"Noi faremo ancora molto, molto, molto di più, se metteremo sempre a base di tutto, Iddio."
Don Orione

Cerca nel sito DOI

VII Convegno Apostolico

convegno apostolico 6

#seguilastella

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Giovedì, 11 Agosto 2016

Una vita a servizio dei migranti

Abbiamo da poco pubblicato la "Cultura dell'incontro" il report redatto da Caritas e Migrantes che analizza le immigrazioni del 2015. (Leggi QUI)

Oggi pubblichiamo una toccante intervista pubblicata dal quotidiano online Città Nuova a Bruna Màngiola, coordinatrice per gli sbarchi dei profughi, di cui è responsabile, come lo è della promozione umana della Caritas, della mensa di strada e dell’Help Center.

«I profughi che sbarcano incessantemente da noi, arrivano in una città già disastrata, ripiegata su sé stessa, reduce dagli anni di commissariamento (nel 2012 il consiglio comunale di Reggio Calabria era stato sciolto per “contiguità” con la ‘ndrangheta – n.d.r.), ma forse proprio loro, i nuovi ospiti, ci stanno dando la forza per rialzarci. Infatti, abbiamo ripreso vigore con questa azione».
Bruna Màngiola si riferisce al coordinamento per gli sbarchi dei profughi, di cui è responsabile, come lo è della promozione umana della Caritas, della mensa di strada e dell’Help Center reggini. Il colloquio con questa madre di famiglia impegnata da sempre nel movimento scout ha luogo in questa struttura messa dalle Ferrovie a disposizione dei senza fissa dimora che frequentano i dintorni della stazione centrale.
«Questo Help Center – spiega Bruna, badando contemporaneamente a chi è venuto a prendere un caffè o a ricaricare il cellulare – è nato nell’ottobre 2013, dopo i primi sbarchi. L’intero arredo è frutto di donazioni». Poi il discorso punta decisamente sui profughi. «Fin dai primi arrivi, mi ero resa conto – insieme ai responsabili della Comunità Papa Giovanni XXIII e dell’Ufficio diocesano Migrantes – che le istituzioni arrivavano fino a un certo punto: bisognava inventarsi qualcos’altro. Ci siamo inventati allora un coordinamento di volontari pronti a intervenire nelle emergenze».
Fa una certa impressione la consistenza di questo piccolo “esercito” gestito da Bruna: circa 150 persone, in gran parte giovani. «Provengono per lo più da associazioni ecclesiali come S. Egidio, Movimento per la cooperazione internazionale, Papa Giovanni XXIII, Migrantes, Masci, Agesci… ma chiunque è bene accetto, al di là dell’appartenenza o del credo. Appena so dalla prefettura di uno sbarco imminente, metto tutti in allerta tramite whatsapp. E con quanto entusiasmo aderiscono! Dopo i primi 20-25 disponibili devo stoppare, altrimenti siamo in troppi».
Ne avrebbe, lei, di storie da raccontare. «Dai primi racconti dei siriani ho saputo in che condizioni viaggiavano: stipati nel barcone per giorni, dovevano espletare sul posto le proprie funzioni fisiologiche. Ecco perché quando arrivano hanno quell’odore nauseante: io lo chiamo il profumo della sofferenza. Dico ai ragazzi: se sentite quel profumo, è il nostro turno di intervenire; se no, vuol dire che non c’è bisogno di noi».
Una volta erano arrivati in soli 250: «Sembrava cosa da liquidare subito, e invece… Fra loro c’erano persone ammalate, anche su sedie a rotelle, perfino una famiglia con quattro figli paraplegici gravi. Abbiamo dovuto mettere la mascherina perché non si resisteva. C’erano due ragazzine belline, sempre col sorriso: non riuscivamo a lavarle, io e Tiziana, tanto erano incrostate. Davanti allo strazio dell’infibulazione, abbiamo pianto così tanto che ci è sembrato di lavarle con le nostre lacrime».
