"Dobbiamo chiedere a Dio non una scintilla di carità, ma una fornace di carità da infiammare noi e rinnovare il freddo e gelido mondo."
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

convegno apostolico 6

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Il Video del Papa di Febbraio 2017.

Papa Francesco ci ricorda che nel nostro mondo ci sono molte persone che si sentono angosciate, in povertà: sono rifugiati o emarginati dalla società. Preghiamo per loro con Francesco perché trovino nelle nostre comunità accoglienza e sostegno.

Così ci dice: “Viviamo in città che costruiscono torri e centri commerciali e realizzano grandi affari immobiliari, ma lasciano una parte ai margini, in periferia.

Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza orizzonti, senza via d'uscita.

Non li abbandonate. Pregate con me per chi è oppresso, soprattutto per i poveri, i rifugiati e gli emarginati, perché trovino accoglienza e sostegno nelle nostre comunità”.

Qui sotto il breve video.

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Si celebra oggi, 11 febbraio 2017, la 25à Giornata Mondiale del Malato dal tema: “Stupore per quanto Dio compie: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente...» (Lc 1,49)”. Fabio Mogni da Tortona ci porta una sua riflessione riprendendo il messaggio del Santo Padre amalgamandola con quanto “il servizio al malato sia un dono reciproco”.

Il Santo Padre, possiamo dire, pone come obiettivo di questa giornata un nuovo slancio nella cultura del donare: “In occasione della Giornata Mondiale del Malato possiamo trovare nuovo slancio per contribuire alla diffusione di una cultura rispettosa della vita, della salute e dell’ambiente; un rinnovato impulso a lottare per il rispetto dell’integralità e della dignità delle persone, anche attraverso un corretto approccio alle questioni bioetiche, alla tutela dei più deboli e alla cura dell’ambiente”.

È davvero una giornata in cui possiamo coniugare due parole quali “stupore” e “ringraziamento” e le troviamo nel Magnificat, il canto per eccellenza della Vergine Maria che è il cantico serale di ogni credente che alla sera si unisce a tutta la Chiesa nella preghiera del Vespro. Sono parole che risuonano come meditazione e come programma per il servizio di ogni operatore… “cfr. … ha innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati…” è lo stupore di quanto il Signore ha fatto “guardando l’umiltà della sua serva”; è lo stupore con cui vogliamo anche noi vivere il nostro quotidiano nel servire il prossimo che tende la mano verso di noi per raggiungere una “pienezza di relazione” come quella della Bella Signora con Bernardette.

Il Santo Padre per quanti sono al servizio dei fratelli ricorda che tale Giornata dev’essere un ringraziamento per “la vocazione ricevuta dal Signore di accompagnare i fratelli ammalati”. Ecco il grazie che si vuole unire all’unisono con quelle della Vergine “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”.

E ai nostri ammalati la parola di conforto spirituale che vuole raggiungere tutti i loro cuori: “vivere cristianamente la propria vita, arrivando a donarla come autentici discepoli missionari di Cristo”.

Quante responsabilità ci dona questa giornata! Maria salute degli infermi, consolatrice degli afflitti sia la nostra stella luminosa, il nostro sostegno per guidarci verso Cristo suo figlio e nostro fratello, e aiuto nell’affidarci al Padre che compie grandi cose.

