"L’arma migliore che tutti possiamo adoperare è ancora e sempre la preghiera."
Don Orione

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Los desamparados

Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2018

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Giovedì, 17 Dicembre 2015

Istat - Le persone senza fissa dimora

I dati pubblicati dall’Istituto Statistico riguardanti i senza fissa dimora segnalano un fenomeno in aumento, sia nei numeri che nella durata.
Il carisma di don Orione, oltre che le “case” abitabili, e spesso sottoutilizzate, di cui a volte il mondo religioso in generale dispone, si trasformano in un forte interpello.
I dati sono i seguenti: sono oltre 50.700 le persone senza fissa dimora in Italia, in aumento rispetto alle 47.648 stimate nel 2011.

La stima arriva dall'Istat sulla base di coloro che nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l'indagine. L'Istat che nel 2014 ha realizzato la seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, a seguito di una convenzione tra Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana.

Secondo l’indagine, più della metà dei senza fissa dimora vive al nord, dove l’offerta dei servizi è maggiore, uno su quattro (il 25 per cento) vive al centro e solo uno su cinque (20 per cento) nel Mezzogiorno, dove tuttavia le presenze sono aumentate del 2 per cento.

Clicca QUI per leggere il rapporto completo.

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Venerdì, 11 Dicembre 2015

Tortona - Braccia e Cuore

Il Natale 2015 sarà il 1^ Natale trascorso dai primi rifugiati in “Casa nostra”: sono arrivati a fine novembre i primi profughi nel Convento abitato fino a qualche mese fa dalle nostre Suore Sacramentine.
Sono i primi 9 sui 30 Profughi previsti nella ex - Villa Pedevilla in Via Emilia a Tortona, nella zona chiamata Oasi. Sono Afgani e Pakistani in età tra i 18 e i 30 anni.
L’incontro tra la Piccola Opera della Divina Provvidenza di San Luigi Orione e la Cooperativa Sociale Villa Ticinum di Pavia, da alcuni anni operante nell’ambito di diverse forme di svantaggio sociale, ha portato alla nascita di un progetto che, ispirati all’insegnamento di San Luigi Orione, è stata chiamato “Braccia e Cuore”.
Il Progetto prevede l’accoglienza, di 30 profughi presso una delle strutture storiche della Piccola Opera a Tortona: la Casa Pedevilla, già sede del Piccolo Cottolengo e poi delle Suore Sacramentine.
L’esperienza rende consapevoli di quanto spesso non sia facile e privo di rischi aiutare i poveri e chi si trova in situazioni estreme, ma al tempo stesso indica la strada con cui caratterizzare questa nuova accoglienza: non un luogo di semplice assistenzialismo ma una occasione di promozione umana, sociale e spirituale.
Rivolgiamo a chi legge l’invito a conoscere i primi ospiti, gli operatori e a visitare la struttura all’atto di inizio ufficiale dell’attività che si terrà sabato 12 dicembre, alla Casa Pedevilla (Tortona, Via Emilia 419), alle ore 11. Ci sarà il taglio del nastro ed entreremo negli ambienti destinati al progetto “Braccia e cuore”. Nella Cappella interna, Don Flavio Peloso presiederà la Messa e al termine si starà insieme per un piccolo rinfresco.

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Lo stupore lo si legge negli occhi. Molti entrano in sala Paolo VI tenendo il naso all’insù, come si fa ogni prima volta in un luogo finora conosciuto solo per sentito dire. Fissano prima le luci del soffitto, poi quel che trapela, da dietro il maxischermo, del grande Cristo della Resurrezione di Pericle Fazzini. Infine, si guardano intorno un po’ sperduti, quasi ad essere rassicurati dai compagni di fragilità.

Migliaia di clochard, volontari, donne e bambini ospitati nelle case famiglia del Lazio che Papa Francesco ha voluto invitare questo pomeriggio alla prima mondiale in Vaticano del film sulla sua vita, diretto da Daniele Lucchetti: Chiamatemi Francesco. Ad accogliere gli ospiti speciali è infatti l'elemosiniere, monsignor Konrad Krajewski, a cui il Papa affida la realizzazione di tutti i "doni" per i più bisognosi: "Benvenuti a casa".

"Sono curioso di vedere cosa facesse l'arcivescovo Bergoglio a Buenos Aires prima di venire a Roma", dice il sessantenne Felice, che da qualche giorno vive nel dormitorio voluto dal Papa ad ottobre proprio in via dei Penitenzieri, a due passi dal Vaticano.

"Ci hanno raccontato che anche lì aiutava i poveri, girando di notte per le strade – continua frettolosamente, prima di sparire per andare a prendere posto nelle prime file – come sta facendo dall’inizio con noi qui".

