"Il Signore che provvede gli uccelli dell’aria, che veste i gigli del campo, penserà a noi."
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

“Icona Svelata, I Santi Arcangeli Michele e Gabriele” questo il tema della mostra e del convegno curato da Lucia Lojacono e Don Vittorio Quaranta. Evento che ha visto la presenza di due illustri relatori, Don Paolo Clerici, Responsabile Centro studi Opera don Orione e padre Daniele Castrizio, docente dell’Università di Messina.

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Venerdì, 20 Novembre 2015

21° Convegno Amministrativo - I video

Ad una settimana dalla conclusione del XXI Convegno Amministrativo, pubblichiamo i video di alcuni interventi.

A fondo pagina il video di apertura di Don Aurelio Fusi e i due interventi di Padre Natale Brescianini e Franco Bertoli.

 

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Si è concluso ieri 13 novembre, a Roma, presso la Casa Religiosa di Ospitalità "Giovanni Paolo II" il 21° Convegno Amministrativo.

Il Convegno ha visti impegnati i Direttori, gli Economi e i Responsabili laici di struttura di tutta Italia in un fitto programma utile ad approfindire l'ascolto, tema che ha visto loro legati per tutte e tre le giornate. Momenti di aggiornamento tecnico, confronto personale, lavori di gruppo hanno riempito il progamma dell'evento che ha visto anche un momento ludico per far gruppo e conoscersi meglio nella serata del giovedì.

Potete cliccare i link di seguito per approfondire lo sviluppo del Convegno: primo link, secondo link, terzo link

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Due immagini, fra i milioni forse i miliardi di fotogrammi  che sono passati negli occhi e nel cuore di chi era presente a Firenze nel giorno della visita di Papa Francesco, sarà difficile dimenticare: lo sguardo estasiato e rapito di Papa Francesco che, seduto in Cattedrale, guarda la cupola affrescata dal Vasari e rimane letteralmente   a bocca aperta e il gesto del Papa, vicario di Cristo e successore di Pietro, che durante il pranzo alla mensa della Caritas in San Francesco Poverino  versa dell’acqua nel bicchiere di carta ad un’anziana signora sollevando una brocca anch’essa di plastica. Nel sito web che propone l’immagine c’è un unico commento: uno di noi.
Sì certamente uno di noi, come Gesù che pur essendo di natura divina volle farsi uno di noi, e ci servì fino all’ultimo, fino alla morte di croce. E’ questo Gesù che il Papa è venuto a testimoniare a Firenze: “Nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6).
Il papa parla ai delegati del convegno, ai vescovi toscani radunati nell’ottagono del presbiterio, tra i quali si riconosce l’ultranovantenne Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo emerito di Firenze, che non ha voluto mancare a questo appuntamento: il Papa lo sa e al suo arrivo lo abbraccia teneramente, “è come avere il nonno saggio in casa” avrà pensato Francesco nel vederlo, così come ebbe a dire una volta del Papa emerito Benedetto.
Il discorso del Papa è coinvolgente, tocca il cuore prima ancora che l’intelligenza, le sue parole suscitano entusiasmo: La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: si chiama Gesù Cristo.
La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro».
Mai le auguste navate della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, nella loro storia pluricentenaria avevano sentito parlare di Peppone e Don Camillo, ma ora c’è Papa Francesco!
“Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte. Ma allora che cosa dobbiamo fare? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù? Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36). Ma potrebbe anche dire: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43)”
E poi l’invito ai vescovi: “Ai vescovi chiedo di essere pastori: sia questa la vostra gioia. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente. Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi.
Ed ancora: “Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva”.
Ed infine l’invito forte ad uscire: Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9).
Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.  Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà.
Una Chiesa “mamma” l’ha trovata Bledar, quando arrivò a Firenze dalla sua Albania a soli sedici anni, come immigrato clandestino. Dormiva sotto i ponti e mangiava alla Caritas. Un prete, don Giancarlo Setti, lo accolse come un figlio nella sua casa ed oggi Don Bledi è prete della Chiesa Fiorentina e cerca di donare ciò che ha ricevuto, confermato dall’abbraccio di Papa Francesco in cattedrale.
Un grande abbraccio Papa Francesco l’ha ricevuto a sua volta allo stadio Franchi accolto da un popolo festante di 52000 persone. Cori da stadio e tanta gioia per un fuoriclasse della fede e dell’amore, un tripudio di fazzoletti bianchi e gialli sventolati da tutti. La Celebrazione eucaristica, il saluto riconoscente del Cardinale Betori, e poi tutti gli occhi rivolti ad un piccolo elicottero bianco che si stagliava nel cielo incredibilmente rosa del tramonto fiorentino, quasi estivo benché fosse il 10 Novembre.
Grazie Papa Francesco, pregheremo per te come ci hai chiesto. Oggi l’umanesimo è diventato più umano.

