"Dà a noi, o Signore quella carità dolce e soave che è forza e midollo di tutte le virtù."
Don Orione

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VII Convegno Apostolico

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Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Venerdì, 03 Febbraio 2017

Editoriale - Aprire mani e cuore

Pubblichiamo l’esperienza di uno psicologo presso un centro Caritas di Lamezia Terme che accoglie immigrati.

 

Sono psicologo e lavoro in un centro della Caritas che accoglie persone senza fissa dimora, soprattutto immigrati di varie nazionalità, in prevalenza musulmani. Persone che hanno alle spalle situazioni inimmaginabili: povertà, guerre, familiari uccisi, peripezie inaudite per arrivare in Italia. E poi, una volta qui, mancanza di alloggio, di lavoro, di tutto. A volte li vedo arrivare solo con quello che hanno addosso: infradito, jeans e maglietta. Per non dire della diffidenza che incontrano, se non addirittura della violenza: l’estate scorsa uno dei nostri ospiti è stato insultato e picchiato per strada.

C’è poi la lontananza dai familiari: genitori anziani, moglie e figli piccoli rimasti nei Paesi di origine. Ricordo Rahman del Bangladesh che piangendo mi raccontava di quando, giunto in Italia, aveva ricevuto la notizia che il suo bambino di otto mesi era morto. E Salim della Siria, con altri cinque fratelli sparsi per l'Europa, che mi diceva: «Io non potevo vivere senza i miei fratelli, né loro senza di me… ma la vita ci ha divisi».

Nonostante tutto, in genere vedo in loro un atteggiamento pieno di speranza verso la vita, con una capacità di sorridere ancora che mi sorprende, specie se penso a noi che, pur avendo tutto, siamo molto spesso insoddisfatti. Lavorare con loro perciò è per me un’esperienza molto arricchente, in cui ho imparato e continuo a imparare molto.

Ricordo un giorno: avevo accompagnato alla stazione Farouk del Bangladesh che partiva per la Sicilia. Mentre aspettavamo il treno, noto che porta al collo una catenina. Gli dico: «Bella questa catenina! Ti sta bene». Non avevo neanche finito di parlare che lui se la toglie dal collo e la mette al mio. Rimango sorpreso e dico: «Ma no, magari te l’ha regalata la mamma, è un ricordo di famiglia». E lui: «No, sta meglio a te. E poi è bella perché è d’acciaio e non diventa nera».

Mi colpisce poi il rispetto che hanno verso le persone più grandi d’età. Una sera un ragazzo italiano si è rivolto verso di me in maniera sgarbata. Il giorno dopo Omar del Ghana mi dice: «Sono rimasto male per come ti ha trattato quel ragazzo italiano, perché tu per me sei come mio padre, hai la sua stessa età, e quando parli io devo accogliere quello che mi dici». Omar poi da sei anni soffriva di ernia inguinale e non c’era mai stato chi lo aiutasse a risolvere questo problema. Ci siamo dati da fare, sbrigando tutte le pratiche burocratiche necessarie. Il giorno dell’intervento sono stato con lui dalla mattina presto quando l’ho accompagnato in ospedale fino a sera quando si è svegliato dall’anestesia. Nella stanza c’erano altri degenti attorniati dai familiari. Lui si guarda attorno e mi dice: «Adesso sei tu la mia famiglia». E prima di partire mi ha ripetuto più volte: «Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me».

E ancora mi colpisce la religiosità dei musulmani che pur in mezzo al chiasso si mettono a pregare sul loro tappetino cinque volte al giorno e veramente non concepiscono la vita senza Dio. Proprio come scrive il mistico musulmano Ibn Arabi, che non bisogna «lasciare mai neanche per un istante la Presenza Divina».

A guidarmi nel mio lavoro sono le parole del Vangelo «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… ero forestiero e mi avete ospitato…  Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me»,quelle che il Signore ci rivolgerà quando ci troveremo davanti a Lui. Per me è un "toccare" la carne di Cristo che vive nei fratelli – in particolare nei poveri – come nell'Eucaristia. Perciò cerco di amare queste persone ad una ad una, cominciando dai bisogni concreti: cibo, vestiario, rinnovo dei documenti, ricerca di un alloggio, di un lavoro, sostegno psicologico. Il bagagliaio della mia auto è sempre pieno di cose che persone generose mi danno (vestiti, scarpe, lenzuola, asciugamani, piatti, bicchieri) e che poi distribuisco.