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Venerdì, 10 Febbraio 2017

Numeri Pari

La rete dei “Numeri pari” ha come obiettivo il contrasto alla disparità ed alla disuguaglianza sociale a favore di una società più equa, fondata sulla giustizia sociale ed ambientale. Si impegna a rafforzare l’azione tra “eguali” nei territori, costruendo iniziative locali che uniscano tutte le forze delle diverse organizzazioni e dei cittadini disponibili ad impegnarsi in azioni ed interventi concreti, dando luogo a significative sperimentazioni che forniscano idee e gambe per un effettivo welfare municipale.
Numeri Pari è promossa da Gruppo Abele, Libera, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) e Rete della Conoscenza, a cui stanno aderendo centinaia di realtà sociali diffuse su tutto il territorio nazionale, tra associazioni, cooperative, parrocchie, reti studentesche, comitati di quartiere, campagne, progetti di mutualismo sociale, spazi liberati, reti, fattorie sociali e semplici cittadini che condividono l’obiettivo di garantire diritti sociali e dignità a quei milioni di cittadini a cui sono stati sottratti in questi anni nel nostro Paese. L’iniziativa prende idealmente il testimone dalla campagna Miseria Ladra, promossa negli anni scorsi con le stesse finalità, e dall’incontro mondiale del 5 novembre scorso dei movimenti popolari con papa Francesco.
“Numeri pari” sottende uguale dignità tra tutti gli attori. La rete dei Numeri Pari si articola in Nodi territoriali composti dai soggetti aderenti che in maniera autonoma portano avanti attività, vertenze e progetti sui territori, condividendo a livello nazionale l’impegno e gli obiettivi definiti dal documento generale promosso da tutti i soggetti della rete. I Numeri Pari portano avanti forme di democrazia partecipativa e comunitaria che garantiscono orizzontalità, massima partecipazione e trasparenza nella presa di decisione, rispondendo così alla grave crisi della rappresentanza politica che continua a ridurre gli spazi della partecipazione e della deliberazione, aumentando ulteriormente le disuguaglianze. La rete dei Numeri Pari costruisce un’alleanza orizzontale che in ogni realtà locale autonomamente decide il da farsi, converge o confligge con l’Amministrazione in base alle diverse assunzioni di responsabilità da parte della stessa.
La Rete dei Numeri Pari non pretendere di generare una nuova struttura, ma promuove il coordinamento di quelle esistenti ed il lavoro condiviso; sviluppa strumenti e opportunità di cooperazione nel territorio, in luoghi dove non esistono; mette a disposizione meccanismi di partecipazione in modo che siano sostenibili non solo per gli attivisti, ma per la cittadinanza in generale; promuove attività e progetti che rafforzano la partecipazione, prendendo decisioni che siano vincolanti.
Il movimento dei Numeri Pari fa parte dei Movimenti Popolari protagonisti del 3° incontro mondiale che si è tenuto a Roma lo scorso 5 novembre su iniziativa di Papa Francesco. Le parole pronunciate il 5 novembre scorso da Papa Francesco a conclusione dell’incontro, sono state emblematiche ed insieme al documento emerso dall’incontro con i Movimenti Popolari rappresentano un importante riferimento per il nostro movimento a livello globale. Condividiamo lo stesso pianeta, la stessa casa comune, nostra Madre Terra. Per questo il movimento dei Numeri Pari si rivede nella visione dell’ecologia integrale che mette al centro la necessità urgente di un cambio strutturale definitivo del modello produttivo e di sviluppo. Condividiamo l’invito di Papa Francesco sulla “necessità di un cambiamento perché la vita sia degna, un cambiamento di strutture” e ci piace il forte sollecito rivolto a tutti noi, “inoltre voi, i movimenti popolari, siete seminatori di cambiamento, promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia; per questo ho voluto chiamarvi “poeti sociali”; e abbiamo anche elencato alcuni compiti imprescindibili per camminare verso un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza:
1. mettere l’economia al servizio dei popoli;
2. costruire la pace e la giustizia;
3. difendere la Madre Terra.”

Leggi QUI il Manifesto.

