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Los desamparados

 

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

Mercoledì, 16 Settembre 2015

L'Europa e l'accoglienza profughi

Il 2015 passerà alla storia come l’anno test per l’Europa. Per la moneta unica e per le masse di profughi in movimento. Crisi gemelle in pieno svolgimento (domenica prossima si vota in Grecia) che hanno rivelato come l’Unione Europea fatichi a trovare soluzioni stabili ma voglia a tutti i costi mantenere un’unità, fuori dalla quale nessuno ha intenzione di andare.
Con il discorso di Juncker al Parlamento europeo, cambia radicalmente la politica sull’asilo dell’Unione. Il mutamento di rotta è guidato dalla Germania. Ma se l’Europa finalmente si muove, la partita è tutt’altro che chiusa, così Maurizio Ambrosini - docente di Sociologia delle migrazioni nell’università degli studi di Milano e responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova - spiega come ci siano ancora nodi da scioglere di fronte all'accoglienza dei profughi nel seguente articolo pubblicato su lavoce.info.

Emozioni e decisioni politiche

Le proposte presentate dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, annunciano una svolta nelle politiche europee dell’asilo. Permangono ambiguità, come il rafforzamento della sorveglianza ai confini mediante Frontex e una sospensione delle convenzioni di Dublino definita temporanea, ma il cambiamento di approccio è evidente. Ancora a maggio, governi e istituzioni europee non erano riusciti ad accordarsi sulla redistribuzione di 30mila richiedenti asilo e affermavano con enfasi che il mercato del lavoro continentale aveva bisogno soltanto di immigrati qualificati. La Germania ha guidato il cambiamento di rotta, imprimendo un segno nuovo alla sua leadership europea. Le immagini dell’accoglienza dei profughi tra gli applausi, accompagnati dall’Inno alla gioia, danno il senso di una politica che ha saputo finalmente raccogliere la sfida dei diritti umani, sintonizzandosi con la parte migliore della società civile. E questo accade in un paese in cui da gennaio a luglio si sono verificati 330 attacchi a centri di accoglienza per rifugiati. La spinta impressa alle varie fortezze erette dal mondo sviluppato è stata tale che persino l’Australia ha annunciato di voler accogliere un contingente di profughi siriani. Alcune anticipazioni di un nuovo orientamento della Germania erano già trapelate, con l’apertura ai profughi siriani. Ma l’accelerazione del cambiamento rimanda al rapporto tra mass media, emozioni e decisioni politiche. Le immagini del bimbo siriano morto in mare e delle famiglie di profughi in cammino nei Balcani hanno provocato un soprassalto di umanità, e forse di realismo prima in Germania e in Austria, poi nelle politiche europee. L’impressione è che i leader politici del Vecchio Continente abbiano colto il momento favorevole per prendere decisioni ormai mature, forse inevitabili: un raro istante in cui nelle opinioni pubbliche la pietà per le vittime e la solidarietà umana hanno preso il sopravvento sulle ansie xenofobe e sulle chiusure egoistiche. Nella stessa prospettiva può essere collocata l’improvvisa scoperta del deficit demografico europeo e del fabbisogno di forza lavoro. Anche in questo caso, una contingenza emotiva favorevole ha consentito di giustificare una scelta razionale. Il dato singolare è semmai il ricorso ai profughi siriani, tra cui figurano anziani, bambini, casalinghe, adulti istruiti ma non facilmente riconvertibili, per far passare l’idea dell’apertura del mercato del lavoro verso nuovi immigrati. Il fatto è che i profughi, almeno in questo momento, sono più accetti all’opinione pubblica dei normali lavoratori.

