"La porta del santo Tabernacolo sarà per me e per molti la porta delle divine misericordie."
Don Orione

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Los desamparados

 

Pubblicazione periodica di informazione scientifica Anno 2 / Numero 3

"La peggiore malattia oggi e' il non sentirsi desiderati ne' amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d'amore.
Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, e di essere importante per Dio.
Vi e' fame d'amore, e vi e' fame di Dio" Madre Teresa di Calcutta

Vogliamo pubblicare una testimonianza dei ragazzi del Servizio Civile Don Orione di Roma:

Le parole di Madre Teresa sintetizzano, in pochi versi, quelle che sono state le prime impressioni e le prime aspettative di noi ragazzi del Servizio Civile. Come tali, siamo chiamati ad aiutare il prossimo; siamo chiamati ad imparare e a metterci al servizio di chi ha bisogno del nostro aiuto. Non siamo supereroi e tantomeno dei ragazzi che vogliono sentirsi dire: “Che bravi ragazzi! Fanno tutto questo per aiutare i bisognosi. Sono veramente altruisti”. Il volontariato è prima di tutto una scelta, un modo come tanti per crescere, per imparare quelle cose che di certo non troverai scritte sui libri di scuola. Insomma, è un’esperienza di vita, un’esperienza speciale, una delle poche esperienze che in questa società, materialista e poco solidale, può essere vissuta in modo umano e caritatevole. La cosa bella del volontariato è sicuramente il fatto che in qualche modo si contribuisce alla realizzazione del diritto di una persona dalle diverse problematiche fisiche e psichiche ad avere una vita dignitosa, pari a quella di ogni individuo. Come? Non è difficile: si contribuisce con piccoli gesti, con dei sorrisi, con la semplice presenza o con piccolissime azioni. Niente di eccezionale, ma ciononostante la straordinarietà risiede nel fatto che quei piccoli gesti vengono apprezzati, condivisi, resi speciali. Noi ragazzi del Servizio Civile abbiamo trovato i ragazzi del Centro Don Orione aperti, con tanta voglia di fare; individui con tante storie toccanti, disposti a farsi aiutare (quando occorre). I ragazzi sono affettuosi … molto affettuosi. La nostra mascotte è un ragazzo sulla carrozzina di nome Manolo, che ogni mattina ci aspetta all’ingresso del Centro con trepidazione, quasi fossimo delle superstar hollywoodiane. Molti dei ragazzi, più che di qualche aiuto particolare, sono alla ricerca di essere capiti e di essere accettati per quel che sono. Vengono lì e – come Vittorio - ti danno un bacino; chi, invece, ti da semplicemente la mano perché ha solo bisogno di un contatto umano, di quel calore che possa fargli capire: “Ci sono io al tuo fianco. Non ti preoccupare”. Emanuele, per esempio, dopo averti toccato il naso prima con la mano destra e poi con la mano sinistra, ti abbraccia e non ti lascia più. Che strana cosa che è l’abbraccio!  Oggi come oggi, gli abbracci veri stanno diventando sempre più rari, se non addirittura banali. Eppure, è proprio in un abbraccio che si manifesta tutta la propria umanità, tutta la propria vitalità e tutta quell’energia positiva che possa trasmettere un po’ di pace e serenità a chi in quel momento si ritrova a vivere attimi di sconforto e di agonia. Emanuele viene e ti abbraccia senza esitazione e senza paura perché l’affetto e quel momento di condivisione lo pretende, lo vuole. Infondo è una cosa naturale. Invece noi, indaffarati, sempre presi da mille faccende burocratiche, ci dimentichiamo che oltre la scuola e il lavoro esistono cose banalmente bellissime come può essere un abbraccio, come possono essere l’amore o l’amicizia. Se imparassimo da Emanuele ad abbracciarci, invece di pretendere qualche sadica vendetta, metà delle problematiche che caratterizzano la nostra società potrebbero diventare semplice utopia. Il volontariato è anche scoperta. Sì, perché oltre alla perenne allegria dei ragazzi e al fatto che siano affettuosissimi, ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo.  Si scopre, per esempio, che il ruolo del volontario non è quello di assecondare una persona perché non è in grado di far qualcosa, ma al contrario di spronarla a superare i propri limiti, facendo sì che i propri difetti diventino punti di forza.  Il ruolo del volontario è quasi anticonformista perché deve essere un animatore di carità, una persona in grado di andar oltre il materialismo e i soliti punti di vista stereotipati. Molti ragazzi, nonostante i disturbi motori e l’ostacolo della carrozzina, hanno una forza esplosiva da permettere loro di superare la disabilità e ad andare oltre l’apparente limite fisico. Può sembrare sciocco, ma vedere un signore in carrozzina riuscire a preparare il caffè, è a dir poco straordinario. Sia chiaro: noi ragazzi del servizio civile ancora dobbiamo toccare terra e non perché tre di noi, domenica 11 ottobre, sono stati ad una regata con i ragazzi del Centro, ma perché come ogni inizio di ogni esperienza, c’è bisogno di adattarsi ad un posto nuovo. Ciononostante sembra già passata un’eternità! Sia tra noi ragazzi del Servizio Civile sia con i ragazzi del centro sta nascendo una certa complicità. Forse, perché, come si è soliti dire: “Non conta ciò che fai, ma come lo fai”. Il volontariato - come già detto prima- è una scelta, una scelta d’amore in cui – per l’appunto - non conta ciò che fai, ma tutta la passione, l’impegno e l’amore che si è in grado di mettere. Andando oltre la prima impressione, il Servizio Civile insegna ad apprezzare le piccole cose; il Servizio Civile ti apre gli occhi, facendoti capire di quanto si possa essere pigri perché oltre ai futili problemi di tutti i giorni, non si ha la costanza e la caparbietà di meditare su se stessi, sui propri pregi e sui propri difetti. Invece no: come questi ragazzi, che cercano di fare della propria disabilità un punto di forza, dobbiamo pretendere di lamentarci meno e cercare di migliorarci, soprattutto umanamente, imparando ad amare e ad apprezzare ogni singola cosa. I ragazzi, in una settimana, ci hanno già dato tanto, ma sicuramente: “Il bello deve ancora venire”!

