesso l’ha affermato: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Gesù è la porta che ci fa entrare e uscire. Perché l’ovile di Dio è un riparo, non è una prigione! La casa di Dio è un riparo, non è una prigione, e la porta si chiama Gesù! E se la porta è chiusa, diciamo: “Signore, apri la porta!”. Gesù è la porta e ci fa entrare e uscire. Sono i ladri, quelli che cercano di evitare la porta: è curioso, i ladri cercano sempre di entrare da un’altra parte, dalla finestra, dal tetto ma evitano la porta, perché hanno intenzioni cattive, e si intrufolano nell’ovile per ingannare le pecore e approfittare di loro. Noi dobbiamo passare per la porta e ascoltare la voce di Gesù: se sentiamo il suo tono di voce, siamo sicuri, siamo salvi. Possiamo entrare senza timore e uscire senza pericolo. In questo bellissimo discorso di Gesù, si parla anche del guardiano, che ha il compito di aprire al buon Pastore (cfr Gv 10,2). Se il guardiano ascolta la voce del Pastore, allora apre, e fa entrare tutte le pecore che il Pastore porta, tutte, comprese quelle sperdute nei boschi, che il buon Pastore si è andato a riprendere. Le pecore non le sceglie il guardiano, non le sceglie il segretario parrocchiale o la segretaria della parrocchia; le pecore sono tutte invitate, sono scelte dal buon Pastore. Il guardiano – anche lui – obbedisce alla voce del Pastore. Ecco, potremmo ben dire che noi dobbiamo essere come quel guardiano. La Chiesa è la portinaia della casa del Signore, non è la padrona della casa del Signore.

La Santa Famiglia di Nazareth sa bene che cosa significa una porta aperta o chiusa, per chi aspetta un figlio, per chi non ha riparo, per chi deve scampare al pericolo. Le famiglie cristiane facciano della loro soglia di casa un piccolo grande segno della Porta della misericordia e dell'accoglienza di Dio. E’ proprio così che la Chiesa dovrà essere riconosciuta, in ogni angolo della terra: come la custode di un Dio che bussa, come l’accoglienza di un Dio che non ti chiude la porta in faccia, con la scusa che non sei di casa. Con questo spirito ci avviciniamo al Giubileo: ci sarà la porta santa, ma c’è la porta della grande misericordia di Dio! Ci sia anche la porta del nostro cuore per ricevere tutti il perdono di Dio e dare a nostra volta il nostro perdono, accogliendo tutti quelli che bussano alla nostra porta.

 

A fondo pagina il video

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In questi ultimi tre mesi, da ottobre a dicembre, si ricordano i 50 anni della promulgazione di diversi Documenti del Concilio Vaticano II: in tutto 11 Documenti (sui 16 del Vaticano II, tra il 1964 e il 1965) molto importanti per la vita della Chiesa postconciliare.

Il 28 ottobre sono caduti i 50 anni di
• GRAVISSIMUM EDUCATIONIS, la Dichiarazione sull’Educazione cristiana
• NOSTRA AETATE, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le Religioni cristiane
• PERFECTAE CARITATIS, Decreto sul rinnovamento della Vita religiosa
• CHRISTUS DOMINUS, Decreto sulla missione pastorale dei Vescovi nella Chiesa
• OPTATAM TOTIUS, Decreto sulla formazione sacerdotale.

Il 18 novembre ricorderemo i 50 anni di
• APOSTOLICAM ACTUOSITATEM, il Decreto sull’Apostolato dei Laici
• La DEI VERBUM l’unica Costituzione dogmatica, sulla Divina Rivelazione.