Mal’aiuto materiale non basta: bisogna mettere in moto il cuore. Un giorno arriva un giovane marocchino, disperato perché aveva ricevuto lo sfratto. Gli chiedo: «Hai qualche amico che possa aiutarti?». Scoppia a piangere e tra le lacrime mi dice: «Sono solo, non ho nessuno!». Rimango senza parole, schiacciato da un senso d’impotenza. Poi d’impulso mi alzo, vado al di là della scrivania e lo abbraccio, anche se era molto sudato. Pian piano lo vedo calmarsi. Poi si alza e con tono di voce tranquillo dice: «Ora so che non sono più solo». E si avvia verso la porta, quasi che quel semplice gesto fosse bastato a fargli dimenticare tutto ciò di cui aveva bisogno. A quel punto sono stato io a trattenerlo per spiegargli come avremmo potuto fare per le sue necessità. Certo che quando è andato via era una persona completamente diversa.

Nel cercare alloggio per questi fratelli immigrati, incontriamo tanti pregiudizi. La gente ha paura e non vuole affittare le case. Ma anche quando riescono a trovare un appartamentino, lo stato in cui si trova fa male al cuore. Una sera ho portato dei piatti e delle pentole ad un ragazzo somalo: che squallore, che povertà! Mobili sgangherati, materassi con le molle tutte fuori, come quelli che a volte si vedono accanto ai cassonetti della spazzatura (almeno qui in Calabria!), forse presi proprio da lì. Davanti a questi spettacoli, penso allora che la mia casa deve avere il timbro dell’essenzialità, affinché nessun povero entrando debba arrossire. Così pure per il mio modo di vestire, le cose che possiedo: voglio avere solo ciò che è essenziale ed eliminare il superfluo, che non è mio ma dei poveri. O meglio sento che devo valutare ciò che è essenziale o superfluo in base ai bisogni degli altri: solo così ci può essere davvero giustizia. Inoltre ho constatato che se non si ha un rapporto reale con i poveri, è più difficile vivere la povertà evangelica.

Quando per qualche motivo mi devo assentare dal lavoro, mi cercano e mi chiedono: «Perché non sei venuto? Dove sei?», segno questo che al di là del lavoro sono nati dei rapporti che a volte hanno il sapore dell’amicizia, altre volte quello della paternità, sempre comunque della fraternità. Rapporti che rimangono anche dopo la loro partenza per altre città d’Italia o d’Europa in cerca di lavoro.

Ma l'amore deve farsi costume e l'accoglienza diventare integrazione. Per questo è importante per noi coinvolgere il territorio. Venti famiglie italiane preparano a turno i pasti per gli ospiti del dormitorio e anche i miei amici sono coinvolti in questa esperienza: prepariamo pure noi, quando è il nostro turno, la cena e la consumiamo con loro, oppure ne invitiamo qualcuno a pranzo. Oreste tiene il corso di italiano e spesso mi accompagna la sera, quando ci sono delle emergenze, a portare coperte o cibo. Shoukri dell'Iraq mi ripete sempre: «I tuoi amici hanno il cuore grande come te, al cento per cento!».