Clicca QUI per leggere e scaricare il discorso del Papa alla Chiesa Italiana

 

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Giovedì, 12 Novembre 2015

L'ascolto

Giornata di lavori e condivisione in gruppo per i partecipanti al convegno, suddivisi per aree tematiche: contabilità e bilancio, risorse umane e formazione.
Nel pomeriggio una sessione plenaria per approfondire da un nuovo punto di vista l'ascolto. Massimo Folador e padre Natale Bresciani hanno illustrato il passaggio dall'organizzazione alla comunità organizzata, che non solo fa il bene, ma lo fa rendendo i suoi membri liberi e capaci di generare felicità.  A seguire, l'intervento di Franco Bertoli, grande campione di pallavolo ora coach non solo a livello sportivo che nel narrare la sua esperienza di atleta e allenatore, ha sottolineato l'importanza della concentrazione sia per la consapevolezza sia come forma di ascolto di se stessi.
Infine, dopo un'esercitazione sull'ascolto, l'intervento di Francesca Cesti che ha illustrato il metodo Easy Way per eliminare la dipendenza da fumo.

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Uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare: le "cinque vie”, le cinque parole che si sono ripetute in questi mesi di preparazione in tutta la chiesa italiana, su cui si è cercato di riflettere negli incontri parrocchiali come nelle assemblee organizzate nelle varie diocesi d’Italia. Ma queste cinque vie hanno acquistato concretezza solo quando, nel pomeriggio del 9 novembre, i 2200 delegati da tutta Italia hanno cominciato a percorrere fisicamente, passo dopo passo le vie di Firenze.

Dalle quattro Basiliche più significative della città : Santa Croce, Santa Maria Novella, Santo Spirito, Santissima Annunziata, dopo un momento di preghiera si sono incamminati in processione verso la Cattedrale.

Da qui è iniziato il Convegno, dalla gioia dei partecipanti, dagli abbracci di chi si ritrovava dopo anni dall’ultimo incontro e soprattutto dallo stupore alla vista della Cupola del Brunelleschi, simbolo assoluto di bellezza, di quell’umanesimo che nella bellezza ha la sua radice, bellezza creata dall’uomo che riflette la suprema Bellezza di Dio.

Dopo il passaggio attraverso il Battistero, appena restaurato, splendente di luce, per fare memoria del battesimo e guardare a Cristo, Signore dell’universo, i delegati sono arrivati in cattedrale. E la cattedrale stessa ha parlato: “E’ la mia voce che ora ascoltate, sono Santa Maria del Fiore” così ha esordito il Cardinale di Firenze, Giuseppe Betori citando l’Opus Florentinum di Mario Luzi composto in occasione del Giubileo del duemila, opera dedicata a Santa Maria del Fiore, fatta figura della Chiesa. “In queste parole si illumina la consapevolezza di mutua appartenenza tra Chiesa e città che trovate rappresentata nelle pareti di questa cattedrale e quella convinta apertura al dialogo tra ricerca dell’uomo e verità cristiana, che papa Francesco traduce nella felice immagine di Chiesa “in uscita” ha proseguito il Cardinale. Per poi concludere: “Il luogo che vi accoglie, questa cattedrale, casa delle fede e della cittadinanza del popolo fiorentino, è il frutto della cultura di un popolo consapevole di quale fosse la radice che la faceva germinare e che alimentava l’umanesimo che andava costruendo per offrirlo come un dono all’intero mondo. Tale radice era così chiara alla coscienza di questo popolo che la fece incidere sul cielo a cui rivolgeva lo sguardo in questo luogo sacro, nel miracolo ardito e perfetto della cupola di Filippo Brunelleschi, dove volle fosse l’immagine della meta verso cui siamo in cammino, che ha al suo centro Gesù, in cui riconosceva la pienezza dell’umano. “Ecce Homo”, proclama l’angelo che scorgete sopra il capo del Cristo glorioso, volto compiuto del disegno d’amore del Padre sull’umanità. In questa indicazione il Convegno ha già il cammino tracciato”.