Una donna se ne sta seduta in angolo della sala Nervi con in mano il biglietto d'ingresso. "Me lo hanno dato nella mensa di poveri di piazza Santa Lucia, dove vado ogni sera da quando ho perso il lavoro". Dolores è una equadoregna arrivata dodici anni fa in Italia per fare la badante. "Invitare noi che non abbiamo certo i soldi per andare al cinema - sono le sue ultime parole prima che le luci si abbassino - è il più bel regalo che il Papa potesse farci per il Giubileo".

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Martedì, 01 Dicembre 2015

Seregno - Cena Africana

Venerdì 20 novembre 2015, presso la sala "mensa della comunità" del "Don Orione" è stato festeggiato il primo compleanno di permanenza a Seregno, dei 17 ragazzi africani affidati dalla Prefettura della provincia di Monza e Brianza, nell'ambito dell'emergenza dei richiedenti asilo (dopo di loro altri 6 hanno trovato accoglienza presso la struttura Don Orione di Seregno).
E’ stato riproposto un momento di convivialità già vissuto poco meno di un anno fa, ritrovandosi a cena per gustare piatti tipici della cucina africana quali riso “Chap/Cue”, Cuscus, Domadà.                               
Tanti erano gli amici presenti con anche rispettive famiglie, volontari, operatori, religiosi, alcuni ospiti della casa, i "maestri" di italiano della Caritas cittadina e simpatizzanti.
E' stato un bel momento di festa e anche l'occasione per dimostrarsi reciproca riconoscenza e manifestare il desiderio (già intuito) di maggiore integrazione.
In questi giorni dopo le drammatiche vicende di Parigi, sono aumentati gli sguardi di diffidenza...ma sono anche sorte manifestazioni di unanime condanna di quanto accaduto esprimendo il desiderio di speranza di Pace. E' con questo sincero spirito che si sono trascorse 2 ore di autentica fraternità, mangiando insieme, ballando e suonando i tipici strumenti a percussione africana...in SIM-PATIA.
Questa è la speranza: che una serata "straordinaria" di "festa africana" possa sempre più diventare nell'ordinario "festa di integrazione di popoli" in questo nostro mondo, nella nostra vita.

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Giovedì, 26 Novembre 2015

Il Papa a Nairobi

«La violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione». Lo ha denunciato Papa Francesco nel discorso pronunciato alla State House di Nairobi, dove ha avuto luogo la cerimonia di benvenuto e il successivo incontro con le autorità del Paese e il Corpo Diplomatico.

Secondo Francesco, «la lotta contro questi nemici della pace e della prosperità dev'essere portata avanti da uomini e donne che, senza paura, credono nei grandi valori spirituali e politici che hanno ispirato la nascita della Nazione e ne danno coerente testimonianza».

I doni della natura sono da amministrare con responsabilità; «Noi abbiamo una responsabilità nel trasmettere la bellezza della natura nella sua integrità alle future generazioni e abbiamo il dovere di amministrare in modo giusto i doni che abbiamo ricevuto. Tali valori sono profondamente radicati nell’anima africana. In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune, essi devono ispirare gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico».
Il Papa nel corso del suo discorso ha parlato a lungo dei giovani considerati «la risorsa più preziosa di ogni Paese». «Proteggere i giovani - ha proseguito il Pontefice -, investire su di essi e offrire loro una mano è il modo migliore per poter assicurare un futuro degno della saggezza e dei valori spirituali cari ai loro anziani, valori che sono il cuore e l’anima di un popolo».

Nel concludere il suo discorso Francesco ha esortato le autorità locali a mostrare «una genuina preoccupazione per i bisogni dei poveri, per le aspirazioni dei giovani e per una giusta distribuzione delle risorse umane e naturali con le quali il Creatore ha benedetto il vostro Paese»

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Martedì, 24 Novembre 2015

Francesco pronto per l'Africa

La presenza del Papa e i suoi gesti vanno sempre di pari passo con il messaggio rappresentato dalle sue parole. Ma nel  viaggio che Francesco inizia domani in Africa, visitando Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, il suo esserci fisicamente in quei luoghi è ancora più importante di ciò che potrà dire.

La prima tappa è nel Paese dove sono avvenuti alcuni dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni da parte dei jihadisti di Al-Shabaab, l'ala radicale delle ex Corti islamiche: al Westgate Mall nel settembre 2013 (71 morti e 175 feriti), al Garissa University College nell'aprile scorso (148 morti e 79 feriti) e a Mandera nel luglio scorso (14 morti e 11 feriti).

In una terra in cui violenza e terrorismo vengono alimentati dalla povertà e dalla disperazione ma anche dall'indottrinamento estremista, Francesco ribadirà che invocare il nome di Dio per giustificare uccisioni e stragi è una bestemmia. Un momento significativo della tappa kenyota sarà il discorso al quartier generale dell'Onu in Africa, ormai alla vigilia del COP21 di Parigi, il summit sui mutamenti climatici. Il Papa ha dedicato nel giugno scorso un'enciclica ai temi dell'ambiente, mostrando come la lotta all'inquinamento non può essere disgiunta dalla lotta alla povertà e dalla messa in discussione dell'attuale sistema di sviluppo.