E a dicembre, il 7, invece, avremo i 50 anni dalla
• GAUDIUM ET SPES, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
• La DIGNITATIS HUMANAE, Dichiarazione sulla libertà religiosa, dove viene ribadito il diritto della persona umana e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione
• AD GENTES, il Decreto sull’attività missionaria della Chiesa
• PRESBYTERORUM ORDINIS, il Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri
E’ interessante notare   la formula della firma di Papa Paolo VI: sempre IO PAOLO VESCOVO DELLA CHIESA CATTOLICA, in testa alle firme dei Padri Conciliari dove si qualificano per essere titolari di una sede episcopale.

Tra i Documenti citati diversi sono basilari per la Vita religiosa che sta vivendo l’ultimo scorcio dell’Anno della Vita Consacrata (chiusura: 2 febbraio 2016): da Perfectae Caritatis a Optatam Totius a Presbyterorum Ordinis.
Può essere una occasione, questa, per riprendere in mano questi Documenti fondanti.

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Diffondiamo l'invito alla solennità della Madonna della Divina Provvidenza, Patrona della nostra Congregazione Orionina, venerdì 20 p.v. presso Tortona.

Precisamente due saranno gli appuntamenti:

- ore 18.00 in San Michele SOLENNE CONCELEBRAZIONE presieduta dal vescovo diocesano Mons. Vittorio Viola.

- ore 21.00 in Oratorio INCONTRO PER LE FAMIGLIE sul tema: "Le sfide della Famiglia, oggi" relatore l'avvocato Giulia Provinciali.


Rinnoviamo l'invito nella diffusione e partecipazione a questa giornata di festa di famiglia.

Clicca QUI per leggere e scaricare la locandina.

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Domenica, 01 Novembre 2015

Un giorno da capire

Pochi giorni fa sul tema della festa di Ognissanti avevamo pubblicato questo articolo (clicca QUI), proponiamo oggi un interessante commento di qualche anno fa, ripreso da Avvenire.

Tra le feste dell’anno, quella di Ognissanti sembra avere perso il suo smalto più delle altre. Se nella "religione civile" vi è ancora posto per il Natale e la Pasqua, la ragione per far festa il primo novembre sembra perdersi nel ricordo, quando i santi erano venerati e invocati come se fossero di casa nostra. Familiari nella vita come un papà o una sorella. Quando serviva un esempio per educare i figli o i fedeli, genitori e preti si facevano in quattro per trovare nelle agiografie l’episodio di un santo che facesse al caso. Santi sì, ma con i piedi in terra, e ce n’era per tutti. Anche loro imbrigliati nei guai di noi tutti, ma con lo sguardo alto e Gesù nel cuore. Vicini a noi, perché sono come avremmo desiderato essere noi: donne e uomini veri. Nel bisogno si correva da loro, i santi, a chiedere man forte per ottenere da Dio una grazia, o anche solo un consiglio, un’illuminazione per una scelta difficile. Ce n’era uno per ogni circostanza: san Gerardo per le partorienti, santa Lucia per riacquistare la vista, sant’Antonio per trovare gli oggetti smarriti, san Giuseppe per morire bene, e la lista non finiva mai.

Ma è soprattutto l’idea di santità che è venuta meno. E non è stata sostituita da nessun’altra idea che le sia pari. Gli ideali (se ancora qualcuno di essi è popolare) volano basso, talvolta rasentano il fango, e cambiano così velocemente da non costituire più la bussola della vita. Non sono le zucche vuote di Halloween ad avere preso il posto della festa di Ognissanti, ma è il vuoto delle grandi passioni dell’uomo, quelle per il bello, il vero, il bene, il giusto, l’eterno. La nostra vita sembra consumarsi nella preoccupazione di non perdere quello che siamo piuttosto che di diventare quello a cui la vita ci chiama. Così i bambini non diventano mai giovani, i giovani mai adulti e gli adulti non riescono ad accettare di invecchiare e dover morire.