E’ stata poi la volta del Sindaco Dario Nardella che ha definito questo grande appuntamento della Chiesa italiana «un’occasione irripetibile per tutti i cattolici, ma non solo: ha un significato decisivo per tutti gli uomini di questa città e di tutte le città», sia per i credenti sia per i non credenti. Papa Francesco, ha proseguito il sindaco, «è un punto di riferimento anche per noi, rappresentanti delle istituzioni laiche del nostro Paese. Un uomo aperto al senso religioso può sempre ricominciare, in un tempo in cui tutto sembra disgregarsi». Ogni città è fatta di speranza», e la speranza «è la certezza del futuro che nasce dalla stima per quello che siamo adesso».

Senza dubbio un inizio carico di promesse per questo convegno appena avviato: di lì a poco i convegnisti si sono riversati per le vie fiorentine, che si sono animate in maniera diversa dagli altri giorni, quando sono affollate di turisti. Erano sì piene di gente, ma si respirava un’atmosfera gioiosa: tanti preti, suore, famiglie, giovani e qua e là gli zucchetti rossi e viola mescolati fra la gente: vescovi e cardinali con il loro popolo, pastori tra le pecore come raccomanda Papa Francesco. Una serata carica di attesa per le successive giornate del Convegno, ma soprattutto per la visita di Papa Francesco il giorno seguente. Calata la notte, nel centro quasi deserto e senza auto l’atmosfera era irreale: Firenze era in attesa, molti pregustavano già la visita del Papa.
Si può dire con certezza che la realtà ha superato ogni immaginazione!

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Mercoledì, 11 Novembre 2015

In ascolto della congregazione

Dopo aver iniziato il XXI convegno “all’orionina”, con l’ascolto del Papa all’udienza generale del mercoledì, i lavori sono continuati nel pomeriggio con l’ascolto della Congregazione.
Don Aurelio Fusi, Direttore Provinciale, ha iniziato la sua relazione ricordando che la preghiera degli Ebrei iniziava sempre con le parole “Ascolta Israele il Signore tuo Dio”. Oggi anche noi siamo chiamati all’ascolto, dice Don Aurelio, che questi tre giorni di lavoro siano per tutti un’autentica esperienza del Signore.

Il Consiglio Provinciale ha tratto il tema del triennio dalle parole che Papa Francesco ha rivolto alle Congregazioni: fare il memoriale della storia, ricordare gli inizi, raccontare la propria storia per tenere vivi i valori e unire la famiglia.
In questi tre anni Don Aurelio propone un cammino di tre passi:
- Il primo anno si racconta la propria storia con un linguaggio sapienziale
- Il secondo anno si sceglie Dio come unico amore
- Il terzo anno si imitia Gesù esercitando come lui e come Don Orione le opere della misericordia.

Questi obiettivi non sono riservati solo ai religiosi, ma sono rivolti a tutti coloro che abitano e lavorano nelle nostre case. Solo così, attraverso la loro condivisione, alla fine si potrà dire che è stato un successo, per essere operatori di misericordia e non tecnici di misericordia.
Fare memoriale del pensiero di Don Orione è rendere viva ed efficace la sua presenza OGGI, conoscere Don Orione per farci santi anche noi.

 

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Inizia oggi con l'udienza generale di Papa Francesco il 21° Convegno Amministrativo, “Ascoltare per comprendere, comprendere per fare” recita il titolo dell’evento e proprio sull'ascolto è stato incentrato il discorso del Pontefice stamane in piazza San Pietro.

Qui di seguito le Sue parole:

«Una famiglia che non mangia quasi mai insieme, o in cui a tavola non si parla ma si guarda la televisione, o lo smartphone, è una famiglia poco famiglia». All’udienza generale in piazza San Pietro papa Francesco, che ha dedicato la catechesi al tema della «convivialità» sottolineando che «in questo nostro tempo, segnato da tante chiusure e da troppi muri, la convivialità, generata dalla famiglia e dilatata dall’eucaristia, diventa un’opportunità cruciale».