Questioni ancora aperte

Certo, i nodi ancora da sciogliere non mancano. Se ne possono individuare almeno quattro. Il primo è politico. Alcuni paesi europei recalcitrano in modo clamoroso di fronte all’accoglienza dei profughi, con stili e motivazioni diverse: dai muri ungherese e bulgaro, all’isolazionismo danese, alle scelte autonome del Regno Unito, che finalmente si piega all’accoglienza, ma non segue Bruxelles. Un’Europa a due o tre velocità in materia di protezione dei diritti umani fondamentali appare un assurdo politico. In secondo luogo, va ribadito che le quote rappresentano un passo avanti, ma hanno un serio limite, antropologico e morale: non tengono conto delle aspirazioni dei richiedenti asilo. I rifugiati sono persone, non scarti imbarazzanti da suddividere in modo più o meno equo. Hanno conoscenze, legami e desideri che non necessariamente collimano con le destinazioni loro assegnate. Una volta inviati forzosamente in un determinato paese, potrebbero decidere di trasferirsi altrove. In questo caso perderebbero il diritto alla protezione umanitaria? Un terzo problema è quello di scongiurare rischiosi viaggi per mare, senza però impedire a chi fugge di raggiungere luoghi sicuri. La Caritas italiana ha già espresso delusione per la mancata apertura di canali umanitari. Le politiche di reinsediamento, di cui David Cameron si è fatto alfiere per non sottostare alle quote decise a Bruxelles, dovrebbero salire di priorità. Bisognerebbe cioè raccogliere le domande di asilo il più vicino possibile alle aree di crisi, esaminarle in tempi rapidi e, quando accette, provvedere a trasferire i profughi con regolari viaggi aerei. Il quarto nodo ci riguarda da vicino. Si riferisce alla prevedibile contropartita delle quote, ossia l’impegno a identificare e registrare i profughi al momento dello sbarco. Qui le incognite sono due: anzitutto, non è detto che gli esuli desiderino essere registrati nei luoghi di sbarco e forzarli appare discutibile. In secondo luogo, non si sa se passeranno e come funzioneranno le quote permanenti promesse: i profughi in eccedenza potrebbero rimanere a carico dei paesi di primo asilo. Insomma, l’Europa finalmente si muove, ma la partita è tutt’altro che chiusa. A questi primi passi, altri ne dovranno seguire.

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Il tredicesimo rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia, disponibile online sul sito di Caritas Italiana, (clicca QUI) apre una finestra sul fenomeno della povertà in Italia secondo l’esperienza di ascolto, osservazione e animazione svolta dalle 220 Caritas diocesane presenti sul territorio nazionale. All’interno del Rapporto sono riportati i dati del fenomeno (di fonte Caritas), le principali tendenze di mutamento, i percorsi di presa in carico; i progetti anti ‐ crisi economica delle diocesi, una sintesi di una indagine nazionale sulla condizione di povertà dei genitori separati in Italia, i dati sul “Prestito della Speranza”, orientamenti e raccomandazioni in tema di politica sociale e coinvolgimento delle comunità locali.

Caritas ha pubblicato una serie di infografiche per spiegare i dati del fenomeno che troverete qui di seguito.

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Martedì, 15 Settembre 2015

Da Rebibbia alla Cappella Sistina

Giornata speciale quella trascorsa domenica in Vaticano da un gruppo di 50 detenuti di Rebibbia che hanno visitato in via eccezionale i Giardini Vaticani e la Basilica di San Pietro. Per loro si sono aperte anche le porte dei Musei Vaticani: hanno potuto anche seguire l'Angelus del Papa dall'interno della Cappella Sistina.

La visita, di cui riferisce la Radio Vaticana, è stata quasi un anticipo delle iniziative che saranno previste per i carcerati durante l'Anno giubilare. Una cinquantina di detenuti della sezione penale della Casa di Reclusione di Rebibbia, accompagnati dal direttore Stefano Ricca, hanno visitato stamane Giardini Vaticani, la Basilica e alle 12 si sono ritrovati nella Cappella Sistina, sotto la volta affrescata da Michelangelo, per ascoltare l'Angelus di papa Francesco.

Nel programma della giornata anche una tappa ai Musei Vaticani, con una guida d'eccezione, il direttore ed ex ministro dei Beni culturali Antonio Paolucci. "Sono quelle emozioni che resteranno nel nostro cuore e nella nostra mente per lungo tempo - commenta alla Radio Vaticana il direttore di Rebibbia, Stefano Ricca -. Per i detenuti, chiaramente, questo assume un valore particolare: invece di trascorrere un'ennesima mattinata all'interno dell'istituto penitenziario, poter partecipare a una visita in esclusiva, che ci è stata offerta questa domenica, una giornata che normalmente vede i Musei chiusi, ha commosso i detenuti, che sono partecipi dell'eccezionalità dell'evento".

Uno dei detenuti che hanno preso parte a questa giornata speciale, Carmine, racconta: "Siamo stati accolti in una maniera bellissima: qualcosa che è difficile per un detenuto, nella società; veniamo sempre guardati con un occhio particolare. Invece oggi siamo stati trattati alla pari di una personalità importante. Questa è stata un'emozione per tutti noi."