Il santo non è un soggetto eccezionale, un pezzo raro o un reperto dell’archeologia cristiana. È un uomo o una donna che sono veramente tali. Le loro immagini e le statue stanno dovunque (non solo nelle chiese e nei musei) e i loro nomi sono scritti sulle strade delle nostre città perché loro, i santi, sono dappertutto, in mezzo a noi. Se diciamo di non averne incontrato nessuno è perché viviamo distratti e non ci siamo accorti della stoffa vera dell’umano, la santità. Il retore romano Mario Vittorino, annunciando pubblicamente la sua conversione, diceva: «Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo».

In tempi di crisi, poi, parlare di santità appare come un lusso che non ci possiamo permettere. Presi come siamo dal tenere insieme la carretta del lavoro e della casa, abbiamo tirato i remi in barca e ci lasciamo portare dalle correnti, dove tira il vento, navigando a vista e sotto costa, senza prendere mai troppo il largo. Nulla sembra essere così lontano dal nostro orizzonte come la possibilità di cambiare rotta. La santità è la grande opportunità perché, cambiando sé stesso, l’uomo non resti prigioniero delle circostanze della vita che non può scegliere né modificare. E questo accade solo lasciandosi cambiare da un Altro.

La sfida che la santità è per l’uomo di ogni tempo, anche il tempo della crisi, non consiste in un appello a un ulteriore slancio morale, ma nell’accettare che la ripresa di noi stessi e del mondo sia una gratuità, una novità imprevedibile e inattesa. «Non è a forza di scrupoli che un uomo diventerà grande. La grandezza arriva, a Dio piacendo, come un bel giorno» (Albert Camus). E sarà il giorno di una grande festa, quella dei santi.

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Singolare manifestazione domenica 22 ottobre nella parrocchia della Divina Provviedenza a L’viv. Ben 8 nuovi chierichetti hanno ricevuta la “dalmatica”, la vestina da indossare durante il servizio liturgico come si usa nelle chiese di rito  orientale. Sabato 21 gli otto candidati hanno sostenuto un esame davanti al parroco Don Juri Blazyjevs’kyiji che ha così potuto valutare i risultati della preparazione,  sia a livello  teorico quanto pratico, acquisita durante gli incontri settimanali. Tutti promossi! Domenica i nuovi chierichetti hanno inizato il loro servizio, a turno, durante  le tre celebrazioni della mattina  (ore 8.00, 10.00 e 12.00). Al termine di ogni celebrazione   il parroco ha benedetto e poi consegnato ad ognuno la propria “dalmatica” con solennità e gioia da parte dei ragazzi. Nel pomeriggio tutti i nuovi ministranti,  accompagnati da alcuni parenti,  si sono ritrovati negli ambienti del monastero per un incontro conviviale di riconoscenza. Il gruppo di ministranti ha scelto come patrono il giovane beato martire spagnolo, Antonio Arruè.

 

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Giovedì, 22 Ottobre 2015

San Giovanni Paolo II

Per ricordare il Pontefice polacco, canonizzato da Francesco il 27 aprile 2014, la Chiesa ha scelto il giorno in cui iniziò il pontificato, il 22 ottobre 1978, quando fece risuonare il suo invito a tutti gli uomini di far entrare Gesù nella vita quotidiana di ciascuno: "Non abbiate paura: aprire, anzi spalancate le porte a Cristo!"

Canonizzato lo scorso 27 aprile insieme a Giovanni XXIII, la sua festa è stata iscritta nei mesi scorsi nel Calendario romano generale, insieme a quella di Roncalli, con un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. «Considerata la straordinarietà di questi Sommi Pontefici nell’offrire al clero e ai fedeli un singolare modello di virtù e nel promuovere la vita in Cristo», si legge nel decreto, «tenendo conto delle innumerevoli richieste da ogni parte del mondo, il Santo Padre Francesco, facendo suoi gli unanimi desideri del popolo di Dio, ha dato disposizione che le celebrazioni di S. Giovanni XXIII, papa, e di S. Giovanni Paolo II, papa, siano iscritte nel Calendario Romano generale, la prima l’11, la seconda il 22 ottobre, con il grado di memoria facoltativa». Per questo, prosegue il testo del decreto, «la Chiesa oggi li venera con grande fervore, fulgidi per l’esemplarità di vita, per l’eccellenza della dottrina e per quella “scienza d’amore” che promana dall’illuminazione dello Spirito attraverso l’esperienza dei misteri di Dio, e, dopo avere goduto del fruttuoso sostegno della loro sollecitudine pastorale, si rallegra ora di averli come suoi intercessori spirituali».
"Non abbiate paura!"