Un giorno al lavoro vedo arrivare sei ragazzi. Erano italiani, ma tra loro ce n'era uno di origine chiaramente marocchina, Ayoub, che vive in Italia da quando era bambino. Avevano incontrato alla stazione tre immigrati africani, avevano portato loro cibo e vestiti e ora cercavano da noi un posto dove farli dormire. Mi hanno colpito questi ragazzi desiderosi di aiutare gli altri e parlando è nata l’idea di un torneo di calcetto tra loro e i nostri ospiti. Erano entusiasti, soprattutto Ayoub che il giorno dopo mi chiama per dirmi che aveva già prenotato il campetto. Gli rispondo: «Ma i nostri ragazzi non hanno ancora pantaloncini, scarpette…». E lui: «Tranquillo, ci pensiamo noi!». Difatti dopo un paio di ore li vedo arrivare con tutto ciò che occorreva anche per i nostri ragazzi. Quella partita è stata l'inizio di un intreccio di rapporti che ha portato e continua a portare tanti frutti. Una sera scrivo ad Ayoub che è musulmano: «Non è un caso se ci siamo conosciuti. Forse Dio-Allah vuole che facciamo cose belle a Lamezia per far crescere la fraternità tra giovani italiani e giovani stranieri». Risposta: «Sono più che d’accordo con te. Anch’io credo in queste cose. M’impegnerò al massimo per fare tutto quello che posso. Ormai siamo tutti fratelli».

Esperienze come queste mi danno speranza per il nostro futuro: un futuro che sarà sempre più multietnico e multiculturale, e perciò avrà bisogno di gente capace di accogliersi e di amarsi.

 

Fonte

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Pubblichiamo qui di seguito un pensiero del responsabile di struttura della Casa del Giovane Lavoratore di Milano.
Mi è sempre stato difficile comprendere questa associazione, anche perché i buoni vecchi Magi dell’Oro Incenso e Mirra nella nostra cultura sono stati spesso offuscati dalla vecchia e bitorzoluta strega che anche qui a Milano nel piazzale del Don Orione ha troneggiato con 7.000 motociclisti che hanno portato i loro doni agli ospiti del Piccolo Cottolengo.  Ma quest’anno il Signore mi ha voluto regalare una chiave di lettura.
Passato da poco mezzogiorno, in lontananza ancora qualche ruggito di moto più o meno rabbiose, il solito giro di verifica alla Casa del Giovane Lavoratore quando mi sento chiamare ed in maniera molto perentoria fattomi sedere capotavola ad una meravigliosa tavolata: I “reduci” della casa che hanno passato le feste in struttura si sono organizzati “il pasto della solidarietà” ed io dovevo essere “dei loro”
Subito Lucio e Franco, i “cuochi” ufficiali, iniziano con l’antipasto, poi due primi e due secondi, quindi il dolce, vino caffè ed ammazza caffè …
Ho visto realmente la gioia dell’essere uniti: Franco il consulente informatico, Giorgio che ha perso gamba e braccio nel terremoto di Haiti, Andrea senza fissa dimora, Neri che è già da due mesi che il comune ha dato la casa popolare ma … La Casa Del Giovane è stata per più anni la sua casa. Franco che … deve scontare gli arresti domiciliari, Piero … mamma mia quanto è noioso …, Enry profugo, rifugiato politico. …
La tavola era “arredata” da una sobria ma preziosa tovaglia natalizia, Tavernello e Nero D’Avola si “sposavano assieme” in un rosso bicchiere di plastica, ma come l’acqua tramutata in Vino ogni cosa assumeva il gusto della Festa: la festa che nonostante la tristezza di essere lontani dalla propria moglie, essere stati abbandonati dai propri figli, non poter tornare a casa … perché l’hai persa con la tua azienda, brindi ringraziando … Sì, ringraziando di essere assieme felici alla Casa Del Giovane Lavoratore …
Io gioivo e mi vergognavo assieme: Gioivo perché l’Opera Don Orione mi ha dato la possibilità di essere lì a “capotavola” in qualità di Responsabile della struttura, indegno, perché finita la festa me ne tornavo a casa con mia moglie mentre loro restavano lì, con “i piatti da lavare” ripensando a Massimo, vecchio ospite dell’anno scorso, per il quale nelle notti di Natale per lui alla Casa Del Giovane non c’è stato posto, e preso dalla solitudine si è impiccato …
Giorno dell’Epifania, giorno della Manifestazione … Sì, il Signore che manifesta la sua vera natura negli ultimi e lancia un monito a me e a tutti noi che in quel giorno ci siamo lamentati che era freddo e che erano finite le feste …

 