Dopo aver aperto le porte dei Musei e della Cappella Sistina ai senzatetto lo scorso 26 marzo, ora papa Francesco ha ripetuto il gesto anche per i detenuti. Il Pontefice era stato in visita nel carcere di Rebibbia lo scorso 2 aprile, celebrando la messa del Giovedì Santo e compiendo il rito della lavanda dei piedi a 12 detenuti, per metà stranieri.

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Condividiamo un importante articolo sul più che attuale tema dell'accoglienza pubblicato sul sito del Don Orione org.

Domenica 6 settembre, Papa Francesco aveva fatto appello “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”.  Oggi la  Congregazione ha comunicato di aver affidato una casa di Tortona, in comodato gratuito, alla Cooperativa Villa Ticinum per realizzarvi un progetto di accoglienza capace di ricevere fino a 30 profughi.

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Pubblichiamo un'interessante notizia rilanciata da Endofap, Ente Nazionale Don Orione Formazione e Aggiornamento professionale, che coordina l'attività delle sedi regionali impegnate nella formazione professionale dei giovani e dei lavoratori e nella formazione continua.

Le scuole italiane sono frequentate da 800mila alunni di cittadinanza straniera, pari a circa il 9% della popolazione scolastica totale, e di questi il 52% è nato nel nostro Paese ed il 4,9% è di recente immigrazione. Lo rende noto il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il quale ha appena stanziato un milione di euro per favore l’integrazione e l’accoglienza degli studenti con cittadinanza non italiana. Il finanziamento è destinato a finanziare progetti ad hoc, in particolare 500mila euro per il potenziamento dell’italiano come seconda lingua e 500mila euro per iniziative di accoglienza e di sostegno linguistico e psicologico dedicati a minori stranieri non accompagnati. Il Miur ha inoltre emesso una circolare per l’attuazione delle misure previste dalla Buona Scuola. Si tratta del documento “Diversidachi”, contenente 10 proposte elaborate dall'Osservatorio per l'integrazione del Ministero.

Come accennato, metà della somma stanziata andrà a finanziare corsi per potenziamento per la lingua italiana, in quanto “la lingua è – dichiara il Ministro Giannini -  passaporto di comunicazione e integrazione, per questo mettiamo a disposizione delle scuole risorse che consentiranno di dare una risposta al numero sempre crescente di alunni figli di migranti che oggi rappresentano il 9% della popolazione scolastica. Un anno fa abbiamo riavviato l'Osservatorio nazionale per l'integrazione e l'intercultura. Nella Buona Scuola abbiamo inserito fra le priorità dell'offerta formativa proprio il perfezionamento dell'italiano come lingua seconda perché la scuola è la cornice ideale per diventare cittadini sostanziali. Ne siamo convinti e stiamo lavorando per questo". I progetti dovranno prevedere corsi intensivi in orario scolastico o extrascolastico, anche mediante la collaborazione con le famiglie.

Gli altri 500mila euro andranno a sostenere iniziative per l’accoglienza di minori non accompagnati, con la realizzazione di interventi in ambito linguistico che psicologico. La distribuzione dei fondi tiene conto delle realtà dove il numero di minori stranieri non accompagnati è maggiore.

I bandi sono pubblicati sui siti degli Uffici scolastici regionali. Il vademecum dell’Osservatorio, contenente 10 raccomandazioni in tema di integrazione, è stato invece inviato in questi giorni agli istituti scolastici. Il decalogo permette di tradurre concretamente quanto stabilito sull’argomento dal Decreto La Buona Scuola.

Clicca QUI per scaricare e leggere il rapporto sull'integrazione a cura dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura del Miur

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Gesù «imparò la storia umana» nella famiglia di Nazaret e, quando incominciò la vita pubblica, «formò intorno a sé una comunità, una assemblea», una «famiglia ospitale», non una «setta esclusiva, chiusa», dove trovavano posto « Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle».  Papa Francesco ha dedicato l’udienza generale al rapporto tra la famiglia e la comunità cristiana, proseguendo un ciclo di catechesi in vista del sinodo sulla famiglia di ottobre, ed ha indicato ai fedeli la «lezione» di Gesù per sottolineare che la Chiesa deve avere le «porte aperte» e «le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!».