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“Incoraggio quanti sono impegnati ad aiutare uomini, donne e bambini schiavizzati, sfruttati, abusati come strumenti di lavoro o di piacere e spesso torturati e mutilati. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo si adoperino con decisione a rimuovere le cause di questa vergognosa piaga... Ognuno di noi si senta impegnato...” queste le parole del Papa all’angelus dell’8 febbraio 2015, prima giornata contro la Tratta.
«Sono bambini! Non schiavi» è il tema della III Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone voluta da Papa Francesco e indetta per l’8 febbraio 2017, giorno in cui la Chiesa fa memoria di Santa Giuseppina Bakhita, sudanese, che decise di consacrarsi dopo aver vissuto le atroci sofferenze e umiliazioni della schiavitù.
Sabato 4 febbraio, alle ore 16, nella parrocchia orionina di Roma, Ognissanti, il vescovo Gianrico Ruzza, ausiliare per il settore Centro, ha presieduto una veglia di preghiera promossa dall’Usmi, Unione superiore maggiori d’Italia, «contro ogni mancanza di rispetto nei confronti dei bambini dalle più gravi, la schiavitù, lo sfruttamento sessuale, a quelle più sottili, ma non meno gravi come il bullismo che genera profonda sofferenza nei minori – spiega padre Giuseppe Midili, incaricato diocesano per la vita consacrata –. Una società che non tutela i minori e che in qualche modo tollera atteggiamenti di bullismo distrugge l’infanzia dei bambini. È importante che essa prenda piena coscienza dell’esistenza del fenomeno e si impegni a evitare il suo perpetuarsi valorizzando la dignità dei più piccoli e difendendone l’innocenza».
Basta solo far notare che ogni due minuti, una bambina o bambino è vittima dello sfruttamento sessuale. Nel mondo, più di 200 milioni di minori lavorano, di cui 73 milioni hanno meno di 10 anni. Di questi piccoli, ogni anno ne muoiono 22 mila a causa di incidenti di lavoro. Negli ultimi trent’anni, si calcola che sono stati circa 30 milioni i bambini coinvolti nella tratta.

 

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Venerdì, 03 Febbraio 2017

Editoriale - Aprire mani e cuore

Pubblichiamo l’esperienza di uno psicologo presso un centro Caritas di Lamezia Terme che accoglie immigrati.

 

Sono psicologo e lavoro in un centro della Caritas che accoglie persone senza fissa dimora, soprattutto immigrati di varie nazionalità, in prevalenza musulmani. Persone che hanno alle spalle situazioni inimmaginabili: povertà, guerre, familiari uccisi, peripezie inaudite per arrivare in Italia. E poi, una volta qui, mancanza di alloggio, di lavoro, di tutto. A volte li vedo arrivare solo con quello che hanno addosso: infradito, jeans e maglietta. Per non dire della diffidenza che incontrano, se non addirittura della violenza: l’estate scorsa uno dei nostri ospiti è stato insultato e picchiato per strada.

C’è poi la lontananza dai familiari: genitori anziani, moglie e figli piccoli rimasti nei Paesi di origine. Ricordo Rahman del Bangladesh che piangendo mi raccontava di quando, giunto in Italia, aveva ricevuto la notizia che il suo bambino di otto mesi era morto. E Salim della Siria, con altri cinque fratelli sparsi per l'Europa, che mi diceva: «Io non potevo vivere senza i miei fratelli, né loro senza di me… ma la vita ci ha divisi».

Nonostante tutto, in genere vedo in loro un atteggiamento pieno di speranza verso la vita, con una capacità di sorridere ancora che mi sorprende, specie se penso a noi che, pur avendo tutto, siamo molto spesso insoddisfatti. Lavorare con loro perciò è per me un’esperienza molto arricchente, in cui ho imparato e continuo a imparare molto.

Ricordo un giorno: avevo accompagnato alla stazione Farouk del Bangladesh che partiva per la Sicilia. Mentre aspettavamo il treno, noto che porta al collo una catenina. Gli dico: «Bella questa catenina! Ti sta bene». Non avevo neanche finito di parlare che lui se la toglie dal collo e la mette al mio. Rimango sorpreso e dico: «Ma no, magari te l’ha regalata la mamma, è un ricordo di famiglia». E lui: «No, sta meglio a te. E poi è bella perché è d’acciaio e non diventa nera».

Mi colpisce poi il rispetto che hanno verso le persone più grandi d’età. Una sera un ragazzo italiano si è rivolto verso di me in maniera sgarbata. Il giorno dopo Omar del Ghana mi dice: «Sono rimasto male per come ti ha trattato quel ragazzo italiano, perché tu per me sei come mio padre, hai la sua stessa età, e quando parli io devo accogliere quello che mi dici». Omar poi da sei anni soffriva di ernia inguinale e non c’era mai stato chi lo aiutasse a risolvere questo problema. Ci siamo dati da fare, sbrigando tutte le pratiche burocratiche necessarie. Il giorno dell’intervento sono stato con lui dalla mattina presto quando l’ho accompagnato in ospedale fino a sera quando si è svegliato dall’anestesia. Nella stanza c’erano altri degenti attorniati dai familiari. Lui si guarda attorno e mi dice: «Adesso sei tu la mia famiglia». E prima di partire mi ha ripetuto più volte: «Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me».