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Nel corso del 2014, più di 190 mila persone si sono recate alle 353 mense Caritas di 157 diocesi italiane, per un totale di più 6 milioni 273 mila pasti erogati. Sono alcune delle cifre emerse ieri mattina, ad Expo, all’incontro organizzato dalla Caritas (ambrosiana, italiana ed europea) sul tema “Diritto al cibo”, l’ultimo di una lunga serie di convegni tenuti a Rho da maggio. Lotta alla fame e diritto al cibo, dunque, ma i dati raccolti dalla Caritas nel suo “Rapporto 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale” (ne avevamo parlato QUI) dicono che la richiesta pressante di alimenti non esprime un bisogno solamente alimentare, bensì soprattutto economico. Come ha sottolineato Paolo Beccegato, vicepresidente di Caritas italiana, sempre più marcata è la povertà da perdita di risorse, dovuta alla frantumazione della famiglia, alla violenza domestica, alla perdita di lavoro (e conseguentemente di dignità), al gioco d’azzardo. “Una sistematica sottrazione di risorse”, conclude Beccegato.

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Nel mondo di oggi «l'affannosa ricerca del profitto, la concentrazione su interessi particolari e gli effetti di politiche ingiuste» vanificano l'azione della Fao rallentando «le azioni all'interno dei Paesi» o impedendo «una cooperazione efficace in seno alla comunità internazionale». Lo denuncia Papa Francesco in un messaggio indirizzato al professor José Graziano da Silva, direttore generale della Fao in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario dell'istituzione dell'agenzia dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione.

Secondo il Papa, «rimane molto da fare per quanto riguarda la sicurezza alimentare, che appare ancora come un obiettivo lontano per molti» e l'attuale «doloroso scenario rende ancora più urgente il ritorno all'ispirazione che portò alla nascita di codesta Organizzazione e ci impegna a trovare i mezzi necessari per liberare l'umanità dalla fame e promuovere un'attività agricola capace di soddisfare le effettive necessità delle diverse aree del pianeta».