La Chiesa, ha detto il Papa, «cammina in mezzo ai popoli, nella storia degli uomini e delle donne, dei padri e delle madri, dei figli e delle figlie: questa è la storia che conta per il Signore. I grandi eventi delle potenze mondane si scrivono nei libri di storia, e lì rimangono. Ma la storia degli affetti umani si scrive direttamente nel cuore di Dio. Ed è la storia che rimane in eterno. E’ questo il luogo della vita e della fede. La famiglia è il luogo della nostra iniziazione – insostituibile, indelebile – a questa storia. A questa storia di vita piena che finirà nella contemplazione di Dio per tutta l’eternità nel Cielo, ma incomincia nella famiglia! E per questo è tanto importante la famiglia».

Gesù, ha proseguito Francesco, «nacque in una famiglia e lì “imparò il mondo”: una bottega, quattro case, un paesino da niente. Eppure, vivendo per trent’anni questa esperienza, Gesù assimilò la condizione umana, accogliendola nella sua comunione con il Padre e nella sua stessa missione apostolica. Poi, quando lasciò Nazaret e incominciò la vita pubblica, Gesù formò intorno a sé una comunità, una “assemblea”, cioè una con-vocazione di persone. Questo è il significato della parola “chiesa”. Nei Vangeli, l’assemblea di Gesù ha la forma di una famiglia e di una famiglia ospitale, non di una setta esclusiva, chiusa: vi troviamo Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle. E Gesù non cessa di accogliere e di parlare con tutti, anche con chi non si aspetta più di incontrare Dio nella sua vita. E’ una lezione forte per la Chiesa! I discepoli stessi sono scelti per prendersi cura di questa assemblea, di questa famiglia degli ospiti di Dio. Perché sia viva nell’oggi questa realtà dell’assemblea di Gesù, è indispensabile ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana. Potremmo dire che la famiglia e la parrocchia sono i due luoghi in cui si realizza quella comunione d’amore che trova la sua fonte ultima in Dio stesso.

Una Chiesa davvero secondo il Vangelo – ha detto il Papa a braccio tra gli applausi dei fedeli – non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei! E oggi, questa è un’alleanza cruciale. Contro i “centri di potere” ideologici, finanziari e politici – ha proseguito Bergoglio citando un testo contenuto nel volume dei suoi discorsi su vita e famiglia da Papa e da arcivescovo di Buenos Aires pubblicato dal pontificio consiglio per la Famiglia – riponiamo le nostre speranze in questi centri di potere? No! Centri dell’amore! La nostra speranza è in questi centri dell’amore, centri evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione, e anche sul perdono fra noi. Rafforzare il legame tra famiglia e comunità cristiana è oggi indispensabile e urgente».

Le famiglie, ha notato il Papa, «a volte si tirano indietro, dicendo di non essere all’altezza: “Padre, siamo una povera famiglia e anche un po’ sgangherata”, “Non ne siamo capaci”, “Abbiamo già tanti problemi in casa”, “Non abbiamo le forze”. Questo è vero. Ma nessuno è degno, nessuno è all’altezza, nessuno ha le forze! Senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato!» E il Signore «non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo», come fece Gesù alle nozze di Cana: «Tutti dobbiamo essere consapevoli che la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti, la famiglia e la parrocchia debbono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società».

A fine udienza il Papa ha salutato, tra gli altri, i ragazzi della gioventù francescana d’Italia («Sono bravi questi giovani francescani!», ha detto il Papa a commento del loro entusiasmo), e i vescovi del Portogallo in visita ad limina apostolorum. Lunedì prossimo, peraltro, Radio Renascenca, emittente cattolica del Portogallo, manderà in onda un’intervista di un’ora rilasciata ieri da Papa Francesco alla vaticanista Aura Miguel. Secondo le prime anticipazioni, nel corso della conversazione – si legge sul sito specializzato Il Sismografo – il Papa parla a tutto campo affrontando diversi argomenti, tra cui la questione dei rifugiati-migranti, il sinodo d'ottobre, le questioni centrali della famiglia e naturalmente il Portogallo.

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Da Zdunska Wola (Polonia), ove si trova in visita alle comunità, il superiore generale Don Flavio Peloso ha inviato una lettera a tutti i Confratelli di Europa, affinché si facciano promotori di accoglienza di emergenza ai profughi, in risposta al nuovo e concreto appello di Papa Francesco durante l'Angelus di domenica, 6 settembre 2015.
Riportiamo qui di seguito il testo integrale della lettera.