«Sbarcano privi di tutto – continua Bruna con foga –, a volte anche dei documenti che sono stati loro sottratti o buttati in mare, dopo un viaggio anche di mesi attraverso il deserto prima della sosta in Libia, in luoghi che sono vere galere, in attesa di imbarcarsi. Unico loro bagaglio: le sofferenze e la speranza in un futuro migliore. I privilegiati che possono pagare di più viaggiano sopra coperta dove c’è aria, hanno il salvagente e possono stare accovacciati. Sottocoperta, invece, tutti gli altri. Il primo cadavere arrivato a Reggio era di uno morto in piedi accanto alla moglie incinta: non poteva cadere tanto erano pigiati. La tragedia è quando avviano i motori e il carburante bollente schizza fuori: quei poveretti cercano di aprire il portellone e di uscire, ma gli scafisti cominciano a picchiare. Chi insiste, lo gambizzano (ho visto parecchi con mandibole e spalle rotte e con pallottole nei piedi; un ragazzo presentava ustioni sul 50 per cento del corpo). Al terzo tentativo gli sparano in testa e lo buttano in mare. Per questo, a fronte dei numeri ufficiali, non sapremo mai quanti sono morti durante la traversata in quel mare diventato un immenso cimitero».
Il compito del coordinamento: «Dopo i controlli medici e le procedure della polizia, li rifocilliamo e riforniamo di scarpe e vestiario, provvediamo a lavare i bambini nelle docce da campo, facciamo animazione nelle strutture che li ospitano, assistiamo quelli ricoverati in ospedale…».
Stringe il cuore la piaga dei minori non accompagnati: «Provengono da Eritrea, Sudan e zone dell’Africa subsahariana dove ci sono guerre continue; i loro genitori si sono venduti quel poco che avevano per dar loro la possibilità di sopravvivere. Solo nel 2015, quando a Reggio sono sbarcati più di 17 mila profughi, i minori non accompagnati erano quasi mille».
L’ultimo sbarco del 2015 è coinciso col Natale. «Quando in prefettura ho visto i rappresentanti delle istituzioni quasi sopraffatti dall’emergenza, non mi sono trattenuta: “Ma ci rendiamo conto della fortuna che ci capita? Pensate: è Natale e Gesù stesso, nella persona di questi poveri, viene a trovarci!». Hanno subito cambiato atteggiamento».
Con un pizzico di orgoglio Bruna prosegue: «Siamo gli unici volontari invitati al tavolo di crisi quando c’è uno sbarco e quello che segnaliamo o denunciamo viene preso in considerazione. Ora anche le istituzioni si rapportano diversamente con queste persone in fuga da guerre, persecuzioni e fame. Cosa mancava all’inizio? Soprattutto quel calore umano di cui tutti abbiamo bisogno. Noi non ci vogliamo sostituire alle istituzioni, ma abbiamo un nostro stile: se si vedono accolti senza mascherina ma con un sorriso, appaiono più rilassati; qualche volta parte anche da loro qualche applauso spontaneo».
La reazione dei cittadini: «Nel 2014 c’era da parte di tanti una forte resistenza nei confronti dei profughi (la paura delle malattie, della perdita del lavoro…). Ad Archi, un quartiere di Reggio nominato per mafia, si era arrivati a bruciare la struttura che ospitava alcuni di loro. Che certi pregiudizi siano venuti meno, vedendoci all’opera, lo dimostrano anche le cospicue donazioni in denaro e in generi di prima necessità: tutto documentato su Facebook, con un grazie a singoli o associazioni che ci hanno aiutato».
C’è poi la mensa di strada (uno dei volontari è il marito di Bruna): «Due volte la settimana le nostre staffette portano i pasti nei vari punti della città. Trovo bellissima questa collaborazione fra parrocchie, gruppi e associazioni che magari prima andavano ognuno per proprio conto. Quest’anno sono venuti a fare volontariato anche da fuori. Partendo, dicevano: “Anche se da noi sbarchi non ce ne sono, questa esperienza di servizio possiamo riproporla nei nostri ambienti”».
Dall’Help Center bastano pochi passi per raggiungere “Casa Anawim” (i poveri di Dio), che accoglie alcune mamme profughe con i propri bambini. Colpiscono la cura e il gusto con cui è stata arredata (sempre grazie a offerte volontarie). Spiega Bruna, che ha cucito personalmente le tende: «È una casa sequestrata ad una famiglia mafiosa. Dove si giocava d’azzardo, adesso c’è un gioco ben diverso».
E a monte di questa attenzione ai bisogni altrui, la sua famiglia d’origine: «Dai miei ho imparato la gratuità e la gioia del donarsi. Per un certo tempo ho anche insegnato, poi ho smesso per dedicarmi alle cose in cui credo. Non me ne sono pentita, perché ho una vita così piena che l’auguro a tutti. La mattina apro gli occhi e: “Grazie, Signore, per oggi e per le occasioni che avrò di incontrarti!”. Il primo incontro è con lui a messa: da lì la carica per la giornata. Uscita di chiesa, riaccendo il telefonino, vedo le necessità che mi aspettano e via!».