E ancora mi colpisce la religiosità dei musulmani che pur in mezzo al chiasso si mettono a pregare sul loro tappetino cinque volte al giorno e veramente non concepiscono la vita senza Dio. Proprio come scrive il mistico musulmano Ibn Arabi, che non bisogna «lasciare mai neanche per un istante la Presenza Divina».

A guidarmi nel mio lavoro sono le parole del Vangelo «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… ero forestiero e mi avete ospitato…  Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me»,quelle che il Signore ci rivolgerà quando ci troveremo davanti a Lui. Per me è un "toccare" la carne di Cristo che vive nei fratelli – in particolare nei poveri – come nell'Eucaristia. Perciò cerco di amare queste persone ad una ad una, cominciando dai bisogni concreti: cibo, vestiario, rinnovo dei documenti, ricerca di un alloggio, di un lavoro, sostegno psicologico. Il bagagliaio della mia auto è sempre pieno di cose che persone generose mi danno (vestiti, scarpe, lenzuola, asciugamani, piatti, bicchieri) e che poi distribuisco.

Mal’aiuto materiale non basta: bisogna mettere in moto il cuore. Un giorno arriva un giovane marocchino, disperato perché aveva ricevuto lo sfratto. Gli chiedo: «Hai qualche amico che possa aiutarti?». Scoppia a piangere e tra le lacrime mi dice: «Sono solo, non ho nessuno!». Rimango senza parole, schiacciato da un senso d’impotenza. Poi d’impulso mi alzo, vado al di là della scrivania e lo abbraccio, anche se era molto sudato. Pian piano lo vedo calmarsi. Poi si alza e con tono di voce tranquillo dice: «Ora so che non sono più solo». E si avvia verso la porta, quasi che quel semplice gesto fosse bastato a fargli dimenticare tutto ciò di cui aveva bisogno. A quel punto sono stato io a trattenerlo per spiegargli come avremmo potuto fare per le sue necessità. Certo che quando è andato via era una persona completamente diversa.

Nel cercare alloggio per questi fratelli immigrati, incontriamo tanti pregiudizi. La gente ha paura e non vuole affittare le case. Ma anche quando riescono a trovare un appartamentino, lo stato in cui si trova fa male al cuore. Una sera ho portato dei piatti e delle pentole ad un ragazzo somalo: che squallore, che povertà! Mobili sgangherati, materassi con le molle tutte fuori, come quelli che a volte si vedono accanto ai cassonetti della spazzatura (almeno qui in Calabria!), forse presi proprio da lì. Davanti a questi spettacoli, penso allora che la mia casa deve avere il timbro dell’essenzialità, affinché nessun povero entrando debba arrossire. Così pure per il mio modo di vestire, le cose che possiedo: voglio avere solo ciò che è essenziale ed eliminare il superfluo, che non è mio ma dei poveri. O meglio sento che devo valutare ciò che è essenziale o superfluo in base ai bisogni degli altri: solo così ci può essere davvero giustizia. Inoltre ho constatato che se non si ha un rapporto reale con i poveri, è più difficile vivere la povertà evangelica.

Quando per qualche motivo mi devo assentare dal lavoro, mi cercano e mi chiedono: «Perché non sei venuto? Dove sei?», segno questo che al di là del lavoro sono nati dei rapporti che a volte hanno il sapore dell’amicizia, altre volte quello della paternità, sempre comunque della fraternità. Rapporti che rimangono anche dopo la loro partenza per altre città d’Italia o d’Europa in cerca di lavoro.

Ma l'amore deve farsi costume e l'accoglienza diventare integrazione. Per questo è importante per noi coinvolgere il territorio. Venti famiglie italiane preparano a turno i pasti per gli ospiti del dormitorio e anche i miei amici sono coinvolti in questa esperienza: prepariamo pure noi, quando è il nostro turno, la cena e la consumiamo con loro, oppure ne invitiamo qualcuno a pranzo. Oreste tiene il corso di italiano e spesso mi accompagna la sera, quando ci sono delle emergenze, a portare coperte o cibo. Shoukri dell'Iraq mi ripete sempre: «I tuoi amici hanno il cuore grande come te, al cento per cento!».