Nei testi per la Messa in onore di san Giovanni Paolo viene riportato proprio uno stralcio dell'omelia della messa d'inizio pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!».

Un pontificato di grandi numeri

Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo - espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese - sono stati 104.

Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche.
A Papa Giovanni Paolo II si ascrivono anche 5 libri: "Varcare la soglia della speranza" (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); "Trittico romano", meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); "Alzatevi, andiamo!" (maggio 2004) e "Memoria e Identità" (febbraio 2005).

Papa Giovanni Paolo II ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio. Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).

Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

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Domenica 13 settembre presso la parrocchia "Mater Dei" in Roma, si è svolto il rito di ammissione di quattro giovani postulanti al noviziato con una celebrazione eucaristica presieduta dal consigliere provinciale don Leonardo Verrilli alla presenza di numerosi sacerdoti e giovani orionini che si sono incontrati per il segretariato di pastorale giovanile. I quattro giovani: Cesar, Dritan, Iurij e Silviu sono stati affidati alla guida del loro padre maestro don Filippo Benetazzo.
Don Leonardo ha iniziato la sua riflessione con un incipit di augurio e nel contempo di situazione reale per i presenti: “Questa santa messa segna la ripresa di ogni attività, sia per i giovani seminaristi impegnati negli studi, sia per tutti i giovani impegnati nelle varie realtà orionine”.
Nella Parola di Dio proclamata, ha tratto delle parole che possano divenire spunti di meditazione e di azione.
L’ascolto: come il profeta Isaia afferma che il Signore gli ha aperto l'orecchio.
L’annuncio in movimento non nella staticità: Gesù è presentato nel Vangelo, sulla strada, in cammino. Ed anche la nostra vita, dev’essere ciò perché siamo pellegrini verso una meta ben precisa. Ed infine appartenere totalmente a Dio: “La domanda che ci coinvolge è quella posta da Gesù che si capovolge per ognuno di noi: Io chi sono per te Signore?”. Don Orione ci è da maestro con una delle sue frasi: “Gesù è il nostro tutto”.
Il rito si è fatto poi carico dei suoi gesti esplicativi: la consegna delle Costituzioni e l’affido dei novizi al Padre Maestro che al termine li ha accolti con il gesto fraterno dell’abbraccio di pace.

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Lunedì, 14 Settembre 2015

Tu sei il Cristo!

«Auspico che i problemi del mondo del lavoro siano affrontati tenendo concretamente conto della famiglia e delle sue esigenze». Lo ha detto Papa Francesco ieri, dopo la preghiera dell'Angelus, salutando un gruppo di insegnanti precari provenienti dalla Sardegna, dopo le polemiche delle scorse settimane sui trasferimenti nel mondo della scuola.

Nella catechesi, il Papa ha commentato il Vangelo nel quale Gesù interroga i discepoli su che cosa dica la gente di Lui, per poi rivolgere la stessa domanda a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, a nome di tutti - ha ricordato Francesco - esclama con schiettezza: «Tu sei il Cristo». Gesù «allora rivela apertamente ai discepoli quello che lo attende a Gerusalemme, cioè che "il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto … venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere"». E qui Pietro si scandalizza. «Prende in disparte il Maestro - ricorda il Papa - e lo rimprovera», venendo a sua volta rimproverato duramente dal Nazareno, che replica: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Gesù, ha spiegato Francesco, «si accorge che in Pietro, come negli altri discepoli – e in ciascuno di noi! – alla grazia del Padre si oppone la tentazione del Maligno, che vuole distoglierci dalla volontà di Dio. Annunciando che dovrà soffrire ed essere messo a morte per poi risorgere, Gesù vuol far comprendere a coloro che lo seguono che Lui è un Messia umile e servitore. È il Servo obbediente alla volontà del Padre, fino al sacrificio completo della propria vita».