Condividi su:

Come in ogni realtà orionina anche a Santa Maria la Longa è arrivata l'estate, solitamente agosto è il mese dove tutto si ferma, ci si riposa, si va in vacanza e magari ci si annoia... Ma non è così, la redazione del giornalino Espressa-mente di Santa Maria la Longa ha voluto fare un'edizione speciale proprio per raccontare ai lettori le svariate attività estive della loro realtà, clicca QUI per leggere e scaricare il numero speciale estate!

Condividi su:

Pubblichiamo QUI il report dell’Istat sulla povertà in Italia.

Il report analizza due distinte misure della povertà: relativa ed assoluta, che sono elaborate utilizzando due diverse definizioni e metodologie basate sui dati dell'indagine sulle spese per consumi delle famiglie.
Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi).
L'incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie; questo andamento nel corso dell'ultimo anno si deve principalmente all'aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose.
Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nei comuni centro di area metropolitana (l'incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%).
L'incidenza di povertà assoluta diminuisce all'aumentare dell'età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l'incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).
Si amplia l'incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%).

Condividi su:

Giovedì, 28 Luglio 2016

La cultura dell'incontro

Oltre 5 milioni di persone di cittadinanza non italiana che strutturalmente vivono in Italia, da più o meno anni, nel mentre si affronta il recente fenomeno dei richiedenti asilo e rifugiati, cresciuto a livello numerico in questo momento e con maggiore urgenza di risoluzione in un quadro di mobilità europea e nazionale.
L’Italia è molto di più di questa recente storia di migranti forzati e bisogna darne atto per rispetto della verità e dell’impegno di tante strutture che oggi come in passato, dedicano professionalità e responsabilità al dialogo costante e arricchente con la diversità, sensibilizzando la società civile e creando continui e fruttuosi ponti di scambio.

A questi luoghi di incontro è dedicato quest’anno il XXV Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes: luoghi in cui viene a manifestarsi, non senza vecchie e nuove difficoltà o sopite e nuovamente accese polemiche, il contatto tra italiani e immigrati, un noi e un voi che dovrebbe essere superato nella certezza di una “società delle culture”.
Lo stesso slogan “cultura dell’incontro” è scelto in una prospettiva che guarda lontano oltre l’interculturalità – termine oggi di cui si è fatto più abuso che uso – e finanche oltre il più recente termine di transculturalità, nella certezza che solo ponendo al centro della riflessione l’uomo, non come individuo singolo, ma in dialogo con l’altro, sia possibile creare la società civile del domani, quella che è in grado di “integrare, dialogare e generare” – riprendendo le parole illuminanti di Papa Francesco – ovvero di essere dinamica nella promozione di un’accoglienza non solo geografica ma soprattutto culturale nell’assoluta certezza che “il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma”.

Clicca QUI per leggere e scaricare "La cultura dell'incontro"

Condividi su:

Martedì 12 luglio 2016, grande festa per i 18 anni di Marco, ospite del Don Orione di Seregno! Una festa divertente, colorata e speciale grazie anche alle tante persone che hanno dato il loro contributo!

GRAZIE: ai suoi amici del Piccolo cottolengo di Don Orione, a Sabrina e Alberto che hanno portato l'Hiphop con i ragazzi della loro scuola di ballo Mivida Dance di Seregno, a Max & Frank operatori che hanno donato il loro tempo per rallegrare la festa con musica e allegria, a tutti i volontari che hanno cucinato, alle persone che hanno fatto compagnia ai ragazzi, agli operatori presenti, ai barman Roberto e Matteo che hanno dissetato tutti con i loro cocktail colorati.