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Lunedì, 16 Gennaio 2017

Genova - Boschetto

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.
Di seguito due righe esplicative dell'attività del Boschetto.
L'abbazia di San Nicolò del Boschetto è un complesso monumentale di Genova. Al suo interno si svolgono attività ricettive a favore di persone in emergenza abitativa. Attualmente l'abbazia ospita al suo interno: persone indigenti senza lavoro; persone seguite dall'igiene mentale; nuclei familiari in sfratto; nuclei familiari rom provenienti dal campo; alcuni lavoratori trasfertisti.
L'abbazia, per rispondere alle richieste del territorio e alle esigenze delle famiglie, svolge attività di sostegno attraverso alcune attività di volontariato:
Banco alimentare; Banco vestiti; Mensa sociale (circa 6800 pasti nel 2016); attività di regolarizzazione dei documenti; attività di mediazione scuola - famiglia; attività di sostegno scolastico; attività di sostegno relazionale; attività di aiuto per la ricerca del lavoro.
Qui di seguito alcune foto: persone che vivono al Boschetto e preparano alimenti per il pranzo sociale, ragazzo in pena alternativa che gioca con il figlio di una famiglia ospite al Boschetto (il bambino è dell'ufficio legale del Boschetto, ma segue le cause presso il Tribunale Celeste), pranzo sociale, un amico della polizia che ha portato indumenti per i bambini raccolti fra i colleghi del reparto celere, il segretario con in braccio una nostra giovane ospite; è prassi che ogni persona impegnata al Boschetto segua direttamente le problematiche di alcune famiglie.

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Domenica, 15 Gennaio 2017

Santa Maria la Longa - Casa Sdrigotti

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.

Nella “casa Sdrigotti”, una delle dependance della Casa di Santa Maria la Longa vengono ospitati da Maggio 2015 ben 17 profughi provenienti in parte dall’Afghanistan e in parte dal Pakistan.
L’anno prima la Casa aveva Ospitato 17 profughe Somale di prima provenienza ma l’esperienza è stata drammatica, sia per la casa che per il paese poiché i Carabinieri sono dovuti intervenire diverse volte. Alla fine, i Carabinieri stessi hanno suggerito e deciso di allontanarle dalla zona di Palmanova e di spedirle a Udine.   

La situazione con gli afgani è diversa fortunatamente.
Il gruppo non viene gestito direttamente, ma come in tutto il Friuli l’appalto dei profughi è gestito dalla Caritas. L’Opera ha dato in comodato solo la casa e si autogestiscono.
Si era partiti con l’idea di realizzare dei progetti di utilità comune, per questo sono tutti stati inseriti nell’associazione “di casa” di volontariato “ALVIUS”.
Un progetto (stradina in cemento per permettere a tutti gli ospiti di fare il giro in sicurezza attorno al parco e al laghetto) è stato realizzato. Sono stati realizzati altri piccoli interventi con l’agricoltore e nella azienda agricola, ma poi abbastanza in fretta il loro interesse si è spento.  
Hanno continuato a seguire dei corsi di italiano, di educazione civica e di inglese.
Continuano ad andare tutti i venerdì a Udine per i loro incontri di preghiera.

Organizzati degli incontri multietnici, (cena, incontri di vario tipo con gruppi diversi) che sono stati abbastanza interessanti.
Il grosso problema è sempre stato quello della comunicazione: non parlano quasi l’italiano e pochissimi parlano un inglese scolastico, nessuno il francese.
La comunicazione in questi casi diventa quasi impossibile.  Ci si salva sempre con la torta portata dalla Casa ed il te che offrono loro!
Attualmente tutti hanno ricevuto i loro documenti e dovrebbero lasciare la struttura per far posto ad un altro gruppo. Il gruppo dopo un certo periodo si rinnova con nuovi arrivati.  

La casa ha ospitato anche altre persone in difficoltà, ed in particolare due africani usciti dal carcere.
Sono stati accolti da noi. Uno, qualche mese fa ha potuto ottenere i documenti ed è partito per Roma, dove aveva avuto modo di incontrare una persona e di convolare a nozze!
Per l’altro, un povero ragazzo, molto simile agli ospiti, la situazione era molto più complessa, a nulla sono serviti i tentativi di Don Sergio prima e quelli di Don Luigi in seguito, per permettergli di ottenere il permesso di soggiorno come profugo o permesso di soggiorno umanitario, purtroppo la legge ha fatto il suo corso e ha ricevuto il foglio di via.