Zdunska Wola, 6 settembre 2015

Carissimi Confratelli

Ancora una volta, all’Angelus di oggi, Domenica 6 settembre, Papa Francesco è intervenuto sul tema dell’accoglienza dei profughi. Ne riporto le parole.
“Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama ad essere 'prossimi' dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: 'Coraggio, pazienza! La speranza è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura. Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto in preparazione all'Anno Santo. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d'Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma. Mi rivolgo ai miei fratelli Vescovi d'Europa, veri pastori, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell'Amore: 'Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me'. Anche le due parrocchie del Vaticano accoglieranno in questi giorni due famiglie di profughi".

Rispondiamo all’appello di Papa Francesco per l’accoglienza dei profughi. Non ho commenti da fare ma solo invito a informarci e a disporre un ambiente adatto per dare risposta all’invito del Papa. Già si sta facendo qualcosa in Congregazione.  So che iniziative consistenti sono attuate nelle nostre opere di Seregno – Milano (con 22 richiedenti asilo), Santa Maria la Longa – Udine (18), Genova - Camaldoli (25), Genova – Salita Angeli (20); so di altre accoglienze brevi nel tempo e di poche persone, a Reggio Calabria, Genova – Castagna, al Mater Dei di Tortona, a Floridia.

Accenno a queste notizie non per dire “qualcosa abbiamo fatto, dunque possiamo restare tranquilli”, ma per dedurre “qualcosa abbiamo già fatto, dunque si può fare di più”. E non solo in Italia, ma anche in Spagna, in Inghilterra, in Polonia e nei paesi dell’Est Europa. Mi trovo in Polonia, una nazione che (per ora) non accetta i profughi, ma il Provinciale mi ha parlato di iniziative concrete e possibili anche qui. Qualcosa si sta pensando di realizzare anche a Tortona.

La chiarezza e l’insistenza con cui il Papa Francesco invita all’accoglienza dei profughi non deve lasciare incertezze in noi Orionini che preghiamo il Signore dicendo: “intendiamo che non solo i suoi (del Papa) ordini formali, ma anche i suoi avvertimenti, i suoi consigli ed i suoi desideri siano per noi l’espressione di ciò che piace a Te: donaci perciò la grazia di eseguirli fedelmente”. Il Papa vede nell’accoglienza dei profughi un segno della misericordia di Dio e del Vangelo.

Cari Confratelli, con le dovute cautele, secondo le possibilità, dobbiamo con fede accettare questo invito all’accoglienza dei “desamparados, dei “profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame”. È una emergenza di rilevanza italiana, europea, mondiale. Si presenta con aspetti politici e umanitari che vanno affrontati insieme, ma anche tenuti distinti, aiutando le persone nel rispetto delle attuali leggi dello Stato e in attesa di altre migliori.

Certo non è mai stato facile e privo di rischi aiutare i poveri e quanti sono in situazioni estreme. Ma fare una buona accoglienza significa aiutare vite in pericolo e trasformare un problema in risorsa civile e spirituale.

Don Orione ci interceda un cuore misericordioso e santa intraprendenza.
Cordiali saluti e preghiere. In Cristo.

Don Flavio Peloso

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Venerdì, 04 Settembre 2015

Ecco chi era il bambino siriano

È umano che i drammi con nomi e cognomi, volti e storie, ci tocchino di più di quelli anonimi e collettivi. E dunque tutti noi ci siamo interrogati su chi fosse quel piccolo siriano restituito cadavere dal mare sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, e pietosamente raccolto in braccio da un agente.

Le immagini di un servizio fotografico della Reuters, di cui una molto cruda, hanno commosso e indignato il mondo. Accendendo il dibattito sui media, divisi tra chi ha deciso di pubblicare quella foto straziante con ampia evidenza, in apertura di giornale o di sito (per primo il britannico The Independent, poi in Italia La Stampa), e chi come Avvenire ha scelto un'immagine più pietosa.

Il pccolo siriano morto e quella foto che interroga... All'indomani del tragico naufragio, e del servizio fotografico senza il quale il bambino sarebbe rimasto solo una delle innumerevoli vittime quotidiane di guerre e migrazioni, la cronaca aggiunge dettagli.

Di lui si sa che si chiamava Aylan Kurdi e aveva 3 anni. Basta il cognome a raccontare della sua appartenenza a quella minoranza che abita un'ampia regione a confine tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Insieme alla madre Rehan, al fratello Ghaleb, 5 anni, anch'essi annegati, e al padre Abdullah era fuggito da Kobane, la cittadina curda siriana sul confine con la Turchia nota alle cronache perché conquistata dai guerriglieri dello Stato islamico con una sanguinosa battaglia seguita a un lungo assedio e successivamente ripresa dai peshmerga curdi.