Tutto questo ha permesso di far vivere a Marco una indimenticabile festa per i suoi 18 anni!

Condividi su:

È davvero pastore e portavoce della gente comune il vescovo di Bologna, Mons. Matteo Maria Zuppi, che mercoledì 25 maggio ha voluto rispondere all'invito della Casa don Orione di via Bainsizza a visitare la propria struttura di accoglienza, una villa settecentesca di proprietà dell'Opera Religiosa di Don Orione destinata all'ospitalità dei ricoverandi negli ospedali di Bologna ed ai loro congiunti.
Pur provato da un intenso programma di visite alle numerose realtà cittadine di fermento cattolico, Mons. Zuppi ha presenziato ad un incontro con i membri della cooperativa che gestisce la struttura e con tutti gli operatori della carità che gravitano intorno alla Casa e alla vicina parrocchia. La piccola platea raccoglieva i volontari della mensa dei poveri, dell'armadio solidale, del banco alimentare, del progetto ProTetto e di ogni altra attività in cui confluiscono gli sforzi della Caritas parrocchiale e gli utili della cooperativa.
Il direttore della struttura ha illustrato gli obiettivi e i princìpi che la animano, facendo sempre capo all'idea di accoglienza declinata nelle sue diverse espressioni, in cui la generosità non si risolve in uno sforzo puramente economico ma richiede interessamento, cordialità, vicinanza. “Gli ultimi e gli emarginati, i malati e i sofferenti riscoprono in noi il significato della Divina Provvidenza, tanto cara a Don Orione, che è gratuità di amore donato e ricevuto' ha ripreso Mons. Zuppi nella celebrazione che è seguita all'incontro,
tenutasi nella cappella all'interno della Casa. 'Oggi siamo tutti preoccupati del posto che occupiamo, delle cose che abbiamo e che potremmo perdere' sono state le parole conclusive dell'arcivescovo 'ma è aiutando gli altri che troviamo il senso della nostra vita".

Clicca QUI per leggere e scaricare l'articolo completo apparso su Avvenire

Condividi su:

Giovedì, 14 Luglio 2016

I minori stranieri non accompagnati

“Non dovremmo mai dimenticare cosa spinge così tante famiglie a rischiare tutto nella speranza di trovare asilo in Europa. E non dovremmo mai dimenticare che i bambini che si spostano sono innanzitutto bambini che non hanno alcuna responsabilità per le terribili condizioni in cui si trovano, e hanno tutti i diritti di reclamare una vita migliore”
“I bambini migranti e rifugiati hanno sofferto guerre, persecuzioni, privazioni e viaggi terribili. Anche dopo aver raggiunto la relativa sicurezza della loro destinazione, necessitano ancora di protezione, istruzione, assistenza sanitaria e sostegno. Dobbiamo stare dalla loro parte”
“Le vite dei bambini vengono tenute in sospeso per quella che a loro può sembrare un’eternità; le loro aspirazioni di imparare, le loro speranze per il futuro rimangono sospese”
Dichiarazioni di Marie-Pierre Poirier - Coordinatore UNICEF per l’emergenza migranti e rifugiati in Europa.

Sono stati oltre 7mila i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia nei primi cinque mesi del 2016, il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dato che si legge nel nuovo rapporto dell’Unicef sugli immigranti minorenni. Del totale dei bambini giunti sulle coste italiane dal nord Africa tra gennaio e maggio 2016 oltre il 90% è arrivato senza genitori o parenti. Nel rapporto intitolato «Pericoli ad ogni passo del viaggio» l’Unicef documenta gli spaventosi rischi a cui vanno incontro questi bambini nella loro fuga da guerre, disperazione e povertà presenti nei paesi di origine.