Un giorno al lavoro vedo arrivare sei ragazzi. Erano italiani, ma tra loro ce n'era uno di origine chiaramente marocchina, Ayoub, che vive in Italia da quando era bambino. Avevano incontrato alla stazione tre immigrati africani, avevano portato loro cibo e vestiti e ora cercavano da noi un posto dove farli dormire. Mi hanno colpito questi ragazzi desiderosi di aiutare gli altri e parlando è nata l’idea di un torneo di calcetto tra loro e i nostri ospiti. Erano entusiasti, soprattutto Ayoub che il giorno dopo mi chiama per dirmi che aveva già prenotato il campetto. Gli rispondo: «Ma i nostri ragazzi non hanno ancora pantaloncini, scarpette…». E lui: «Tranquillo, ci pensiamo noi!». Difatti dopo un paio di ore li vedo arrivare con tutto ciò che occorreva anche per i nostri ragazzi. Quella partita è stata l'inizio di un intreccio di rapporti che ha portato e continua a portare tanti frutti. Una sera scrivo ad Ayoub che è musulmano: «Non è un caso se ci siamo conosciuti. Forse Dio-Allah vuole che facciamo cose belle a Lamezia per far crescere la fraternità tra giovani italiani e giovani stranieri». Risposta: «Sono più che d’accordo con te. Anch’io credo in queste cose. M’impegnerò al massimo per fare tutto quello che posso. Ormai siamo tutti fratelli».

Esperienze come queste mi danno speranza per il nostro futuro: un futuro che sarà sempre più multietnico e multiculturale, e perciò avrà bisogno di gente capace di accogliersi e di amarsi.

 

Fonte

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Pubblichiamo qui di seguito un pensiero del responsabile di struttura della Casa del Giovane Lavoratore di Milano.
Mi è sempre stato difficile comprendere questa associazione, anche perché i buoni vecchi Magi dell’Oro Incenso e Mirra nella nostra cultura sono stati spesso offuscati dalla vecchia e bitorzoluta strega che anche qui a Milano nel piazzale del Don Orione ha troneggiato con 7.000 motociclisti che hanno portato i loro doni agli ospiti del Piccolo Cottolengo.  Ma quest’anno il Signore mi ha voluto regalare una chiave di lettura.
Passato da poco mezzogiorno, in lontananza ancora qualche ruggito di moto più o meno rabbiose, il solito giro di verifica alla Casa del Giovane Lavoratore quando mi sento chiamare ed in maniera molto perentoria fattomi sedere capotavola ad una meravigliosa tavolata: I “reduci” della casa che hanno passato le feste in struttura si sono organizzati “il pasto della solidarietà” ed io dovevo essere “dei loro”
Subito Lucio e Franco, i “cuochi” ufficiali, iniziano con l’antipasto, poi due primi e due secondi, quindi il dolce, vino caffè ed ammazza caffè …
Ho visto realmente la gioia dell’essere uniti: Franco il consulente informatico, Giorgio che ha perso gamba e braccio nel terremoto di Haiti, Andrea senza fissa dimora, Neri che è già da due mesi che il comune ha dato la casa popolare ma … La Casa Del Giovane è stata per più anni la sua casa. Franco che … deve scontare gli arresti domiciliari, Piero … mamma mia quanto è noioso …, Enry profugo, rifugiato politico. …
La tavola era “arredata” da una sobria ma preziosa tovaglia natalizia, Tavernello e Nero D’Avola si “sposavano assieme” in un rosso bicchiere di plastica, ma come l’acqua tramutata in Vino ogni cosa assumeva il gusto della Festa: la festa che nonostante la tristezza di essere lontani dalla propria moglie, essere stati abbandonati dai propri figli, non poter tornare a casa … perché l’hai persa con la tua azienda, brindi ringraziando … Sì, ringraziando di essere assieme felici alla Casa Del Giovane Lavoratore …
Io gioivo e mi vergognavo assieme: Gioivo perché l’Opera Don Orione mi ha dato la possibilità di essere lì a “capotavola” in qualità di Responsabile della struttura, indegno, perché finita la festa me ne tornavo a casa con mia moglie mentre loro restavano lì, con “i piatti da lavare” ripensando a Massimo, vecchio ospite dell’anno scorso, per il quale nelle notti di Natale per lui alla Casa Del Giovane non c’è stato posto, e preso dalla solitudine si è impiccato …
Giorno dell’Epifania, giorno della Manifestazione … Sì, il Signore che manifesta la sua vera natura negli ultimi e lancia un monito a me e a tutti noi che in quel giorno ci siamo lamentati che era freddo e che erano finite le feste …