Mettersi a seguire Gesù, ha continuato Francesco, «significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del successo o della gloria terrena, ma quello che conduce alla vera libertà, quella che ci libera dall’egoismo e dal peccato. Si tratta di operare un netto rifiuto di quella mentalità mondana che pone il proprio “io” e i propri interessi al centro dell’esistenza. Eh no, quello non è quello che Gesù vuole da noi. Invece Gesù ci invita a perdere la nostra vita per Cristo e il Vangelo, per riceverla rinnovata e autentica».

Decidere di seguire Cristo, osserva ancora il Pontefice, «esige di camminare dietro di Lui e di ascoltarlo attentamente nella sua Parola - ricordatevi di leggere tutti i giorni un passo del Vangelo - e nei sacramenti. Ci sono giovani qui nella piazza ragazzi e ragazze. Io - ha aggiunto il Papa a braccio - soltanto vi domando: avete sentito la voglia di seguire Gesù più da vicino? Pensate, pregate e lasciate che il Signore vi parli».

Dopo l'Angelus, Francesco ha ricordato che ieri, 13 settembre, in Sudafrica viene beatificato Samuel Benedict Daswa, «padre di famiglia, ucciso nel 1990 per la sua fedeltà al Vangelo. Nella sua vita dimostrò sempre grande coerenza, assumendo coraggiosamente atteggiamenti cristiani e rifiutando abitudini mondane e pagane». La sua testimonianza «aiuti specialmente le famiglie a diffondere la verità e la carità di Cristo», ha detto il Papa, aggiungendo: «E la sua testimonianza si unisce a quella di tanti fratelli e sorelle nostre - giovani, ragazzi, anziani, bambini - perseguitati e uccisi per testimoniare Gesù Cristo. Ringraziamoli per la loro testimonianza e preghiamoli di intercedere per noi».

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Dopo un novenario di preghiera ben preparato e guidato nella riflessione da diversi sacerdoti orionini, si è giunti alla festa conclusiva che ha visto la partecipazione numerosa di fedeli devoti alle Messe della mattina, alla benedizione dei bambini al pomeriggio ed in particolare alla sera per la Messa solenne con processione. La celebrazione serale è stata presieduta dal prevosto dell’Insigne Collegiata di Casei Gerola, don Maurizio Ceriani. Al suo fianco il direttore provinciale don Aurelio Fusi e il rettore del Santuario don Pietro Bezzi. Hanno animato la celebrazione un bel gruppo di cantori casellesi. La processione, con la recita del rosario ed animata da canti mariani, dal Santuario è giunta nella Chiesa Collegiata di Casei, dove è stata impartita la benedizione.
Il Santuario di Casei Gerola ha una immancabile menzione in ogni biografia, piccola o grande, di San Luigi Orione, perché legato alla storia della sua vocazione. Il Santuario di Casei Gerola fu adeguatamente restituito al culto nel 1944, dopo i restauri operati principalmente dai “chierici costruttori” orionini. L’8 settembre di quell’anno il Vescovo Mons. Egisto Merchiori benedisse la chiesa restaurata e il venerabie Don Carlo Sterpi vi celebrò la Messa solenne. Appassionato promotore della rinascita del Santuario fu Don Luigi Orlandi con l’appoggio del prevosto Don Francesco Bianchi.

Clicca QUI per vedere le foto,  QUI per ascoltare l'omelia.

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