Clicca QUI per leggere e scaricare il rapporto

Clicca QUI per vedere i dati del report del Ministero Del Lavoro e delle Politiche Sociali

Condividi su:

I sistemi di welfare europei sono sottoposti già dal finire degli anni Settanta, e ancor più dai primi anni Novanta, a forti stress che derivano dalle profonde trasformazioni del mercato del lavoro, dalla globalizzazione dell’economia e dei mercati finanziari, dalla mutata struttura della popolazione, da esigenze di contenimento della spesa pubblica.
Non tutti hanno mostrato lo stesso grado di resilienza nel fronteggiare le sfide legate ai nuovi rischi sociali, contraddistinti da un più elevato livello di incertezza e da mutati contesti di vita familiare e lavorativa.
In Italia alcuni recenti interventi normativi mirano a coniugare le esigenze di contenimento della spesa con i nuovi rischi e bisogni sociali. La riforma Fornero-Monti, ad esempio, ha cercato di mitigare il rischio povertà introducendo misure come l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) e la mini-Aspi, che forniscono ai lavoratori che hanno perso involontariamente la propria occupazione un’indennità mensile di disoccupazione.
Più recentemente, l’esecutivo in carica ha esteso le garanzie previste dalla riforma Fornero-Monti introducendo la Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego), offrendo un sostegno al reddito dei lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione e l’Asdi (assegno di disoccupazione) per coloro che si trovino in condizioni economiche precarie (Isee sotto i 5 mila euro), con figli minori a carico o un’età che li renda più difficilmente collocabili sul mercato del lavoro (oltre i 55 anni).
Anche in questo caso, la protezione rispetto a eventi critici del ciclo di vita è offerta tenendo conto della posizione dell’individuo nel mercato del lavoro, ovvero condizionandola alla sua collocazione piuttosto che adottando un criterio legato alla cittadinanza o di tipo universale.

Pubblichiamo QUI il documento pubblicato dall’ISTAT sulla spesa sociale dal titolo “Il sistema della protezione sociale e le sfide generazionali”

Condividi su:

A fine maggio è partito il Fondo di contrasto alla povertà educativa dei bambini. Governo e Fondazioni bancarie hanno siglato un protocollo d'intesa per lo stanziamento di 400 milioni in tre anni (130 milioni l'anno a partire dal 2016) "a sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori". L'istituzione del Fondo era prevista dalla legge di stabilità nell'ambito degli interventi contro la povertà.

La legge di stabilità prevede in via sperimentale, per gli anni 2016, 2017 e 2018, l'istituzione del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, alimentato dai versamenti effettuati su un apposito conto corrente postale dalle Fondazioni bancarie. I dati del fenomeno sono del resto allarmanti: in Italia quasi un milione di minori vive in condizioni di povertà assoluta e questa povertà economica è spesso legata anche a una condizione di povertà educativa: le due si alimentano reciprocamente e si trasmettono da una generazione all'altra. Secondo i dati di Save the Children, quasi la metà dei minori in età scolare non ha mai letto un libro al di fuori di quelli scolastici, il 55% non ha mai visitato un museo e il 45% non svolge alcuna attività sportiva.

Clicca QUI per approfondire

Condividi su:

Mercoledì, 22 Giugno 2016

Il discorso del Papa ai disabili

Al convegno promosso dalla CEI il Papa ricorda che ogni esclusione è un impoverimento della comunità, pubblichiamo il discorso integrale tenuto sabato 11 giugno durante un incontro con i disabili