L'azione della Fao, per il Papa «deve concretizzarsi in quell’«amore sociale che è la chiave di ogni autentico sviluppo». «Considerare i diritti dell'affamato e accoglierne le aspirazioni significa anzitutto - spiega - una solidarietà che si traduce in gesti concreti, che richiede condivisione e non solo una migliore gestione dei rischi sociali ed economici o un soccorso puntuale in occasione delle catastrofi e delle crisi ambientali». «È questo - rimarca Francesco - ciò che si chiede alla Fao, alle sue decisioni e alle iniziative e ai programmi concreti che si realizzano nei vari luoghi».

Secondo Bergoglio, «la condizione delle persone affamate e malnutrite evidenzia che non basta e non possiamo accontentarci di un generico appello alla cooperazione o al bene comune». «Forse - scrive - la domanda da porre è un'altra: è ancora possibile concepire una società in cui le risorse sono nella mani di pochi e i meno privilegiati sono costretti a raccogliere solo le briciole?». Davanti a tutto questo, ammonisce il Papa «non ci si può limitarsi a buoni propositi».

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Al termine dei lavori del Sinodo, ieri, papa Francesco, verso le 19, si è recato a visitare i senzatetto presso il nuovo dormitorio inaugurato nei giorni scorsi dalla Elemosineria apostolica in via dei Penitenzieri, nei locali messi a disposizione dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù. La visita è durata poco meno di mezz’ora. Lo riferisce Radio Vaticana.

Il Papa è stato accolto dall’elemosiniere, monsignor Konrad Krajewski, dal preposito generale dei Gesuiti padre Adolfo Nicolás e dalle tre suore che svolgono il loro servizio insieme ai volontari. I 30 ospiti del dormitorio hanno accolto con gioia il Papa che li ha salutati con affetto uno per uno e per ognuno ha avuto una parola di simpatia e vicinanza.

Il Papa ha voluto vedere di persona la struttura del nuovo dormitorio, che porta il nome di "Dono di Misericordia" e si trova nelle vicinanze dell’Ospedale Santo Spirito. La Comunità dei Gesuiti ha così voluto rispondere prontamente all’appello del Pontefice di destinare dei propri fabbricati alle persone in difficoltà.

La struttura può accogliere per la notte fino a 34 uomini e viene gestita dalle Suore di Madre Teresa di Calcutta come quelle già esistenti a Via Rattazzi, presso la Stazione Termini, e a San Gregorio al Celio. Tutti i lavori sono stati finanziati dalla Elemosineria Apostolica, cioè attraverso le offerte che provengono dalla distribuzione delle pergamene con la Benedizione del Papa e dalla generosità dei cittadini.

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Lunedì, 05 Ottobre 2015

I poveri, nostri fratelli

Di fronte all’emergenza della fame, i poveri e i migranti “sono persone e non numeri”: vanno aiutati a riconquistare la loro dignità e a “rimettersi in piedi”. Così Papa Francesco alla Fondazione Banco alimentare, riunita per un incontro a 25 anni dalla nascita della rete che, solo nel 2015, in Italia ha aiutato oltre un milione e mezzo di poveri, distribuendo alimenti a più di 8 mila strutture caritative.


Fame, vero scandalo e peccato: poveri e migranti non sono numeri
La fame, “vero ‘scandalo’ che minaccia la vita e la dignità” di uomini, donne, bambini e anziani. Papa Francesco torna a denunciare una piaga che non esita a definire “ingiustizia” - anzi di più, dice - “peccato”, con la quale “ogni giorno dobbiamo confrontarci”. Lo fa con i partecipanti all’incontro promosso dalla Fondazione Banco alimentare, una “rete di carità” che da 25 anni è impegnata al fianco dei più poveri:
“Non dimenticate che sono persone e non numeri, ciascuno con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare. Tenendo sempre presente questo, saprete guardarli in faccia, guardarli negli occhi, stringere loro la mano, scorgere in essi la carne di Cristo e aiutarli anche a riconquistare la loro dignità e a rimettersi in piedi. Vi incoraggio ad essere per i poveri dei fratelli e degli amici; a far sentire loro che sono importanti agli occhi di Dio”.