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In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.
“Ho aperto le braccia e il cuore” l’Opera Don Orione ha affidato alla cooperativa DONO la gestione di una struttura di accoglienza per 24 profughi all’interno del Villaggio della Carità. I ragazzi sono per la maggior parte di provenienza mediorientale, lì affiancati da Operatori, alcuni dei quali sono stati profughi anche loro, si occupano della struttura e svolgono piccole attività di volontariato all’interno del Villaggio (ne avevamo parlato QUI).
Coloro che sono presenti in Italia da più tempo invece vivono in due appartamenti situati nell’Hinterland genovese, affiancati da Operatori solo in alcuni momenti della giornata e per il disbrigo di pratiche burocratiche, alcuni di loro sono impegnati in attività di volontariato presso il Piccolo Cottolengo Don Orione fam. Moresco dove, insieme ai ragazzi disabili ospitati, gestiscono un piccolo orto.
Il progetto ambizioso, nato un po’ per caso da questa esperienza, è quello di creare una filiera dell’accoglienza che vede i Rifugiati appena giunti in Italia ospitati nella struttura più grande dove la presenza degli operatori è maggiore, questo diventa il primo step per poi passare negli appartamenti dove questi ragazzi possono sperimentare la vita indipendente affiancati da Operatori che hanno come obiettivo quello di creare e coinvolgere i ragazzi stessi in attività di inclusione sociale.

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In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presentiamo le attività della Congregazione a favore degli immigrati.

Il "Seminario della Vita" è un’opera di carità, che risponde alla richiesta di Enti istituzionalmente riconosciuti ad accogliere giovani donne in gravidanza, madri sole o separate con figli a carico e nuclei familiari in situazioni di disagio sociale e abitativo, attraverso vari tipi di accoglienze: la prima in comunità con un progetto di totale accompagnamento e condivisione, la seconda con un’ospitalità in semi autonomia in alcuni minialloggi di recente realizzazione presenti nella struttura principale e infine con alcuni posti riservati all’accoglienza di famiglie e donne con figli profughe richiedenti asilo.
Oltre all’accoglienza di queste famiglie e dei loro bambini, l’opera vuole con loro recuperare il valore e la visione di vita umana sotto vari aspetti, con una particolare attenzione al prendersi cura e all’educazione dei propri figli, inoltre il grande obiettivo che si pone è l'accompagnamento e la preparazione di tali famiglie a una nuova vita autonoma e a un’adeguata presenza nella vita sociale, anche orientandole, qualora fosse necessario, al conseguimento di un titolo di studio e in seguito ad un impegno lavorativo e alla ricerca di una casa.
Il Seminario della Vita desidera essere la dimora di chi è solo, sfiduciato, abbandonato, povero, sofferente, facendoci compagni di viaggio e pellegrini sulla strada della conversione e della rinascita a nuova vita; una comunità che s’impegna a vivere e organizzarsi secondo lo stile di famiglia estesa, nella quale si creano e si vivono relazioni umane significative, dove al centro è messa l’unicità e l’irripetibilità della persona umana e dove ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo donando qualcosa di sé e mettendosi a servizio per il bene di tutti, sperimentando quotidianamente la provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa, concetti a cuore di San Luigi Orione.

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Giovedì, 12 Gennaio 2017

Roma - Pranzo di Natale

I ragazzi del centro Don Orione, gli operatori e i volontari del Servizio Civile Don Orione come ogni anno sono stati ospiti per il pranzo natalizio, il giorno 22 dicembre, dell’Hilton di Via Cadlolo, 101, nella zona di Belsito, a Roma.
Si tratta di una tradizione ormai consolidata da moltissimi anni, e i ragazzi l’aspettano con entusiasmo e grande piacere.
Un grazie a tutto lo staff dell’Hilton, in particolare a Fausto Ciarcia e a Giada Lamantia, come sempre gentilissimi e ospitali.