A caratterizzare la seconda tappa del viaggio, quella in Uganda, oltre alla celebrazione del cinquantesimo anniversario della canonizzazione dei martiri di Namugongo, saranno i temi dell'esclusione sociale e della piena partecipazione di tutti alla vita della società. Le abbondanti risorse naturali, come le riserve petrolifere nella regione del Lago Alberto, non si traducono in ricchezza per tutti ma acuiscono il divario tra i pochi ricchi e il resto della popolazione.

Le terza e più delicata tappa è quella nella Repubblica Centrafricana. Rimasta in forse fino all'ultimo, a causa dell'instabilità e della scarsità di sicurezza nella capitale Bangui, dove anche negli ultimi giorni sono continuati gli scontri ammantati di motivazioni religiose ma provocati anche da altre ragioni. Si è parlato di una segnalazione dei servizi francesi, che parlavano del rischio di attentati, ma padre Federico Lombardi assicura che «non ci risultano elementi nuovi di preoccupazione». Da venerdì è a Bangui il responsabile della sicurezza del Papa, il capo dei Gendarmi Domenico Giani. L'arrivo di 300 Caschi Blu dell'Onu senagalesi, che rimarranno nel Paese durante lo svolgimento delle elezioni presidenziali previste per il mese prossimo, dovrebbe garantire un tranquillo svolgimento della visita.

Francesco ci tiene particolarmente a inaugurare in anticipo il Giubileo della Misericordia nella cattedrale di Bangui, aprendo la Porta Santa di quella diocesi in anticipo di oltre una settimana rispetto a quella della Basilica di San Pietro. Non era mai accaduto prima. Particolarmente significativa, se il programma verrà rispettato, la visita nella moschea della capitale Centrafricana. Non mancheranno inoltre, durante questa trasferta nelle periferie del mondo, dei momenti di vicinanza ai più poveri tra i poveri, come la visita al quartiere di Kangemi a Nairobi o alla Casa della Carità a Nalukolongo, in Uganda.

I bagliori sinistri degli eventi di Parigi, la blindatura di Bruxelles, i timori per gli attentati sotto le finestre di casa nostra rendono ancora più significativo il pellegrinaggio di un Papa che anche in Africa continuerà a viaggiare sulla «papamobile» scoperta senza arrendersi alla paura.


Qui di seguito il messaggio del Papa:

Cari fratelli e sorelle della Repubblica Centroafricana,

A pochi giorni dal viaggio che mi condurrà da voi, tengo a dirvi la gioia che provo e a salutare già ognuno tra voi con l’affetto più grande, qualunque sia la sua etnia o la sua religione. Sarà la prima volta nella mia vita che verrò nel continente africano, così bello e così ricco per la sua natura, le sue popolazioni e le sue culture; e mi aspetto belle scoperte e incontri arricchenti.

Il vostro caro Paese vive da troppo tempo in una situazione di violenza e d’insicurezza di cui molti di voi sono le vittime innocenti. Il fine della mia visita è innanzitutto di portarvi, in nome di Gesù, il conforto della consolazione e della speranza. Auspico di tutto cuore che la mia visita possa contribuire, in un modo o nell’altro, a guarire le vostre ferite e ad aprire un futuro più sereno per il Centroafrica e per tutti i suoi abitanti.

Il tema di questo viaggio sarà: passiamo all’altra riva. È un tema che invita le vostre comunità cristiane a guardare risolutamente avanti, e incoraggio ognuno a rinnovare il suo rapporto con Dio e con i fratelli per edificare un mondo più giusto e più fraterno. In particolare avrò la gioia di aprire per voi — un po’ in anticipo — l’Anno Giubilare della Misericordia, che sarà per ognuno, spero, l’occasione provvidenziale di un autentico perdono, da ricevere e da dare, e di un rinnovamento nell’amore.

Vengo da voi come messaggero di pace. Avrò a cuore di sostenere il dialogo interreligioso per incoraggiare la coabitazione pacifica nel vostro paese; so che ciò è possibile, perché siamo tutti fratelli.

Vi chiedo di pregare per me. Imploro l’aiuto della Vergine Maria e vi dico a presto.

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Lunedì, 23 Novembre 2015

Non chiudiamo le porte ai rifugiati

I vescovi degli Stati Uniti chiedono di non chiudere le porte ai rifugiati siriani che cercano asilo nel Paese dopo le stragi di Parigi. Da Baltimora, dove si sono riuniti questa settimana per la loro sessione autunnale, i presuli - come riferisce Radio Vaticana- hanno espresso ferma condanna per gli attentati e condoglianze per le vittime, ma anche preoccupazione per le reazioni di alcuni esponenti politici che hanno chiesto la chiusura delle frontiere ai rifugiati dalla Siria, dopo la notizia del ritrovamento di un passaporto siriano accanto al corpo di uno degli attentatori.