TESORI NASCOSTI
Per una piena partecipazione delle persone disabili alla vita sacramentale e liturgica.
«Nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane». Lo sottolinea Papa Francesco nel discorso preparato e consegnato ai partecipanti al convegno per persone disabili promosso dalla Conferenza episcopale italiana, ricevuti in udienza nella mattina di sabato 11 giugno, nell’aula Paolo VI. Lasciando da parte il testo scritto, che pubblichiamo qui di seguito, il Pontefice ha risposto a braccio a tre domande rivoltegli dai presenti.
Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo in occasione del 25° anniversario dell’istituzione del Settore per la Catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico Nazionale italiano. Una ricorrenza che stimola a rinnovare l’impegno affinché le persone disabili siano pienamente accolte nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali. Vi ringrazio per le domande che mi avete rivolto e che mostrano la vostra passione per questo ambito della pastorale. Esso richiede una duplice attenzione: la consapevolezza della educabilità alla fede della persona con disabilità, anche gravi e gravissime; e la volontà di considerarla come soggetto attivo nella comunità in cui vive.
Questi fratelli e sorelle — come dimostra anche questo Convegno — non sono soltanto in grado di vivere una genuina esperienza di incontro con Cristo, ma sono anche capaci di testimoniarla agli altri. Molto è stato fatto nella cura pastorale dei disabili; bisogna andare avanti, ad esempio riconoscendo meglio la loro capacità apostolica e missionaria, e prima ancora il valore della loro “presenza” come persone, come membra vive del Corpo ecclesiale. Nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane.
Nella Chiesa, grazie a Dio, si registra una diffusa attenzione alla disabilità nelle sue forme fisica, mentale e sensoriale, e un atteggiamento di generale accoglienza. Tuttavia le nostre comunità fanno ancora fatica a praticare una vera inclusione, una partecipazione piena che diventi finalmente ordinaria, normale. E questo richiede non solo tecniche e programmi specifici, ma prima di tutto riconoscimento e accoglienza dei volti, tenace e paziente certezza che ogni persona è unica e irripetibile, e ogni volto escluso è un impoverimento della comunità.
Anche in questo campo è decisivo il coinvolgimento delle famiglie, che chiedono di essere non solo accolte, ma stimolate e incoraggiate. Le nostre comunità cristiane siano “case” in cui ogni sofferenza trovi com-passione, in cui ogni famiglia con il suo carico di dolore e fatica possa sentirsi capita e rispettata nella sua dignità. Come ho osservato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, «l’attenzione dedicata tanto ai migranti quanto alle persone con disabilità è un segno dello Spirito. Infatti entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono specialmente in gioco il modo in cui si vive oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione delle persone fragili» (n. 47).
Nel cammino di inclusione delle persone disabili occupa naturalmente un posto decisivo la loro ammissione ai Sacramenti. Se riconosciamo la peculiarità e la bellezza della loro esperienza di Cristo e della Chiesa, dobbiamo di conseguenza affermare con chiarezza che esse sono chiamate alla pienezza della vita sacramentale, anche in presenza di gravi disfunzioni psichiche. È triste constatare che in alcuni casi rimangono dubbi, resistenze e perfino rifiuti. Spesso si giustifica il rifiuto dicendo: “tanto non capisce”, oppure: “non ne ha bisogno”. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale.
Il Sacramento è un dono e la liturgia è vita: prima ancora di essere capita razionalmente, essa chiede di essere vissuta nella specificità dell’esperienza personale ed ecclesiale. In tal senso, la comunità cristiana è chiamata ad operare affinché ogni battezzato possa fare esperienza di Cristo nei Sacramenti. Pertanto, sia viva preoccupazione della comunità fare in modo che le persone disabili possano sperimentare che Dio è nostro Padre e ci ama, che predilige i poveri e i piccoli attraverso i semplici e quotidiani gesti d’amore di cui sono destinatari. Come afferma il Direttorio Generale per la Catechesi: «L’amore del Padre verso questi figli più deboli e la continua presenza di Gesù con il suo Spirito danno fiducia che ogni persona, per quanto limitata, è capace di crescere in santità» (n. 189).
È importante fare attenzione anche alla collocazione e al coinvolgimento delle persone disabili nelle assemblee liturgiche: stare nell’assemblea e dare il proprio apporto all’azione liturgica con il canto e con gesti significativi, contribuisce a sostenere il senso di appartenenza di ciascuno. Si tratta di far crescere una mentalità e uno stile che metta al riparo da pregiudizi, esclusioni ed emarginazioni, favorendo una effettiva fraternità nel rispetto della diversità apprezzata come valore.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per quanto avete fatto in questi venticinque anni di lavoro al servizio di comunità sempre più accoglienti e attente agli ultimi. Andate avanti con perseveranza e con l’aiuto di Maria Santissima nostra Madre. Io prego per voi e vi benedico di cuore; e anche voi, per favore, pregate per me.