 

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Lunedì, 16 Gennaio 2017

Genova - Boschetto

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.
Di seguito due righe esplicative dell'attività del Boschetto.
L'abbazia di San Nicolò del Boschetto è un complesso monumentale di Genova. Al suo interno si svolgono attività ricettive a favore di persone in emergenza abitativa. Attualmente l'abbazia ospita al suo interno: persone indigenti senza lavoro; persone seguite dall'igiene mentale; nuclei familiari in sfratto; nuclei familiari rom provenienti dal campo; alcuni lavoratori trasfertisti.
L'abbazia, per rispondere alle richieste del territorio e alle esigenze delle famiglie, svolge attività di sostegno attraverso alcune attività di volontariato:
Banco alimentare; Banco vestiti; Mensa sociale (circa 6800 pasti nel 2016); attività di regolarizzazione dei documenti; attività di mediazione scuola - famiglia; attività di sostegno scolastico; attività di sostegno relazionale; attività di aiuto per la ricerca del lavoro.
Qui di seguito alcune foto: persone che vivono al Boschetto e preparano alimenti per il pranzo sociale, ragazzo in pena alternativa che gioca con il figlio di una famiglia ospite al Boschetto (il bambino è dell'ufficio legale del Boschetto, ma segue le cause presso il Tribunale Celeste), pranzo sociale, un amico della polizia che ha portato indumenti per i bambini raccolti fra i colleghi del reparto celere, il segretario con in braccio una nostra giovane ospite; è prassi che ogni persona impegnata al Boschetto segua direttamente le problematiche di alcune famiglie.

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Domenica, 15 Gennaio 2017

Santa Maria la Longa - Casa Sdrigotti

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.

Nella “casa Sdrigotti”, una delle dependance della Casa di Santa Maria la Longa vengono ospitati da Maggio 2015 ben 17 profughi provenienti in parte dall’Afghanistan e in parte dal Pakistan.
L’anno prima la Casa aveva Ospitato 17 profughe Somale di prima provenienza ma l’esperienza è stata drammatica, sia per la casa che per il paese poiché i Carabinieri sono dovuti intervenire diverse volte. Alla fine, i Carabinieri stessi hanno suggerito e deciso di allontanarle dalla zona di Palmanova e di spedirle a Udine.   

La situazione con gli afgani è diversa fortunatamente.
Il gruppo non viene gestito direttamente, ma come in tutto il Friuli l’appalto dei profughi è gestito dalla Caritas. L’Opera ha dato in comodato solo la casa e si autogestiscono.
Si era partiti con l’idea di realizzare dei progetti di utilità comune, per questo sono tutti stati inseriti nell’associazione “di casa” di volontariato “ALVIUS”.
Un progetto (stradina in cemento per permettere a tutti gli ospiti di fare il giro in sicurezza attorno al parco e al laghetto) è stato realizzato. Sono stati realizzati altri piccoli interventi con l’agricoltore e nella azienda agricola, ma poi abbastanza in fretta il loro interesse si è spento.  
Hanno continuato a seguire dei corsi di italiano, di educazione civica e di inglese.
Continuano ad andare tutti i venerdì a Udine per i loro incontri di preghiera.