Squilibri anche in società ricche, aggravati da aumento migranti
Il Papa incoraggia i circa 7 mila presenti in Aula Paolo VI e quelli che hanno seguito l’incontro da Piazza San Pietro “a proseguire” nell’impegno di “contrastare lo spreco di cibo, recuperarlo e distribuirlo alle famiglie in difficoltà e alle persone indigenti”.


“In un mondo ricco di risorse alimentari, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere; e questo non solo nei Paesi poveri, ma sempre più anche nelle società ricche e sviluppate. La situazione è aggravata dall’aumento dei flussi migratori, che portano in Europa migliaia di profughi, fuggiti dai loro Paesi e bisognosi di tutto”.


Educarci all’umanità
Francesco ricorda due uomini “che non sono rimasti indifferenti al grido dei poveri”: l’imprenditore Danilo Fossati, che diede inizio e promosse “senza voler apparire”, “sempre in punta di piedi”, il Banco alimentare, sul finire del secolo scorso confidò a don Luigi Giussani - fondatore del movimento di Comunione e Liberazione - il disagio per la distruzione di prodotti ancora commestibili di fronte a tanti che in Italia “soffrivano la fame”. Quindi ha invitato a guardare a Cristo che, di fronte alle folle affamate, non ignorò il problema né fece “un bel discorso sulla lotta alla povertà”, ma moltiplicò pani e pesci in abbondanza:
“Possiamo fare qualcosa, di fronte all’emergenza della fame, qualcosa di umile, e che ha anche la forza di un miracolo. Prima di tutto possiamo educarci all’umanità, a riconoscere l’umanità presente in ogni persona, bisognosa di tutto”.


Ingrossare ‘fiume’ della speranza
L’invito del Papa è a seguire l’esempio di Fossati e don Giussani, i quali compresero “che qualcosa doveva cambiare nella mentalità delle persone, che i muri dell’individualismo e dell’egoismo dovevano essere abbattuti”: “Continuate con fiducia questa opera, attuando la cultura dell’incontro e della condivisione. Certo, il vostro contributo può sembrare una goccia nel mare del bisogno, ma in realtà è prezioso! Insieme a voi, altri si danno da fare, e questo ingrossa il fiume che alimenta la speranza di milioni di persone”.


Carità verso i poveri che incontriamo
Gesù, prosegue il Papa, ci invita a fare spazio nel nostro cuore all’“urgenza” di dare da mangiare agli affamati: la Chiesa ne ha fatto una delle “opere di misericordia corporale”:
“Condividere ciò che abbiamo con coloro che non hanno i mezzi per soddisfare un bisogno così primario, ci educa a quella carità che è un dono traboccante di passione per la vita dei poveri che il Signore ci fa incontrare”.

L’esortazione finale è a non farsi scoraggiare dalle difficoltà ma a gareggiare “nella carità operosa”, sostenuti da Maria: pregando la Madre della Carità, ha sollecitato i presenti a pensare non a sé stessi ma a una o più persone conosciute “che sono affamate e che hanno bisogno del pane di ogni giorno”.

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Sfidano il tradizionale modo di vivere, talvolta sconvolgono l'orizzonte sociale e culturale con il quale vengono a confronto. Sono i migranti, persone in cammino, sempre più numerosi. Sono loro al centro del Messaggio che Papa Francesco ha reso noto ieri e che costituisce la base di riflessione della Giornata del migrante e del rifugiato che la Chiesa celebrerà domenica 17 gennaio 2016. Il tema è "Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta è il Vangelo della misericordia", e in questo modo si collega al tema scelto per l'Anno Santo che si aprirà l'8 dicembre.

Superare la fase di emergenza, affrontare le cause delle migrazioni, e le conseguenze che "imprimono volti nuovi alle società e ai popoli". Tutto, tranne il silenzio e l'indifferenza, che diventano complicità quando si assiste "come spettatori" a naufragi, morti per soffocamento, stenti e violenze.