«Oggi – ha detto Francesco – rifletteremo su una qualità caratteristica della vita familiare che si apprende fin dai primi anni di vita: la convivialità, ossia l’attitudine a condividere i beni della vita e a essere felici di poterlo fare. Ma condividere, saper condividere è una virtù preziosa! Il suo simbolo, la sua icona, è la famiglia riunita intorno alla mensa domestica. La condivisione del pasto – e dunque, oltre che del cibo, anche degli affetti, dei racconti, degli eventi… – è un’esperienza fondamentale. Quando c’è una festa, un compleanno, un anniversario, ci si ritrova attorno alla tavola. In alcune culture è consuetudine farlo anche per un lutto, per stare vicino a chi è nel dolore per la perdita di un familiare. La convivialità è un termometro sicuro per misurare la salute dei rapporti: se in famiglia c’è qualcosa che non va, o qualche ferita nascosta, a tavola si capisce subito. Una famiglia che non mangia quasi mai insieme, o in cui a tavola non si parla ma si guarda la televisione, o lo smartphone, è una famiglia poco famiglia. Quando i figli a tavola sono attaccati al computer, al telefonino e non si ascoltano fra loro, questo non è famiglia, è un pensionato!».

Il cristianesimo, ha sottolineato Jorge Mario Bergoglio, «ha una speciale vocazione alla convivialità, tutti lo sanno. Il Signore Gesù insegnava volentieri a tavola, e rappresentava talvolta il regno di Dio come un convito festoso. Gesù scelse la mensa anche per consegnare ai discepoli il suo testamento spirituale, lo fece a cena, condensato nel gesto memoriale del suo Sacrificio: dono del suo Corpo e del suo Sangue quali Cibo e Bevanda di salvezza, che nutrono l’amore vero e durevole». In questa prospettiva, «possiamo ben dire che la famiglia è “di casa” alla messa, proprio perché porta all’eucaristia la propria esperienza di convivialità e la apre alla grazia di una convivialità universale, dell’amore di Dio per il mondo». In questo nostro tempo, «segnato da tante chiusure e da troppi muri, la convivialità, generata dalla famiglia e dilatata dall’Eucaristia, diventa un’opportunità cruciale. L’Eucaristia e le famiglie da essa nutrite possono vincere le chiusure e costruire ponti di accoglienza e di carità». L’eucaristia di una Chiesa di famiglie «è una scuola di inclusione umana che non teme confronti! Non ci sono piccoli, orfani, deboli, indifesi, feriti e delusi, disperati e abbandonati, che la convivialità eucaristica delle famiglie non possa nutrire, rifocillare, proteggere e ospitare».

«Oggi molti contesti sociali pongono ostacoli alla convivialità familiare. È vero, oggi non è facile. Dobbiamo trovare il modo di recuperarla, a tavola si parla, a tavola si ascolta, niente silenzio che non è il silenzio delle monache ma quello dell'egoismo, del telefonino del televisore, recuperare la convivialità pur adattandola ai tempi. La convivialità sembra sia diventata una cosa che si compra e si vende, ma così è un’altra cosa. E il nutrimento non è sempre il simbolo di una giusta condivisione dei beni, capace di raggiungere chi non ha né pane né affetti. Nei Paesi ricchi siamo indotti a spendere per un nutrimento eccessivo, e poi lo siamo di nuovo per rimediare all’eccesso. E questo “affare” insensato distoglie la nostra attenzione dalla fame vera, del corpo e dell’anima. Quando non c'è convivialità c'è egoismo, ognuno pensa a se stesso. Tanto più che la pubblicità l’ha ridotta a un languore di merendine e a una voglia di dolcetti. Mentre tanti, troppi fratelli e sorelle rimangono fuori dalla tavola. È una vergogna!». In questo senso, «l’alleanza viva e vitale delle famiglie cristiane, che precede, sostiene e abbraccia nel dinamismo della sua ospitalità le fatiche e le gioie quotidiane, coopera con la grazia dell’Eucaristia, che è in grado di creare comunione sempre nuova con la sua forza che include e che salva. La famiglia cristiana mostrerà proprio così l’ampiezza del suo vero orizzonte, che è l’orizzonte della Chiesa Madre di tutti gli uomini, di tutti gli abbandonati e gli esclusi, in tutti i popoli. Preghiamo perché questa convivialità familiare possa crescere e maturare nel tempo di grazia nel prossimo Giubileo della Misericordia».

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Si è svolto a Roma, oggi 10 novembre, presso la Casa Religiosa di Ospitalità "Giovanni Paolo II" il IV Convegno di formazione ed aggiornamento per la gestione delle Case Religiose di Ospitalità.

L'incontro ha visto la partecipazione di ben 17 delle 32 realtà che, a vario titolo, vengono considerate "Case per Ferie": quelle che rispondono alle esigenze sociali del territorio, quelle che accolgono studenti e giovani lavoratori, quelle che accolgono soprattutto ritiri ed esercizi spirituali, quelle che hanno come ospiti principali i pellegrini.