Organizzati degli incontri multietnici, (cena, incontri di vario tipo con gruppi diversi) che sono stati abbastanza interessanti.
Il grosso problema è sempre stato quello della comunicazione: non parlano quasi l’italiano e pochissimi parlano un inglese scolastico, nessuno il francese.
La comunicazione in questi casi diventa quasi impossibile.  Ci si salva sempre con la torta portata dalla Casa ed il te che offrono loro!
Attualmente tutti hanno ricevuto i loro documenti e dovrebbero lasciare la struttura per far posto ad un altro gruppo. Il gruppo dopo un certo periodo si rinnova con nuovi arrivati.  

La casa ha ospitato anche altre persone in difficoltà, ed in particolare due africani usciti dal carcere.
Sono stati accolti da noi. Uno, qualche mese fa ha potuto ottenere i documenti ed è partito per Roma, dove aveva avuto modo di incontrare una persona e di convolare a nozze!
Per l’altro, un povero ragazzo, molto simile agli ospiti, la situazione era molto più complessa, a nulla sono serviti i tentativi di Don Sergio prima e quelli di Don Luigi in seguito, per permettergli di ottenere il permesso di soggiorno come profugo o permesso di soggiorno umanitario, purtroppo la legge ha fatto il suo corso e ha ricevuto il foglio di via.

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In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.
“Ho aperto le braccia e il cuore” l’Opera Don Orione ha affidato alla cooperativa DONO la gestione di una struttura di accoglienza per 24 profughi all’interno del Villaggio della Carità. I ragazzi sono per la maggior parte di provenienza mediorientale, lì affiancati da Operatori, alcuni dei quali sono stati profughi anche loro, si occupano della struttura e svolgono piccole attività di volontariato all’interno del Villaggio (ne avevamo parlato QUI).
Coloro che sono presenti in Italia da più tempo invece vivono in due appartamenti situati nell’Hinterland genovese, affiancati da Operatori solo in alcuni momenti della giornata e per il disbrigo di pratiche burocratiche, alcuni di loro sono impegnati in attività di volontariato presso il Piccolo Cottolengo Don Orione fam. Moresco dove, insieme ai ragazzi disabili ospitati, gestiscono un piccolo orto.
Il progetto ambizioso, nato un po’ per caso da questa esperienza, è quello di creare una filiera dell’accoglienza che vede i Rifugiati appena giunti in Italia ospitati nella struttura più grande dove la presenza degli operatori è maggiore, questo diventa il primo step per poi passare negli appartamenti dove questi ragazzi possono sperimentare la vita indipendente affiancati da Operatori che hanno come obiettivo quello di creare e coinvolgere i ragazzi stessi in attività di inclusione sociale.

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In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.

Il "Seminario della Vita" è un’opera di carità, che risponde alla richiesta di Enti istituzionalmente riconosciuti ad accogliere giovani donne in gravidanza, madri sole o separate con figli a carico e nuclei familiari in situazioni di disagio sociale e abitativo, attraverso vari tipi di accoglienze: la prima in comunità con un progetto di totale accompagnamento e condivisione, la seconda con un’ospitalità in semi autonomia in alcuni minialloggi di recente realizzazione presenti nella struttura principale e infine con alcuni posti riservati all’accoglienza di famiglie e donne con figli profughe richiedenti asilo.
Oltre all’accoglienza di queste famiglie e dei loro bambini, l’opera vuole con loro recuperare il valore e la visione di vita umana sotto vari aspetti, con una particolare attenzione al prendersi cura e all’educazione dei propri figli, inoltre il grande obiettivo che si pone è l'accompagnamento e la preparazione di tali famiglie a una nuova vita autonoma e a un’adeguata presenza nella vita sociale, anche orientandole, qualora fosse necessario, al conseguimento di un titolo di studio e in seguito ad un impegno lavorativo e alla ricerca di una casa.
Il Seminario della Vita desidera essere la dimora di chi è solo, sfiduciato, abbandonato, povero, sofferente, facendoci compagni di viaggio e pellegrini sulla strada della conversione e della rinascita a nuova vita; una comunità che s’impegna a vivere e organizzarsi secondo lo stile di famiglia estesa, nella quale si creano e si vivono relazioni umane significative, dove al centro è messa l’unicità e l’irripetibilità della persona umana e dove ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo donando qualcosa di sé e mettendosi a servizio per il bene di tutti, sperimentando quotidianamente la provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa, concetti a cuore di San Luigi Orione.

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