“Questi rifugiati fuggono essi stessi dal terrorismo e dalla medesima violenza che ha colpito Parigi”, ha dichiarato a nome della Conferenza episcopale Usa il presidente della Commissione episcopale per i migranti, mons. Eusebio Elizondo. “Si tratta di famiglie estremamente vulnerabili, di donne e bambini che partono per salvare le proprie vite. Non possiamo e non dobbiamo considerarli colpevoli per gli atti di un’organizzazione terroristica”.


Nella dichiarazione mons. Elizondo ricorda che le procedure per entrare negli Stati Uniti sono già molto rigide e complesse e che si possono eventualmente prevedere misure aggiuntive, ma non rifiutare l’accoglienza a queste persone in difficoltà. Di qui l’invito alle autorità  ad “intervenire per porre fine pacificamente al conflitto siriano e perché i quattro milioni di rifugiati possano fare rientro nel loro Paese e ricostruire le loro case”, invece “di usare questa tragedia per fare di tutti i rifugiati un capro espiatorio”. Una “grande nazione” come gli Stati Uniti, conclude quindi la nota, deve “dare prova di leadership per condurre altri Stati a proteggere persone in pericolo e mettere fine ai conflitti in Medio Oriente”.


Dello stesso tenore le considerazioni esposte in un post del Catholic Relief Services (Crs), l’agenzia caritativa dei vescovi per gli aiuti ai Paesi d’oltre-mare, che spiega in cinque punti le ragioni per non “punire” i rifugiati siriani per gli attacchi di Parigi. “Anche se le preoccupazioni per la sicurezza sono legittime – si legge, tra l’altro, nel post – i leader e i politici devono capire che rifiutare di accogliere lo straniero e non lavorare insieme per la soluzione della crisi dei rifugiati serve solo ad aiutare i nostri nemici”.

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Giovedì, 19 Novembre 2015

La porta dell’accoglienza

In questo periodo di tensione per quello che sta accadendo intorno a noi vogliamo condividere le parole del Papa pronunciate all'udienza generale del mercoledì:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con questa riflessione siamo arrivati alle soglie del Giubileo, è vicino. Davanti a noi sta la  porta, ma non solo la porta santa, l’altra: la grande porta della Misericordia di Dio - e quella è una porta bella! -, che accoglie il nostro pentimento offrendo la grazia del suo perdono. La porta è generosamente aperta, ci vuole un po’ di coraggio da parte nostra per varcare la soglia. Ognuno di noi ha dentro di sé cose che pesano. Tutti siamo peccatori! Approfittiamo di questo momento che viene e varchiamo la soglia di questa misericordia di Dio che mai si stanca di perdonare, mai si stanca di aspettarci! Ci guarda, è sempre accanto a noi. Coraggio! Entriamo per questa porta!

Dal Sinodo dei Vescovi, che abbiamo celebrato nello scorso mese di ottobre, tutte le famiglie, e la Chiesa intera, hanno ricevuto un grande incoraggiamento a incontrarsi sulla soglia di questa porta aperta. La Chiesa è stata incoraggiata ad aprire le sue porte, per uscire con il Signore incontro ai figli e alle figlie in cammino, a volte incerti, a volte smarriti, in questi tempi difficili. Le famiglie cristiane, in particolare, sono state incoraggiate ad aprire la porta al Signore che attende di entrare, portando la sua benedizione e la sua amicizia. E se la porta della misericordia di Dio è sempre aperta, anche le porte delle nostre chiese, delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, delle nostre istituzioni, delle nostre diocesi, devono essere aperte, perché così tutti possiamo uscire a portare questa misericordia di Dio. Il Giubileo significa la grande porta della misericordia di Dio ma anche le piccole porte delle nostre chiese aperte per lasciare entrare il Signore - o tante volte uscire il Signore - prigioniero delle nostre strutture, del nostro egoismo e di tante cose.

Il Signore non forza mai la porta: anche Lui chiede il permesso di entrare. Il Libro dell’Apocalisse dice: «Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Ma immaginiamoci il Signore che bussa alla porta del nostro cuore! E nell’ultima grande visione di questo Libro dell’Apocalisse, così si profetizza della Città di Dio: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno», il che significa per sempre, perché «non vi sarà più notte» (21,25). Ci sono posti nel mondo in cui non si chiudono le porte a chiave, ancora ci sono. Ma ce ne sono tanti dove le porte blindate sono diventate normali. Non dobbiamo arrenderci all’idea di dover applicare questo sistema a tutta la nostra vita, alla vita della famiglia, della città, della società. E tanto meno alla vita della Chiesa. Sarebbe terribile! Una Chiesa inospitale, così come una famiglia rinchiusa su sé stessa, mortifica il Vangelo e inaridisce il mondo. Niente porte blindate nella Chiesa, niente! Tutto aperto!