I migranti sono fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà e dallo sfruttamento. La rivelazione biblica incoraggia l'accoglienza dello straniero perché in esso c'è il volto di Gesù. In molti - associazioni, movimenti... - hanno riconosciuto questo volto e sperimentato la gioia dell'incontro, anche se anche in tante realtà parrocchiali (oltre che nelle politiche degli Stati) si manifestano ancora dibattiti su condizioni e limiti da porre all'accoglienza.

I migranti, peraltro, possono contribuire al benessere e al progresso di tutti, se se ne garantisce la dignità e il corretto inserimento e se loro stessi rispettano "il patrimonio spirituale e culturale" dei Paesi in cui emigrano.

Ma, nota il Papa, c'è anche il diritto a non emigrare: in questo senso, occorre fare di più per aiutare i Paesi di origine, in modo che cessino le cause delle migrazioni. L'opinione pubblica deve essere informata in modo corretto, "anche per prevenire ingiustificate paure e speculazioni sulla pelle dei migranti".

Infine, il Papa mette il dito sulla piaga delle nuove forme di schiavitù: i lavoratori forzati nell'edilizia e nell'agricoltura, le milizie che arruolano i bambini. Crimini da cui scappano "i profughi del nostro tempo". Il Messaggio si conclude con un invito ai migranti: "Non lasciatevi rubare la gioia e la speranza che scaturiscono dall'esperienza della misericordia di Dio, che si manifesta nelle persone che incontrate lungo i vostri sentieri!".

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Il secondo Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia giunge in un tempo difficile per il nostro paese, nonché di riflessione e di cambiamento per la chiesa universale e per quella italiana. Si compone di undici capitoli. Ognuno è pensato sia come un contributo a sé su uno specifico tema, leggibile quindi autonomamente, sia come parte del complessivo percorso disegnato per il Rapporto. Tale percorso si articola in quattro passi, ciascuno corrispondente a una parte del presente lavoro. La prima parte intende offrire al lettore il quadro di sfondo nel quale collocare le analisi puntuali proposte successivamente. La seconda parte, la più ampia, esamina le recenti evoluzioni delle politiche contro la povertà nel nostro paese, considerando l’insieme degli interventi che agiscono sul fenomeno e discutendone le conseguenze. Innanzitutto, ci si concentra sul quadro complessivo delle principali politiche legate al contrasto della povertà, cioè quella sociale, e quella economica. Successivamente si volge l’attenzione ad alcuni specifici programmi da considerare per completare lo scenario, rispettivamente la sperimentazione del Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e il Fead (Fondo di aiuti europei agli indigenti). La terza parte, invece, è dedicata al dibattito, politico e tecnico, sugli interventi che sarebbe necessario realizzare nel nostro paese. La quarta, e ultima, parte propone uno sguardo complessivo sui risultati del Rapporto. Vengono ripresi i principali risultati dei capitoli precedenti al fine di proporre una valutazione complessiva delle recenti politiche contro la povertà in Italia e collocare questi risultati in una riflessione conclusiva nella prospettiva di Caritas Italiana. Le analisi compiute si riferiscono al periodo intercorso tra la pubblicazione del precedente rapporto, luglio 2014 e inizio settembre 2015. Di fatto, però, tutte le disamine proposte coprono l’orizzonte temporale dall’entrata in carica del Governo Renzi, marzo 2014, ad inizio settembre 2015, sempre collocandole in uno sguardo temporalmente più esteso.