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Un gruppo di operatori di diversa estrazione culturale, sanitaria, sociale, psicologica, educativa si è trovato a discutere e a ripensare le problematiche della vita in Residenza Assistenziale Sanitaria, partendo dalla prospettiva di chi vi vive. Dall’incontro è emersa una serie di riflessioni comuni che costituiscono un primo passo nella realizzazione di strutture più accoglienti, che pongano al centro la “Care” centrata sulla persona e la qualità di vita del ricoverato.

È questa la rivista PSICOGERIATRIA 2016; 3: 69-77, Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP) QUI allegata, con i preziosi contributi di Marco Pagani (Istituto Clinico Humanitas), Antonio Grillo (Medico Geriatra, Milano), Roberto Franchini (Opera don Orione, Italia), Claudio Ivaldi (ASL 3 “Genovese”, RSA di Campo Ligure, Genova).

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Domenica 15 gennaio prossimo sarà la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017, nella nostra home e nella colonna di destra (qui a fianco) è presente un bottone che rimanda al messaggio del Papa e a due interventi autorevoli, S. Ecc. mons. Di Tora, presidente della Commissione CEI per i Migrantes e Mons. Perego presidente della Fondazione Migrantes (in alternativa clicca QUI).

La migrazione è un fenomeno mondiale, non solo europeo o mediterraneo. Tutti i Continenti sono toccati da questa realtà che non riguarda esclusivamente persone in cerca di lavoro o di migliori condizioni di vita, ma anche adulti e minorenni che fuggono da vere tragedie.

È necessario garantire che in ogni Paese i migranti in arrivo, e le loro famiglie, godano del pieno riconoscimento dei propri diritti. Ciò che preoccupa maggiormente è la condizione dei minori nel contesto della migrazione internazionale. Infatti, i bambini e le donne rappresentano le categorie più vulnerabili all’interno di questo grande fenomeno e proprio i minorenni sono i più fragili, spesso invisibili perché privi di documenti o senza accompagnatori.

Con il tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, il Santo Padre vuole focalizzare l’attenzione sui più piccoli tra i piccoli. Spesso, i bambini arrivano soli nei Paesi di destinazione, non sono in grado di far sentire la propria voce e diventano facilmente vittime di gravi violazioni dei diritti umani.

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato sarà pubblicato, come consuetudine, un Messaggio Pontificio.

Questa ricorrenza trova la sua origine nella lettera circolare “Il dolore e le preoccupazioni” che la Sacra Congregazione Concistoriale inviò il 6 dicembre 1914 agli Ordinari Diocesani Italiani. In essa, si chiedeva per la prima volta di istituire una giornata annuale di sensibilizzazione sul fenomeno della migrazione e anche per promuovere una colletta a favore delle opere pastorali per gli emigrati italiani e per la formazione dei missionari d’emigrazione. Conseguenza di quella missiva fu, il 21 febbraio 1915, la celebrazione della prima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

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Al villaggio della Carità di Camaldoli Sabato 31dicembre è trascorso in un clima di famiglia, insieme agli amici della Parrocchia degli Angeli e della Comunità di Sant'Egidio che hanno organizzato ed animato i diversi momenti della bella giornata vissuta insieme.
Dopo aver condiviso la preghiera di ringraziamento per tutti i giorni che abbiamo vissuto nel 2016 la festa è iniziata con il grande pranzo della Famiglia Don Sterpi, allargata per l'occasione ad ospiti degli altri reparti del Villaggio, con la partecipazione di amici e parenti.
Seppure in ritardo, al termine del pranzo, ha fatto la sua comparsa un Babbo Natale ricco di doni per i nostri amici.
Liberata la sala dalle tavole sono iniziati giochi e danze alle quali hanno partecipato anche le amiche "beniamine" del Paverano venute ospiti al villaggio della Carità per l’occasione.
Come da tradizione il tutto si è concluso con il conto alla rovescia e lo scambio degli auguri di rito.
A tutti  l'augurio di un sereno anno nuovo.

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Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3