La gestione simbolica delle “porte” – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione. La porta si apre frequentemente, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta, e magari non ha il coraggio, forse neppure la forza di bussare. Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai. La porta dice molte cose della casa, e anche della Chiesa. La gestione della porta richiede attento discernimento e, al tempo stesso, deve ispirare grande fiducia. Vorrei spendere una parola di gratitudine per tutti i custodi delle porte: dei nostri condomini, delle istituzioni civiche, delle stesse chiese. Spesso l’accortezza e la gentilezza della portineria sono capaci di offrire un’immagine di umanità e di accoglienza all’intera casa, già dall’ingresso. C’è da imparare da questi uomini e donne, che sono custodi dei luoghi di incontro e di accoglienza della città dell’uomo! A tutti voi custodi di tante porte, siano porte di abitazioni, siano porte delle chiese, grazie tante! Ma sempre con un sorriso, sempre mostrando l’accoglienza di quella casa, di quella chiesa, così la gente si sente felice e accolta in quel posto.

In verità, sappiamo bene che noi stessi siamo i custodi e i servi della Porta di Dio, e la porta di Dio come si chiama? Gesù! Egli ci illumina su tutte le porte della vita, comprese quelle della nostra nascita e della nostra morte. Egli stesso l’ha affermato: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Gesù è la porta che ci fa entrare e uscire. Perché l’ovile di Dio è un riparo, non è una prigione! La casa di Dio è un riparo, non è una prigione, e la porta si chiama Gesù! E se la porta è chiusa, diciamo: “Signore, apri la porta!”. Gesù è la porta e ci fa entrare e uscire. Sono i ladri, quelli che cercano di evitare la porta: è curioso, i ladri cercano sempre di entrare da un’altra parte, dalla finestra, dal tetto ma evitano la porta, perché hanno intenzioni cattive, e si intrufolano nell’ovile per ingannare le pecore e approfittare di loro. Noi dobbiamo passare per la porta e ascoltare la voce di Gesù: se sentiamo il suo tono di voce, siamo sicuri, siamo salvi. Possiamo entrare senza timore e uscire senza pericolo. In questo bellissimo discorso di Gesù, si parla anche del guardiano, che ha il compito di aprire al buon Pastore (cfr Gv 10,2). Se il guardiano ascolta la voce del Pastore, allora apre, e fa entrare tutte le pecore che il Pastore porta, tutte, comprese quelle sperdute nei boschi, che il buon Pastore si è andato a riprendere. Le pecore non le sceglie il guardiano, non le sceglie il segretario parrocchiale o la segretaria della parrocchia; le pecore sono tutte invitate, sono scelte dal buon Pastore. Il guardiano – anche lui – obbedisce alla voce del Pastore. Ecco, potremmo ben dire che noi dobbiamo essere come quel guardiano. La Chiesa è la portinaia della casa del Signore, non è la padrona della casa del Signore.

La Santa Famiglia di Nazareth sa bene che cosa significa una porta aperta o chiusa, per chi aspetta un figlio, per chi non ha riparo, per chi deve scampare al pericolo. Le famiglie cristiane facciano della loro soglia di casa un piccolo grande segno della Porta della misericordia e dell'accoglienza di Dio. E’ proprio così che la Chiesa dovrà essere riconosciuta, in ogni angolo della terra: come la custode di un Dio che bussa, come l’accoglienza di un Dio che non ti chiude la porta in faccia, con la scusa che non sei di casa. Con questo spirito ci avviciniamo al Giubileo: ci sarà la porta santa, ma c’è la porta della grande misericordia di Dio! Ci sia anche la porta del nostro cuore per ricevere tutti il perdono di Dio e dare a nostra volta il nostro perdono, accogliendo tutti quelli che bussano alla nostra porta.

 

A fondo pagina il video

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L’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) ha pubblicato, in collaborazione con IDOS, il Dossier Immigrazione 2015.
Crescita progressiva, seppure rallentata, della popolazione immigrata; forte aumento dei processi di inserimento (acquisizioni di cittadinanza, iscrizioni a scuola, incidenza sugli occupati e sulle nascite); persistenza del bilancio positivo tra spesa pubblica ed entrate statali assicurate dagli stranieri; miglioramento delle statistiche penali; crescenti difficoltà nel superare le discriminazioni e nell’orientare le politiche di immigrazione e di integrazione: questi in breve i principali elementi emersi nel Dossier Statistico Immigrazione 2015.

Clicca QUI per leggere la scheda di sintesi

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Domenica, 08 Novembre 2015

Mettetevi seduti, amici

Pubblichiamo un'interessante intervista concessa da Papa Francesco al giornale di strada olandese Straatnieuws - traduzione di Radio Vaticana

