"La Madonna della Guardia sta a guardare la porta a custodia del Piccolo Cottolengo."
Don Orione

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Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Martedì, 28 Luglio 2015

Gli Spartani dal Papa

Curiosa delegazione quella che si introdurrà di soppiatto in Vaticano il 31 luglio. Con intenzioni tutt’altro che malintenzionate, nonostante la provenienza lo possa far pensare. Perché gli ospiti del Papa arrivano da un penitenziario della periferia di Buenos Aires, nella località di San Martín, piagato di villas miserias e violenza.

“Persone che hanno fatto sbagli e che adesso scontano una pena” li presenta Eduardo Oderigo, che a sua volta ha bisogno di presentazioni. E’ stato giocatore di rugby e adesso presiede una società sportiva che si dedica a promuovere il gioco della palla ovale tra chi è dietro le sbarre; ma Oderigo è stato anche avvocato con 15 anni di lavoro nel Palacio de Tribunales di Buenos Aires dove si occupava di “mettere dentro la gente” sintetizza  con un po’ di ironia considerando che oggi dirige un progetto di reinserimento sociale di detenuti che fa perno proprio sul rugby. Il progetto si chiama “Espartanos Rugby Club”, un nome che – come la delegazione in procinto di viaggiare a Roma e chi la guiderà oltre Tevere – ha bisogno di qualche parola di spiegazione.

L’origine degli “Spartani” risale al 2009, “quando un amico mi ha proposto una visita ad un carcere di massima sicurezza” racconta Oderigo. “Ha insistito tanto che gli ho detto di sì” ricorda, ammettendo che ancora oggi non sa darsi una ragione per quell’assenso così poco giustificato. La destinazione era l’unità penitenziaria n. 48 nel distretto di San Martín, un popoloso nucleo urbano cresciuto per sucessive ondate migratorie poco fuori delle capitale, Buenos Aires. E lì entrarono. “Era un disastro, qualcosa di inimmaginabile a chi sta fuori”, ebbero il tempo di concludere al termine della visita, prima di ritornare ciascuno a casa sua. Ma qualcosa si era smosso nell’animo dei visitanti, qualcosa di impossibile da ricostruire, ma che nel carcere li ha spinti a ritornare, e con una intenzione audace: “insegnare rugby ai detenuti”. Del proposito ne parlano con il direttore del penitenziario che non ci mette molto – ulteriore sorpresa - a prendere “carta e penna e concedere le necessarie autorizzazioni”. Il martedì successivo a quello della prima visita le attività cominciano. Nella seconda visita all’avvocato Oderigo si unisce un giocatore di rugby professionista, Santiago Artese. “Immaginati, pesa 100 chili ed è alto un metro e 90 centimetri” sorride, “con lui i detenuti non si sarebbero messi di sicuro”.

L’Unità penitenziaria n.48 di San Martín è composta di 12 reparti. Nel primo, considerato il più tranquillo, si sono concentrati nel tempo i detenuti convertiti all’evangelismo. La situazione peggiora quanto più ci si avvicina al padiglione numero 12. Nell’ultimo “ogni tanto c’è un morto e molti dormono con i rasoi sotto il cuscino” commenta Olderigo. «Il primo alunno della nascente scuola di rugby fu proprio un evangelico; poi arrivarono altri due detenuti al grido di “rugby, rugby” che chiesero di incorporarsi e di poter portare dei loro amici. Dicemmo di sì e la volta successiva erano già 12, tutti dell’ultimo padiglione, il più malfamato».

Il primo passo era compiuto. Il secondo aveva come obiettivo quello di creare un reparto carcerario esclusivamente di giocatori di rugby. “La condotta di chi veniva alla scuola di rugby cambiava in meglio”, riferisce Olderigo “e questo era sotto gli occhi di tutti”. I miglioramenti erano tali che non ci volle molto ad ottenere dalle autorità il beneficio del nuovo settore carcerario. “Nel padiglione non c’era ombra di armi, non scoppiavano risse e il clima era molto amichevole” racconta Olderigo. Fu in questo momento che arrivò anche il nome. «Un detenuto che aveva visto il film “300” commentò che i giocatori di rugby erano guerrieri, erano gli spartani buoni. Il battesimo era fatto. Ci saremmo chiamati “Espartanos Rugby Club”».

Agli allenamenti e alle partite si aggiunse la pratica del rosario in comune tutti i venerdì; battesimi, prime comunioni, amministrazione dei sacramenti ai detenuti che non li hanno ricevuti. Ma anche corsi di formazione per favorire il futuro inserimento sociale dei reclusi una volta tornati in libertà. “Los Espartanos”, osserva Olderigo, hanno un alto indice di rinnovamento. Nuovi detenuti vi entrano a far parte, altri vengono trasferiti o terminano di scontare la pena e tornano in libertà”. Basti dire che tra le loro fila in tre anni sono passati 450 detenuti. Olderigo sfodera il suo profilo di avvocato: “Solo il 2 per cento di chi gioca a rugby reincide in un qualche delitto contro un indice generale di ricadute che sfiora il 65%. L’esperienza si sta consolidando come altamente positiva, al punto che 18 delle 54 carceri di Buenos Aires lo sta adottando”.

L’incontro con Bergoglio Papa risale alla fine dello scorso anno. Una visita fugace a Roma di uno spartano, alcune battute in margine ad una udienza, l’interessamento del pontefice per il lavoro tra i reclusi, un incoraggiamento del Papa scritto con un tablet che gli venne passata su sua richiesta. Due righe improvvisate sul momento - “En el arte de ascender lo importante no es caer sino no permanecer caido” - e i saluti al capitano degli “Spartani”, soprannominato “el diente”, il dente. La cosa, com’era prevedibile, non finisce ai bordi di piazza San Pietro. Nuove mail viaggiano da un capo all’altro dell’oceano e con la posta elettronica le notizie. Come la libertà ritrovata del dente, che Francesco saluta con un divertito “Espero que ahora que está afuera no muerda”. Fino all’invito ad andare in vaticano il 31 luglio. “Gli Spartani” – tranne evadere - hanno fatto di tutto per esserci. Poi rotta verso il nord, dove giocheranno una partita di rugby contro i detenuti del carcere di Torino.

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