La lezione di Lucrezia
«Ci ha dato una lezione: lei rischia, non ha paura delle diversità, sa che è una ricchezza e per questo non sarà mai discriminata». Abbracciando Lucrezia, una bambina down di sette anni, che gli si è avvicinata durante l’udienza (con tanto di pelouche e macchina fotografica tra le mani), Papa Francesco ha chiesto con forza che nessuna persona con disabilità intellettiva venga più messa ai margini della vita della comunità cristiana, come invece accade purtroppo ancora oggi.
Il grido di Papa Francesco si è levato insieme con quelli di tantissimi bambini e ragazzi che, nell’aula Paolo VI, sabato mattina, 11 giugno, hanno dato vita a un incontro di festa ma anche di testimonianza. Come hanno fatto capire subito le tre domande poste direttamente a Francesco. Lavinia, una ragazza con disabilità intellettiva che fa parte della parrocchia romana dei Santi martiri dell’Uganda, ha puntato sulla constatazione che «la diversità è sempre una ricchezza e non deve far paura: ognuno di noi mette in campo quello che ha e quello che sa fare: da questo nasce la bellezza della diversità».
E il suo parroco, don Luigi D’Errico, ha posto al Pontefice la questione di «come far diventare più accoglienti le comunità, mettendo al centro chi non è perfetto». Poi la domanda più incisiva, formulata da Serena, una disabile venticinquenne di Pistoia, accompagnata dal suo parroco, don Diego Pancaldo. «Come fare perché nessun disabile intellettivo venga escluso dalla partecipazione attiva alla liturgia e alla ricezione dei sacramenti?» ha chiesto. E ha aggiunto: quando accadono queste discriminazioni «io non capisco, Papa Francesco, me lo puoi spiegare tu?». La giovane ha così dato il via al dialogo aperto tra il Papa e il mondo della disabilità, tradotto da tredici interpreti nel linguaggio dei segni e animato anche dal coro «Ci hai dato un segno», composto da adulti sordi di Pescara, dal coro «Mani Bianche» della scuola popolare di musica di Testaccio e dal coro «Mani colorate».
Una testimonianza significativa», come ha rimarcato anche l’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, nel suo saluto a Francesco: «Più siamo piccoli e più facciamo cose grandi». La Chiesa italiana vuole «superare vecchi stereotipi e convinzioni, aprendosi finalmente all’inclusione delle persone disabili» ha aggiunto suor Veronica Amata Donatello, responsabile del settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale. oltre che animatrice del convegno «... E tu mangerai sempre alla mia tavola» (secondo libro di Samuele, 9, 1-13), svoltosi nell’aula Paolo VI prima dell’incontro con il Papa. E se, fino a non tanti anni addietro, si parlava ancora di «handicappati o persino di infelici», adesso anche il linguaggio si è ripulito. A farsi spazio, talvolta a fatica, è l’idea della persona nella sua interezza. «Nessuno può essere identificato con il proprio limite né con la propria disabilità, essere persona ci accomuna come cristiani» ha precisato suor Veronica.
Durante il convegno sono state presentate dieci testimonianze di buone prassi concrete. «Al nostro appello hanno risposto oltre centodieci diocesi, che si sono impegnate tanto in questi anni. La catechesi delle persone disabili non si occupa in prevalenza dell’iniziazione cristiana — ha spiegato suor Veronica — ma accompagna la Chiesa e le comunità nella vita quotidiana. È il caso di un corso per fidanzati, della cui équipe fa parte una coppia con disabilità».
Al convegno è emerso che è la disabilità cognitiva a spaventare e a non trovare risposte adeguate nella pastorale. «Ma sono questioni che interrogano tutti, dal sacerdote all’operatore pastorale», è stato rilevato. Con una certezza: «non è possibile non riconoscere nelle persone con disabilità intellettiva la presenza del Signore e persino una guida nella vita cristiana», come ha suggerito il messaggio fatto pervenire da Jean Vanier.

Da L’Osservatore Romano, domenica 12 giugno 2016, p. 7

Condividi su:

Pagina 8 di 15

Cerca nel sito DOI

VII Convegno Apostolico

convegno apostolico 6

#seguilastella

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3