È ancora presto quando ci presentiamo al portone di servizio del Vaticano, a sinistra della Basilica di San Pietro. Le guardie svizzere sono al corrente del nostro arrivo e ci fanno passare. Dobbiamo andare alla Casa Santa Marta, perché è lì dove abita Papa Francesco. Quella Casa Santa Marta probabilmente è l’hotel a tre stelle più particolare del mondo. Un grande edificio bianco dove pernottano cardinali e vescovi che svolgono il loro servizio in Vaticano o vi si trovano di passaggio e che è anche la dimora dei cardinali durante il conclave.
Anche qui sanno del nostro arrivo. Due signore alla reception, come in ogni albergo, gentilmente ci indicano una porta laterale. La stanza dell’incontro è già stata preparata. Uno spazio abbastanza grande con una scrivania, un sofà, alcune tavole e sedie, questo è il luogo di ricevimento infrasettimanale del Papa. Poi, inizia l’attesa. Marc, il venditore di Straatnieuws, è il più tranquillo di tutti e aspetta, seduto sulla sedia, ciò che verrà.
Di colpo si presenta il fotografo ufficiale del Papa. “Sta arrivando il Papa”, ci bisbiglia.
E prima che ce ne rendiamo conto entra nella stanza: Papa Francesco, il capo spirituale di 1,2 miliardi di cattolici. Porta con sé una grande busta bianca. “Mettetevi seduti, amici”, dice con un gesto gentile della mano, “Che piacere che siate qui.” Il Santo Padre dà l’impressione di un uomo calmo e amichevole, ma allo stesso tempo energico e preciso. Una volta seduti si scusa per il fatto di non parlare l’olandese. Glielo perdoniamo subito.
D - Le nostre interviste iniziano sempre con una domanda sulla via dove l’intervistato è cresciuto. Lei, Santo Padre, cosa si ricorda di quella via? Che immagini Le vengono in mente pensando alle strade della Sua infanzia?
R - “Io da quando avevo un anno fino al momento che sono entrato in seminario, ho vissuto nella stessa via. Era un quartiere semplice di Buenos Aires, tutte case basse. C’era una piazzetta, dove noi giocavamo a calcio. Mi ricordo che scappavo da casa e andavo a giocare a calcio con i ragazzi dopo la scuola. Poi mio papà lavorava in una fabbrica che era a cento metri. Faceva il ragioniere. E i nonni abitavano a cinquanta metri. Tutto a pochi passi l’uno dall’altro. Io mi ricordo anche i nomi della gente, da prete sono andato a dare i sacramenti, il conforto ultimo a tanti, che mi chiamavano e ci andavo perché volevo loro bene. Questi sono i miei ricordi spontanei”.

D - Lei giocava anche a calcio?
R. - “Si”

D. - Era forte?
R. - “No. A Buenos Aires a quelli che giocavano il calcio come me, li chiamavano pata dura. Che vuol dire avere due gambe sinistre. Ma giocavo, facevo il portiere tante volte.”

D. - Com’è nato il suo impegno personale per i poveri?
R. - “Si, tanti ricordi mi vengono in mente. Mi ha colpito tanto una signora che veniva a casa tre volte alla settimana per aiutare la mia mamma. Per esempio aiutava in lavanderia. Lei aveva due figli. Erano italiani, siciliani e hanno vissuto la guerra, erano molto poveri, ma tanto buoni. E di quella donna ho sempre mantenuto il ricordo. La sua povertà mi colpiva. Noi non eravamo ricchi, noi arrivavamo alla fine del mese normalmente, ma non di più. Non avevamo una macchina, non facevamo le vacanze o tali cose. Ma a lei mancavano tante volte le cose necessarie. Noi avevamo abbastanza e mia mamma le dava delle cose. Poi lei è tornata in Italia, e dopo è ritornata in Argentina. L’ho ritrovata quando ero arcivescovo di Buenos Aires, aveva 90 anni. E l’ho accompagnata fino alla morte a 93 anni. Un giorno lei mi ha dato una medaglia del Sacro Cuore di Gesù che porto ancora ogni giorno con me. Questa medaglia -che è anche un ricordo - mi fa tanto bene. Vuole vederla?"
(Con un po’ di fatica, il Papa riesce a tirar fuori la medaglia, completamente scolorita dopo essere stata portata per anni).
“Così penso a lei ogni giorno e a quanto ha sofferto per la povertà. E penso a tutti gli altri che hanno sofferto. La porto e la prego…"

D. - Qual è il messaggio della Chiesa per i senzatetto? Che cosa significa la solidarietà cristiana per loro in concreto?
R. - “Mi vengono due cose in mente. Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. Poi la Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto di avere un tetto sopra di te. Nei movimenti popolari si lavora con tre ‘t’ spagnole, trabajo (lavoro), techo (casa) e tierra (terra). La chiesa predica che ogni persona ha il diritto a queste tre ‘t’. “

D. - Lei chiede spesso attenzione per i poveri e per i profughi. Non teme che in questo modo si possa generare una forma di stanchezza nei mass-media e nella società in generale?
R. - “A tutti noi viene la tentazione – quando si torna su un tema che non è bello, perché è brutto parlarne - di dire: “Ma, finiamo: questa cosa, stufa troppo “. Io sento che la stanchezza esiste, ma non mi fa paura. Io devo continuare di parlare delle verità e di come sono le cose.”