Nell'eterogeneo mondo costituito dall'Ospitalità Orionina si è voluto, per il quarto anno consecutivo, creare una giornata ad hoc per permettere alle varie realtà di confrontarsi, scambiarsi idee ed esperienze, trovare un metodo comune di gestione, nonostante le peculiari caratteristiche.

Nella mattinata, dopo la preghiera delle Lodi ed il saluto di don Walter Groppello, il dott. Luigi Raineri, coadiuvato dalla sig.ra Daniela Niero, ha esposto ai presenti il tema "Controllo di gestione: teoria e organizzazione".

Il pomeriggio ha visto i rappresentanti delle varie Case cimentarsi con gli strumenti concreti della gestione affrontando, insieme ai due relatori, i seguenti temi: “Organizzazione e predisposizione degli strumenti di lavoro”, “Predisposizione e gestione del budget”, “Attività di pianificazione e programmazione”.

Questa giornata di formazione e condivisione fa da prologo, ormai da quatto anni, al più esteso Convegno Amministrativo che vede impegnati Direttori, Economi, Collaboratori Tecnici ed Amministrativi di tutte le Opere Orionine d’Italia che annualmente si incontrano per approfondire i temi legati alla gestione delle Opere e condividere momenti di formazione umana e spirituale.

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Come ha fatto per la prima volta nel 1976, la Chiesa Italiana raduna a metà di ogni decennio i suoi «stati generali». Il Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, che si apre oggi 9 novembre (a 9 anni dal precedente che si tenne a Verona), ed al quale martedì parteciperà Papa Francesco, sarà dunque «un laboratorio di riflessione, di esperienze, di racconto tra comunità, di messa in comune di prospettive, speranze, impegni», ha sottolineato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Questa volta, a differenza delle passate edizioni, non sono previste relazioni, ma solo due introduzioni al dibattito tra i partecipanti,  che, divisi in gruppi, approfondiranno i diversi temi. Poi per dare tangibilità ai discorsi e alle riflessioni, il pomeriggio del 12 novembre sarà dedicato all'incontro con «l'umanesimo concreto», cioè con quelle opere che in campo sociale, culturale, spirituale, assistenziale rappresentano esperienze di «vita buona», gesti che traducono in volti, iniziative e percorsi lo slogan del Convegno.

I delegati delle 220 diocesi italiane non resteranno però chiusi nella sede dei lavori, ma andranno nelle periferie dell'umano della città di Firenze, dove tanta gente abita e opera, per affrontare situazioni di difficoltà come quelle del lavoro e della giustizia sociale, della malattia e della disabilità o per cogliere altre prospettive positive sul piano della ricerca e innovazione tecnologica, della cultura e formazione, dell'arte e della bellezza. Situazioni in cui l'umanesimo cristiano si confronta con la realtà concreta del vissuto della gente. Infatti a fare da filo conduttore all'appuntamento di Firenze, che si colloca a metà del decennio dedicato all'educazione, è l'affermazione «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo», un tema che di primo acchito potrebbe apparire astratto, generico. In realtà, ha spiegato il cardinale Bagnasco, «proprio la sfida antropologica è risuonata dai cinque continenti nel Sinodo straordinario: in qualunque società e cultura lo tsunami occidentale vuole sfondare le porte di popoli e nazioni».

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, dal canto suo pronuncia un auspicio: «Sarebbe bello che la Chiesa italiana affrontasse un'esperienza che da troppo tempo non fa: un Sinodo nazionale». «Dobbiamo guardare all'esperienza del Sinodo appena concluso, in cui - spiega - sono emerse chiaramente la vitalità, la bellezza, ma anche la fatica che comporta il cammino della sinodalita'». «Può sembrare difficile - ammette il vescovo  - che un Convegno con 2.500 partecipanti si presti subito, in quattro giorni, a realizzare un'esperienza di ascolto reciproco e di sinodalita', ma il modo in cui è stato organizzato può aiutare».

Ingredienti fondamentali dell'evento sono il coinvolgimento e la partecipazione. Non a caso, il riferimento sul quale le diocesi, le parrocchie, i gruppi e i movimenti hanno lavorato non è stato un documento preconfezionato, ma una Traccia, ovvero un testo aperto, con suggestioni e `input´ da declinare nei contesti locali, sul territorio. E non è neppure un caso che per la prima volta i social network saranno protagonisti. All'insegna dell'inclusione, dell'ascolto e della coralita'.

Clicca QUI per il programma dettagliato del Convegno.

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