La famiglia aveva fatto una richiesta di asilo con sponsor privato alle autorità canadesi, dato che la sorella del padre risiede da vent'anni a Vancouver, ma a giugno l'ufficio immigrazione l'aveva respinta: lo ha reso noto il parlamentare canadese Fin Donnelly e lo ha detto la stessa Teema Kurdi in un'intervista rilasciata al National Post. Da qui la decisione di affidarsi ai trafficanti di uomini, sognando l'isola greca di Kos, in Europa, a pochi chilometri dalla costa turca.

Su uno dei due barconi, che si sono capovolti contemporaneamente, c'era anche il padre dei bimbi, soccorso in stato di semicoscienza e portato in un ospedale vicino a Bodrum. Dei 23 profughi a bordo, almeno 12 sono morti.

Adesso, riporta il giornale canadese, il padre ha un unico desiderio: tornare a Kobane per seppellire le salme dei suoi cari. "Mi ha chiamato questa mattina" (ieri mattina, ndr), ha riferito Teema Kurdi, "tutto quello che ha detto era che la moglie e i due figli erano morti". "Stavo cercando di aiutarli, sponsorizzarli, avevo amici e vicini che hanno contribuito con la cauzione in banca, ma non siamo riusciti a farli uscire, per questo hanno deciso di salire su quella barca", ha aggiunto.

Tra Canada e Turchia c'è una sorta di disputa aperta sui profughi, che non di rado incontrano difficoltà nell'ottenere il visto di uscita o la registrazione presso l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. Difficoltà che riguardano soprattutto i curdi di Siria, come la famiglia di Aylan.

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AGENAS, ente pubblico non economico nazionale, con compiti di supporto tecnico e operativo alle politiche di governo dei servizi sanitari di Stato e Regioni (attraverso attività di ricerca, monitoraggio, valutazione, formazione e innovazione) ha pubblicato un documento contenente nuove indicazioni alle Regioni per adeguare le proprie regole sull’accreditamento ai nuovi requisiti nazionali e alle più avanzate esperienze europee.
A fornire queste indicazioni è l’Agenas, che ha pubblicato un documento dal titolo: ”Proposta di modello per l’accreditamento istituzionale delle strutture di assistenza territoriale extra-ospedaliera”, che riguarda direttamente il settore in cui operano molte case di don Orione.
Il documento intende essere di supporto alle Regioni nella revisione e aggiornamento dei sistemi di accreditamento, come previsto dall'Intesa Stato Regioni del 20 dicembre 2012, e nei tempi scanditi dalla successiva Intesa del 19 febbraio 2015, cioè recependo i contenuti dell’Accordo del 2012 entro il 31 ottobre 2015.
Il modello di accreditamento proposto è caratterizzato da questi elementi

        • centralità dei pazienti
        • leadership- responsabilità e impegno a fornire cure eccellenti e migliorare la qualità
        • tendere costantemente al miglioramento dell’assistenza
        • individuazione e utilizzo degli outcome per valutare la qualità
        • confronto con altre organizzazioni per poi applicarne le buone pratiche.

Per scaricare il documento clicca QUI

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Mercoledì, 02 Settembre 2015

UN TEMPO DI GRAZIA

"Signore, come i discepoli siamo saliti sul monte Tabor un po' scettici, ma ora è giunto il momento di scendere e tornare a casa. Per qualcuno di noi questa esperienza certamente ha lasciato il segno, altri continueranno ad essere scettici.
Nonostante tutto, questa sera volevamo dirti il nostro GRAZIE perché a contatto con i ragazzi abbiamo scoperto i nostri limiti, le nostre povertà, le nostre insufficienze, ma anche le nostre doti, le nostre qualità e quelle capacità più nascoste che neppure noi conoscevamo.
Aiutaci a camminare sulla strada del servizio che abbiamo intrapreso, consapevoli che chi si mette al servizio dei fratelli serve Dio".
Così hanno pregato alla fine della Santa Messa i volontari di Ponte Crepaldo (Eraclea–VE), che dal 23 al 29 agosto hanno vissuto il loro campo di servizio/lavoro presso il Centro Don Orione di Chirignago.

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