D. - È il suo dovere?
R. - “Si, è il mio dovere. Lo sento dentro di me. Non è un comandamento, ma come persone tutti dobbiamo farlo“.

D. - Non teme che la Sua difesa della solidarietà e dell’aiuto per i senzatetto e altri poveri possa essere sfruttata politicamente? Come deve parlare la Chiesa per essere influente e allo stesso tempo rimanere fuori dagli schieramenti politici?
R. - “Ci sono strade che portano a sbagli in quel punto. Vorrei sottolineare due tentazioni. La Chiesa deve parlare con la verità e anche con la testimonianza: la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone: questo non si può fare. Questa è la prima tentazione. L’altra tentazione è di fare accordi con i governi. Si possono fare accordi, ma devono essere accordi chiari, accordi trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché c’è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa. Io ricordo che una volta con molto dolore ho visto - quando l’Argentina sotto il regime dei militari è entrata in guerre con la Gran Bretagna per le Isole Malvine - che la gente dava delle cose, e ho visto che tante persone, anche cattolici, che erano incaricati di distribuirle, le portavano a casa. C’è sempre il pericolo della corruzione. Una volta ho fatto una domanda a un ministro dell’Argentina, un uomo onesto. Uno che ha lasciato l’incarico perché non poteva andare d’accordo con alcune cose un po’oscure Gli ho fatto la domanda: quando voi inviate aiuti, sia pasti, siano vestiti, siano soldi, ai poveri e agli indigenti: di quello che inviate, quanto arriva là, sia in denaro sia in spesa? Mi ha detto: il 35 per cento. Significa che il 65 per cento si perde. È la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me.”

D. - Lei crede che finora nel suo pontificato ha potuto ottenere un cambiamento mentale, per esempio nella politica?
R. - “Non saprei cosa dire. Non lo so. So che alcuni hanno detto che io ero comunista. Ma è una categoria un po’ antiquata (ride). Forse oggi si usano altre parole per dire questo…”

D. - Marxista, socialista…
R. - “Hanno detto tutto questo.”

D. - I senzatetto hanno dei problemi finanziari, ma coltivano la propria libertà. Il papa non ha nessun bisogno materiale, ma è considerato da alcuni come un prigioniero in Vaticano. Non sente mai il desiderio di mettersi nei panni di un senzatetto?
R. - “Mi ricordo il libro di Mark Twain ‘Il principe e il povero’, quando uno può mangiare tutti i giorni, hai vestiti, hai un letto per dormire, hai una scrivania per lavorare e non manca niente. Hai anche degli amici.
Ma questo principe di Mark Twain vive in una gabbia d’oro.”

D. - Si sente libero qui in Vaticano?
R. - “Due giorni dopo essere eletto papa, sono andato (nella versione olandese: “come si dice ufficialmente”) a prendere possesso dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Non è un appartamento lussuoso. Ma è largo, è grande… Dopo aver visto questo appartamento mi è sembrato un imbuto al rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Io ho pensato: non posso vivere qua semplicemente per motivi mentali. Mi farebbe male. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare qui, a Santa Marta. E questo mi fa bene perché mi sento libero. Mangio nella sala pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Trovo gente, la saluto e questo fa che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Ma mi manca la strada”.

D. Santo Padre, Marc vuole invitarla per andare a mangiare una pizza con noi. Che ne pensa?
R. - “Mi piacerebbe, ma non riusciremmo a farlo. Perché il momento che esco da qua verrà la gente da me. Quando sono andato a cambiare le lenti dei miei occhiali in città, erano le sette di sera. Non c’era molta gente in strada. Mi hanno portato dall’ottico e sono uscito della macchina e lì c’era una donna che mi ha visto e ha gridato: “Ecco il papa.” E poi io ero dentro e fuori tutta la gente ...”.

D. - Le manca il contatto con la gente?
R. - “Non mi manca perché la gente viene qua. Ogni mercoledì vado in piazza per l’Udienza Generale, qualche volta vado in una parrocchia: sono in contatto con la gente. Per esempio ieri (26 ottobre) sono venuti più di cinquemila zingari nell’Aula Paolo VI.”

D. - Si vede che lei gode di questo giro nella piazza durante l’Udienza Generale…
R. - “È vero. Si, è vero.”

D. - Il Suo omonimo San Francesco scelse la povertà radicale e vendette anche il suo evangeliario. In quanto papa, e vescovo di Roma, si sente mai sotto pressione per vendere i tesori della Chiesa?
R. - “Questa è una domanda facile. Non sono i tesori della Chiesa, ma sono i tesori dell’umanità. Per esempio, se io domani dico che la Pietà di Michelangelo venga messa all’asta, non si può fare, perché non è proprietà della Chiesa. Sta in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Ma abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date. E i proventi della vendita vanno a monsignore Krajewski, che è il mio elemosiniere. E poi c’è la lotteria. C’erano delle macchine che sono tutte vendute o date via con una lotteria e il ricavato è usato per i poveri. Ma ci sono cose che si possono vendere e queste si vendono.”