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Quello che era il DDL in materia di agricoltura sociale (clicca QUI) oggi è diventato legge; agricoltura sociale: requisiti per gli operatori, collaborazioni, agevolazioni locali, attività ammesse e obiettivi previsti nella nuova legge in vigore dal 23 settembre 2015.
Occupazione dei lavoratori con disabilità, attività sociali per le comunità locali, supporto alle terapie mediche o riabilitative, progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare: sono le finalità dell’agricoltura sociale,al centro di una nuova legge che fissa le regole relative a operatori del settore, esercizio dell’attività e interventi di sostegno. Si tratta della legge 141/2015, (Gazzetta Ufficiale 08/09/2015) in vigore dal 23 settembre.
Operatori
L’agricoltura sociale è esercitata da imprenditori agricoli, in forma singola o associata, e dalle cooperativesociali (con l’agricoltura come attività prevalente; se il fatturato agricolo è superiore al 30% sono considerate operatori dell’agricoltura sociale in proporzione corrispondente al fatturato agricolo). L’agricoltura sociale può essere svolta in associazione con cooperative sociali, imprese sociali, associazioni di promozione sociale. Sono possibili collaborazioni con servizi sociosanitari ed enti pubblici competenti per territorio, attraverso politiche fra imprese, produttori agricoli e istituzioni locali. Gli operatori possono costituire organizzazioni di produttori. Se l’attività è esercitata in fabbricati già esistenti nel fondo, questi mantengono il riconoscimento della ruralità.
Attività
Le attività esercitate devono essere dirette a realizzare:
- l’inserimento di persone disabili, lavoratori svantaggiati, minori in età lavorativa inseriti in progetti diriabilitazione e sostegno sociale;
- prestazioni e attività sociali per le comunità locali (promuovere, accompagnare e realizzare azioni volte allo sviluppo di abilità e di capacità, di inclusione sociale e lavorativa, di ricreazione e servizi utili per la vita quotidiana);
- prestazioni e servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative anche attraverso l’ausili di animali allevati e coltivazione delle piante;
- progetti finalizzati all’educazione ambientale e culturale, alla salvaguardia della biodiversità, alla conoscenza del territorio attraverso  l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche riconosciute a livello regionale, iniziative di accoglienza e soggiorno di bambini in età prescolare e di persone in difficoltà sociale, fisica e psichica.

Requisiti
I requisiti minimi richiesti per le attività appena elencate saranno dettagliati in un apposito decreto ministeriale, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge (entro il 23 novembre). Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, le Regioni adeguano le normative per il riconoscimento degli operatori del settore, prevedendo un riconoscimento provvisorio per coloro che svolgono l’attività di agricoltura sociale da almeno due anni e fissando un termine di almeno un anno per l’eventuale adeguamento ai requisiti richiesti per l’abilitazione definitiva.
Sostegno
Le Regioni possono promuovere il recupero del patrimonio edilizio ad uso degli imprenditori agricoli per attività di agricoltura sociale. La legge prevede comunque una serie di possibili interventi di sostegno: priorità per i prodotti da agricoltura sociale nelle mense scolastiche e ospedaliere, iniziative comunali, priorità nella vendita o locazione di terreni demaniali agricoli, piani regionali di sviluppo rurale.
E’ infine istituito l’Osservatorio sull’agricoltura sociale, che definisce linee guida ed effettua monitoraggio, valutazione, promozione delle attività di agricoltura sociale. Questo nuovo organismo è nominato dal ministero delle Politiche Agricole, con apposito decreto.

Clicca QUI per leggere il testo di legge

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Questa mattina, 22 settembre 2015, nel salone del Paverano di Via Cellini a Genova Don Alessandro D'Acunto introduce l’incontro sulla formazione degli operatori delle case orionine genovesi che quest'anno inizia con questo primo incontro che le vede tutte riunite alla presenza del direttore provinciale Don Aurelio Fusi.
Don Aurelio Fusi si presenta raccontando la sua vita religiosa e i passi che ha compiuto fino ad oggi, utilizza la metafora dell'arca per spiegare che ci si trova tutti insieme a navigare contro le avversità (del mare) dei giorni nostri.
Confessa ai presenti che da giovane è stato scosso dalla realtà del Cottolengo e da allora non ha mai messo piede facilmente al suo interno fino a che non ha conosciuto in prima persona il clima di famiglia che vi si respira. La carità all'interno del Cottolengo è testimoniata in modo vivo e quotidiano; racconta inoltre la testimonianza del vescovo Giovanni D'Ercole che durante un esorcismo al piccolo Cottolengo di Ercolano ha udito la seguente frase dal maligno rivelatosi: "io oggi ho paura, perché qui c'è la carità di Don Orione".
Don Aurelio continua dicendo che testimonia in prima persona la carità, ma solo coloro che lavorano all'interno del Paverano possono metterla in pratica ogni giorno semplicemente con una carezza o un'attenzione ai fratelli meno fortunati.
Paragona la legge della carità che si rinnova di continuo all'interno dei Cottolenghi ad un pendolo che fa il suo corso con la sua cadenza continua.
La carità diceva don Orione “parla una lingua sola e tutte le lingue è un cuore che batte ma che si comunica a tutti i cuori”, così il direttore provinciale augura agli operatori che si vogliano bene fra loro e creino sempre più un clima di famiglia.