D. - Si rende conto che la ricchezza della Chiesa possa creare questo tipo di aspettative?
R. - “Si, se facciamo un catalogo dei beni della Chiesa, si pensa: la Chiesa è molto ricca. Ma quando è stato fatto il Concordato con l’Italia 1929 sulla Questione Romana, il governo italiano di quel tempo ha offerto alla Chiesa un grande parco a Roma. Il papa di allora, Pio XI, ha detto: no, vorrei soltanto un mezzo chilometro quadrato per garantire la indipendenza della Chiesa. Questo principio vale ancora. Sì, i beni immobili della Chiesa sono molti, ma li usiamo per mantenere le strutture della Chiesa e per mantenere tante opere che si fanno nei paesi bisognosi: ospedali, scuole. Ieri, per esempio, ho chiesto di inviare in Congo 50.000 euro per costruire tre scuole in paesi poveri, l’educazione è una cosa importante per bambini. Sono andato all’amministrazione competente, ho fatto questa richiesta e i soldi sono stati inviati.”

D. - Parliamo di Olanda. Lei è mai stato nel nostro Paese?
R. - “Si, una volta quando ero superiore provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Ero di passaggio nel corso di un viaggio. Sono stato a Wijchen, perché lì i avevano il noviziato, e sono anche stato ad Amsterdam per un giorno e mezzo, dove ho visitato una casa dei gesuiti. Della vita culturale non ho visto niente perché non avevo tempo.”

D. - Per questo potrebbe essere una buona idea se i senzatetto di Olanda La invitassero per una visita al nostro paese. Che ne pensa, Santo Padre?
R. - “Le porte non sono chiuse a questa possibilità.”

D. Cosi, quando ci sarà una tale richiesta, Lei la prenderà in considerazione?
R. - “La considero. E adesso che l’Olanda ha una regina argentina (ride), chissà.”

D. - Ha forse un messaggio speciale per i senzatetto del nostro Paese?
R. - “Non conosco bene i particolari dei senzatetto in Olanda. Vorrei dire che l’Olanda è un paese sviluppato con tante possibilità. Io direi di chiedere ai senzatetto olandesi di continuare a lottare per le tre ‘t’".

Alla fine anche Marc fa alcune domande. Vuole sapere, tra l’altro, se il Papa già da piccolo sognava di diventare Papa. Il Santo Padre risponde con un risoluto ‘No”.
R. - “ Ma dirò una confidenza. Quando ero piccolo non c’erano i negozi dove si vendevano le cose. Invece c’era il mercato dove si trovava il macellaio, il fruttivendolo eccetera. Io ci andavo con la mamma e la nonna per fare le spese. Ero piccolino, avevo quattro anni. E una volta mi hanno domandato: ‘Cosa ti piacerebbe fare da grande?’ Ho detto: il macellaio!”

D. - Per molti fino al 13 marzo 2013 Lei era uno sconosciuto. Poi da un momento all’altro, Lei è diventato famoso in tutto il mondo. Come ha vissuto quest’esperienza?
R. - “È venuto e non l’aspettavo. Non ho perso la pace. E questo è una grazia di Dio. Non penso tanto al fatto che sono famoso. Dico a me stesso: adesso ho un posto importante, ma in dieci anni nessuno ti consocerà più (ride). Sai, ci sono due tipi di fama: la fama dei ‘grandi’ che hanno fatto grandi cose, come Madame Curie, e la fama dei vanitosi. Ma quest’ultima fama è come una bolla di sapone.”

D. - Così, Lei dice ‘adesso sono qua e devo fare il meglio’ e continuerà questo lavoro fino a quando ne sarà in grado?
R. - Sì.

D. - Santo Padre, si può immaginare un mondo senza poveri?
R. - “Io vorrei un mondo senza poveri. Noi dovremmo lottare per questo. Ma io sono un credente e so che il peccato è sempre dentro di noi. E la cupidigia umana c’è sempre, la mancanza di solidarietà, l’egoismo che crea i poveri. Per questo mi sembra un po’ difficile immaginare un mondo senza poveri. Se Lei pensa ai bambini sfruttati per lavoro schiavo, o ai bambini sfruttati per abuso sessuale. E un'altra forma di sfruttamento: uccidere bambini per togliere gli organi, il traffico di organi. Uccidere i bambini per togliere gli organi è cupidigia. Per questo non so se lo faremo questo mondo senza poveri, perché il peccato c’è sempre e ci porta l’egoismo. Ma dobbiamo lottare, sempre, …sempre”.

Abbiamo finito. Ringraziamo il Papa per l’intervista. Anche lui ci ringrazia e dice che il colloquio gli è piaciuto molto. Poi prende la busta bianca che per tutto il tempo è rimasta accanto a lui sul sofà ed estrae per ognuno di noi un rosario. Vengono scattate delle foto e poi Papa Francesco si congeda. Così tranquillo e rilassato com’è arrivato, ora esce dalla porta.

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Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3