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Riportiamo qui di seguito un articolo pubblicato su Repubblica che ci riguarda da vicino:
L'abbazia del Boschetto con i suoi chiostri se ne sta lì tra il bosco, il traffico di Corso Perrone e lo stabilimento Ansaldo: né dentro né fuori dalla città, un luogo di confine come le vite degli altri che qui hanno trovato una casa. Gli altri: quelli che dovrebbero essere in transito e invece restano, che aspettano e nel frattempo si sono persi. Ci sono le famiglie in attesa di una casa popolare che non arriva, quaranta bambini, padri separati, molti italiani che non hanno più un lavoro e qualche straniero: 140 persone in tutto, che vivono nelle 56 stanze, quattro monolocali e tre appartamenti. Qui, in via Boschetto 29, dove alle spalle c'è davvero il bosco e sotto la città che corre, dove sono custodite le tombe dei Dogi, dei Grimaldi, delle famiglie più facoltose di Genova che tra i cortili benedettini facevano a gara per farsi seppellire. Adesso, in una specie di beffardo contrappasso, ci vivono coloro che nessuno vuole: perché tanti – attraverso i fondi del Comune – prima avevano trovato ospitalità negli alberghi, ma poi nei periodi di alta stagione o durante le manifestazioni per loro non c'era più posto. «Il Comune paga 600 euro a camera al mese, e le famiglie a volte integrano – spiega Alberto Di Feo di Don Orione – noi percepiamo 16 euro al giorno per la camera: il Comune ha pubblicato un bando per cercare soggetti che volessero mettere a disposizione spazi e aggiudicarsi l'appalto. Ma non ha partecipato quasi nessuno, perché il prezzo era troppo basso». Così sono rimasti loro, dell'Opera Don Orione: che dagli anni Cinquanta gestiscono l'abbazia benedettina iscritta all'albo dei monumenti nazionali per la sua bellezza. Hanno iniziato ad ospitare i trasfertisti, che arrivavano dalla Sicilia per lavorare ad Ansaldo e alla Fincantieri: «Oggi l'emergenza delle trasferte è venuta meno – spiega Di Feo – ma la vocazione ad accogliere persone che non hanno una casa è rimasta. E l'emergenza cresce, sempre di più». L'attesa, spesso, si dilata in un tempo indefinito. «Ormai ospitiamo alcune famiglie da tre anni – continuano al Don Orione – sono ancora in attesa dell'assegnazione della casa popolare. Anni fa i tempi non superavano i tre, quattro mesi. Ma oggi il numero delle famiglie in sfratto è aumentato. Così, noi accogliamo le più numerose: perché quelle ristrette si appoggiano ai parenti, mentre chi ha tre o quattro figli non sa proprio dove andare». Ci sono venti famiglie, che vivono al Boschetto, e quaranta bambini. Tanto che la comunità si è allargata, sempre di più: appoggiandosi alla Casa per ferie che si trova sempre nell'Abbazia. La capienza è al limite. «Una famiglia rom si è accampata all'ingresso – spiega Di Feo – così stiamo recuperando un'altra parte in disuso per aggiungere 6 stanze». Da poco, c'è anche l'orto. Dove gli ospiti possono coltivare, rivendere i prodotti.

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